L’offensiva del Têt

Nella storia del secondo dopoguerra poche vicende hanno avuto un’eco tanto rilevante da influenzare considerevolmente l’opinione pubblica internazionale come la guerra del Vietnam. Il conflitto nel Paese della penisola indocinese affonda le sue radici nel più ampio quadro dei movimenti per le indipendenze nazionali che a partire dagli anni ’40 del secolo scorso si svilupparono in molte colonie occidentali dell’Africa e dell’Asia. A questo, tuttavia, si aggiunse e si intrecciò come fattore determinante l’impegno statunitense nel contrasto globale al comunismo tradottosi, nel caso specifico, nel diretto intervento contro le forze del Fronte di Liberazione Nazionale (NLF) guidate dal locale partito comunista. Ciò oltre che prolungare la durata della guerra ne mutò profondamente la natura politica: da conflitto sostanzialmente di interesse regionale, infatti, esso assunse i caratteri e la risonanza di un confronto bellico pienamente inserito nel contesto di scontro fra grandi potenze mondiali.

Tale svolta venne di fatto sancita con quello che paradossalmente sarebbe dovuto essere l’atto conclusivo di una guerra già decennale fra le forze vietnamite e la Francia, pervicacemente ostinata nel rivendicare il controllo della penisola. Le dure sconfitte subite sul campo da parte delle truppe d’oltralpe, tuttavia, indussero Usa, Urss, Cina e Gran Bretagna a intervenire attivamente per determinare i destini dell’area ed a promuovere una Conferenza di pace a Ginevra nel 1954. L’incontro diplomatico si concluse con il ritiro dei francesi e la suddivisione della penisola in quattro stati: Laos, Cambogia, Vietnam del Nord e Vietnam del Sud. Questa risoluzione, tuttavia, si sarebbe rivelata in breve tempo tutt’altro che pacificatoria: essa, infatti, complice la remissività sino-sovietica, non rispose in alcun modo alle volontà unitarie di cui si era fatto rappresentante il Fronte di Liberazione Nazionale ed anzi, con la creazione di uno “stato fantoccio” pesantemente influenzato dagli Stati Uniti nel Vietnam del Sud, poneva le concrete basi per la prosecuzione di un confronto armato che sarebbe durato ancora venti anni.

Nelle alterne vicende che interessarono detto scontro un vero e proprio momento di svolta avvenne con l’episodio di cui questa settimana ricorre l’anniversario e che qui ci apprestiamo a ricordare: l’offensiva del Têt lanciata dal Nord contro molti importanti centri del Sud nella notte del capodanno vietnamita, cioè fra il 30 ed il 31 gennaio 1968. Questa operazione fu il risultato di un lungo dibattito in seno al partito comunista nordvietnamita, dibattito culminato in una riunione della sua dirigenza nel luglio 1967. In tale sede le due principali linee analitiche relative alla situazione militare del Vietnam del Sud ed alla risposta da dare all’escalation voluta dal presidente statunitense Lyndon Johnson si confrontarono animatamente: da una parte le “colombe” sostenevano l’opportunità di proseguire una guerriglia di bassa intensità come supporto ad azioni diplomatiche più incisive e nella speranza di ottenere un maggiore aiuto dall’Unione Sovietica; dall’altra i “falchi”, guidati da De Luan, segretario generale del partito, e dal generale Nguyễn Chí Thanh, responsabile politico-militare dei Viet Cong, premevano per l’intensificazione delle operazioni militari con la ferma intenzione di mantenersi autonomi rispetto all’ingombrante vicino russo e l’auspicio di ottenere la vittoria in tempi brevi. Il successo delle posizioni dei secondi sui primi, oltre a determinare un’ampia epurazione nell’esercito, sancì dunque la prospettiva di un’offensiva militare su ampia scala che avrebbe dovuto imprimere una nuova tendenza al conflitto.

La pianificazione dell’operazione fu affidata al comandante dell’armata nordvietnamita (NVA) Võ Nguyên Giáp la cui fama e preparazione lo rendevano il candidato più indicato nonostante il suo disaccordo con la decisione della maggioranza del partito. Giáp programmò ed organizzò l’attacco coordinando decine di incursioni principali e numerosissimi scontri minori. L’impiego della quasi totalità dell’esercito e la sua distribuzione in un così alto numero di battaglie, evidentemente, rappresentava un rischio estremamente elevato ma, come era chiaro ai dirigenti del partito ed agli stessi capi delle forze armate, obiettivo sostanziale dell’operazione non era tanto quello militare di riportare una vittoria schiacciante tale da cambiare nell’immediato le sorti della guerra quanto quello politico di riaffermare la vitalità ed il potenziale offensivo della guerriglia. A ciò si aggiungeva poi la speranza che tale “dimostrazione di forza” potesse rappresentare la miccia di una sollevazione popolare nel Sud.

