La rivolta di Santa Scolastica

Benché la storiografia “ufficiale” abbia lungamente sottovalutato l’argomento, la conflittualità sociale resta uno delle chiavi di lettura imprescindibili per analizzare e comprendere molte pagine fondamentali del nostro passato. Dal punto di vista della contemporaneità tale “categoria” è stata connessa, nella sua fenomenologia intesa in termini generali, allo scontro fra capitale e lavoro, emerso con l’avvento dell’era industriale e codificato nella sua forma comunemente riconosciuta da Karl Marx. Ma, come sosteneva lo stesso filosofo di Treviri, la così detta “lotta di classe” non nacque con il capitalismo ed anzi è da considerarsi come un motore determinante dell’intera storia dell’umanità. Certo, prima dell’affermazione della borghesia e della conseguente ridefinizione economica, sociale e politica del mondo occidentale, il contrasto fra classi o, meglio, ceti, si configurava secondo modalità significativamente differenti: prive di una concreta “coscienza di sé” e, quindi, della capacità di rivendicare in modo autonomo le proprie istanze e i propri interessi, infatti, le masse subalterne si ridussero spesso ad essere strumento per scontri di potere ad esse estranee o, nella “migliore” delle ipotesi, si resero protagoniste di esplosioni di rabbia dovute a congiunturali condizioni socio-economiche di particolare gravità.

La ricorrenza di questa settimana ci racconta proprio uno di questi episodi di “lotta di classe prima della lotta di classe” e ci riconduce all’Inghilterra medioevale del XIV secolo. Siamo ad Oxford, città che dal 1231 ospitava quella che sarebbe divenuta una delle più note ed antiche università del mondo. Proprio attorno alla creazione ed allo sviluppo del mondo accademico nell’isola d’oltremanica – così come sul continente – si concentrarono molteplici tensioni che portarono in più di un’occasione a tumulti sanguinosi. A determinare un contesto tale da motivare la deflagrazione di contraddizioni oltremodo virulente furono le condizioni di grande privilegio che connotarono fin dalle loro origini gli Atenei: ciò non ebbe come ragione solo l’implicita alta estrazione sociale dei loro iscritti ma anche e soprattutto una serie di rilevanti concessioni che i regnanti di tutta Europa elargirono nei loro confronti. Nel volgere di pochi anni, infatti, le Università – cui già Federico Barbarossa aveva riconosciuto nella costituzione imperiale Authentica Habita, con particolare riferimento a Bologna, lo status di autonomia ed indipendenza –  accumularono sempre più potere tanto vantaggioso per coloro i quali le frequentavano quanto inviso agli abitanti autoctoni.

Ad Oxford, in particolare, la normazione particolarmente favorevole a studenti e docenti voluta da Enrico III durante il suo regno, incontrò un atteggiamento popolare tutt’altro che supino ed arrendevole rispetto alle ostentazioni di potere e superiorità cui spesso gli accademici si lasciavano andare: prova ne fu la lunga serie di disordini che attraversarono la cittadina già nei primi decenni del ‘300 e che causarono diverse decine di morti da ambo i lati. Fu solo il 10 febbraio 1355, tuttavia, che tali esplosioni di violenza assunsero i caratteri di una vera e propria rivolta contro l’Università. Casus belli fu una rissa scoppiata in un’osteria, la Swindlestock Tavern sita all’incrocio fra St. Aldate’s e Queen Street, fra i due studenti Walter Spryngeheuse e Roger de Chesterfield e il proprietario del locale John Croidon accusato dai clienti di vendere bevande scadenti. L’alterco che ne seguì, forse complice il tasso alcolemico, degenerò in vero e proprio scontro quando i primi dopo aver lanciato il contenuto delle loro coppe contro l’oste lo malmenarono.

La notizia dell’accaduto si sparse velocemente nella cittadina nella quale la tensione crebbe vorticosamente. Nel tentativo di calmare gli animi il sindaco John de Bereford chiese al cancelliere dell’Università Humphrey de Cheriton di arrestare i due aggressori ma il secco rifiuto di questi e le aggressioni di cui si resero protagonisti probabilmente contro il sindaco stesso circa 200 studenti riunitisi in supporto dei loro colleghi non poterono che esasperare la situazione: dalle contrade e dalle campagne centinaia di persone furenti si riversarono nel centro urbano e, al grido di “Havac! Havac! Smyt fast, give gode knocks!” (All’assalto! All’assalto! Colpisci veloce, colpisci bene!”) si scontrarono con gli accademici. Dopo due giorni di violenti e sanguinosi disordini gli universitari furono costretti ad arrendersi dopo aver lasciato sul terreno 63 morti contro i 30 dei “locali”. In assenza di una qualsivoglia realtà che desse voce e traducesse in termini “politici” le volontà dei vincitori, tuttavia, quello che era stato un successo “militare” si tramutò ben presto in un cocente smacco per la “fazione popolare”: il re, infatti, informato dell’accaduto non solo riconfermò la sua posizione a favore dell’Ateneo ma con un decreto speciale ampliò tutele e privilegi dei suoi appartenenti. Da allora in poi, ogni 10 febbraio, giorno di Santa Scolastica, il sindaco ed i consiglieri di Oxford furono stati costretti a camminare per le vie cittadine a capo scoperto e a corrispondere all’Università stessa una multa di un centesimo per ogni studioso ucciso, vale a dire 5 scellini e 3 penny. Si dovette attendere fino al 1825, 470 anni dopo l’accaduto, per assistere alla rottura di questa “tradizione”, quando l’allora sindaco si rifiutò di partecipare alla marcia e fino al 1955, 600 anni dopo, per una simbolica riappacificazione fra Comune ed Università.

I dissidi fra popolani e accademici non terminarono quel giorno ad Oxford e continuarono a covare sotto la cenere pur non arrivando mai ad esplodere nuovamente con tanta ferocia. Nei secoli a seguire come in quelli che l’avevano preceduta, d’altronde, la conflittualità da cui essi erano nati, sarebbe mutata nei suoi caratteri specifici ma non avrebbe perso la natura profonda che oggi come ieri connota la lotta contro il sopruso ed il privilegio del potere.

Andrea Fermi

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