Presupposto imprescindibile per la buona riuscita del piano era l’effetto sorpresa. Questo aspetto indusse Giáp e gli altri dirigenti politico-militari del Partito comunista ad identificare nella ricorrenza del capodanno vietnamita la data più opportuna dal momento che, fin dai tempi della guerra dell’Indocina contro la Francia, tale festività aveva rappresentato l’occasione per una tregua dai combattimenti. Con l’annuncio di un cessate il fuoco della durata di ben sette giorni a partire dal 31 gennaio e la contemporanea richiesta di aprire colloqui di pace, dunque, i Viet Cong sperarono di convincere gli americani di una loro presunta debolezza e di mantenere il massimo segreto sull’offensiva. D’altronde, come ulteriore diversivo in caso di eventuali sospetti da parte statunitense, nell’autunno/inverno 1967 l’NVA attaccò due basi periferiche dell’esercito USA a Dak To e Khe Sanh: con tali azioni, anche sfruttando la memoria della battaglia di Ðiện Biên Phủ che aveva sancito la sconfitta dei francesi nel ’54, i nordvietnamiti non solo intendevano impegnare concretamente una parte delle forze dell’avversario ma speravano anche di distoglierlo dai loro reali obiettivi.

Tale auspicio si rivelò, di fatto, più che ben riposto: la convinzione maturata sulla base delle informazioni fornite dall’intelligence riguardo ad un’imminente scontro risolutivo, infatti, spinse i comandi di Washington a riconoscere proprio in Keh Sanh un conflitto di fondamentale importanza  ed a concentrarsi in modo quasi ossessivo sul suo esito trascurando altri possibili scenari. Quando nella notte fra il 30 ed il 31 gennaio il grosso dell’NVA entrò in azione nel sud del Vietnam, dunque, gli americani furono colti di sorpresa nonostante già due giorni prima alcune divisioni nordvietnamite avessero anticipato il proprio attacco a quattro città. Tutte le capitali provinciali tranne otto furono attaccate così come cinque delle sei città autonome ed altri 58 centri di una certa importanza. Violenti scontri si ebbero a Buôn Ma Thuột, Quang Nam, Mỹ Tho, Cần Thơ, Ben Tre, Nha Trang, e Kontum nonché nell’antica Capitale Huế, travolta e invasa da dieci battaglioni, e la stessa Saigon nella quale erano riusciti ad infiltrarsi circa cinque battaglioni. Qui, in particolar modo, duri attacchi vennero condotti contro le basi aeree di Tan Son Nhut, quartier generale dell’esercito sudvietnamita, e di Bien Hoa nonché contro la stessa ambasciata americana.

Come era prevedibile, tuttavia, queste iniziali conquiste si rivelarono presto effimere e pressoché impossibili da difendere per i Viet Cong: privi della naturale protezione delle foreste e in un contesto urbano che obbligava ad un’azione bellica assai più convenzionale, infatti, questi non poterono resistere a lungo contro la schiacciante supremazia aerea e degli armamenti in generale delle truppe a stelle e strisce. Nonostante una strenua resistenza, in assenza dell’auspicata insurrezione popolare, tutte le città occupate vennero sanguinosamente liberate entro la fine di febbraio mentre la base di Keh Sanh fu dichiarata salva dai comandi statunitensi nell’aprile. Sul campo restavano circa 60000 soldati del’NVA e meno di 10000 uomini fra membri dell’esercito sudvietnamita e militari della coalizione internazionale.

Se, dunque, di fatto l’offensiva del Têt non ottenne successi militari duraturi per l’NLF, come auspicato dai dirigenti del Partitico Comunista nordvietnamita, essa si sarebbe rivelata comunque determinante per la sorte del conflitto. La sua eco, infatti, ebbe un effetto dirompente tanto in loco quanto negli Usa ove l’opinione pubblica, convinta di una imminente vittoria dai proclami del presidente Johnson, fu sconvolta da un’azione condotta su così vasta scala dai Viet Cong. Le immagini degli scontri riportate dai telegiornali, l’enfasi dei media sulle perdite americane e, in termini oggettivi, le migliaia di bare ritornate in patria furono un vero shock per la popolazione e funsero da volano per un rinnovato movimento di opposizione alla guerra fortemente impegnato nella denuncia delle fallaci prospettive che avevano motivato l’escalation militare voluta dal presidente. Di contro nel Paese indocinese le violente battaglie e, soprattutto, i drammatici bombardamenti con migliaia di morti civili condotti dall’aviazione statunitense e sudvietnamita sulle città occupate avviarono un processo che nel medio periodo avrebbe finito per alienare definitivamente anche quelle poche simpatie che la popolazione continuava a riporre nel governo filoamericano. Per l’NLF, in ultima analisi, quella che era stata una sconfitta tattico-militare si sarebbe rivelata una vittoria politico-strategica di notevole importanza nel lungo cammino per l’indipendenza e l’unità nazionale.

Andrea Fermi

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