Il bombardamento di Dresda

Parlare di Seconda Guerra Mondiale non è mai semplice. L’approccio scientifico che dovrebbe connotare l’analisi dello storiografo così come dell’osservatore comune aspirante ad una visione quanto più esaustiva possibile, infatti, è costantemente messo alla prova dall’immane tragedia che essa rappresentò e, soprattutto, dalla diffusa dicotomizzazione dei suoi attori in “buoni” e “cattivi”, “criminali” e “giusti”. La forte ideologizzazione del conflitto più sanguinoso che la storia umana ricordi è innegabile così come la profonda diversità delle prospettive che mossero gli eserciti delle diverse fazioni. Tale aspetto, che pure va riconosciuto ed, anzi, rivendicato in un presente sempre più privo di memoria, non deve, tuttavia, impedire di riconoscere come il disumano vortice della guerra fagocitò tutte le forze in campo, indistintamente resesi protagoniste di azioni atroci certo contestualizzabili ma difficilmente giustificabili. Ciò non già per fornire un’arma a chi oggi si affanna ad equiparare strumentalmente i crimini compiuti dall’una e dall’altra parte bensì, al contrario, proprio per sottrarre loro tale argomento e ricordare come anche il secondo conflitto mondiale, al pari delle guerre che lo precedettero e di quelle che lo avrebbero seguito, non fu una crociata del “bene” contro il “male” bensì uno scontro voluto dalle classi dominanti per interessi propri e pagato caramente dalle popolazioni tutte.

Se dovessimo stilare un macabro elenco che ricordi come anche gli Alleati si resero protagonisti di azioni terribili destinate a spiccare drammaticamente nel già agghiacciante contesto bellico, il bombardamento su Dresda seguirebbe forse solo lo sganciamento degli ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki. Fino all’autunno del 1944 la Capitale della Sassonia era rimasta del tutto estranea alla tragedia della guerra: la sua collocazione geografica nonché la secondaria importanza delle sue industrie e dei suoi impianti militari, infatti, la collocavano al di fuori delle aree di interesse tattico-strategico per le incursioni aeree alleate. Ciò aveva diffuso nella popolazione tedesca l’infondata convinzione che essa fosse una sorta di “città aperta” il cui valore storico-artistico e, perfino, segreti accordi fra la RAF e la Luftwaffe sarebbero stati garanzia di protezione. Le condizioni determinate dall’avanzata dell’Armata Rossa e dalla necessità di supportarne le manovre da parte delle forze angloamericane, tuttavia, avrebbero drammaticamente mutato il destino di Dresda e delle migliaia di tedeschi ivi rifugiatisi.

Sul finire del ’44, dunque, la finalità di ostacolare il previsto spostamento sul fronte orientale di truppe tedesche tramite la distruzione delle vie di comunicazione e l’induzione allo sfollamento verso ovest di grandi masse di persone ridefinirono le modalità e la mappa dei target degli aerei inglesi e statunitensi: obiettivo esplicito divenne determinare il massimo caos possibile in Germania anche e soprattutto tramite intensi e indiscriminati bombardamenti sulle città del Reich, così come previsto già nell’estate dal piano Thunderclap (Colpo di tuono). Il 7 ottobre di quello stesso anno, per la prima volta, 70 tonnellate di bombe colpirono la ferrovia della Capitale Sassone e il 16 gennaio successivo la scena si ripeté, questa volta con 279 tonnellate di ordigni esplosivi e 43 incendiari. Si trattava, comunque, di interventi marginali rispetto alle pesanti incursioni aeree che, contemporaneamente, venivano effettuate contro le raffinerie, le industrie e le postazioni militari di Dortmund, Hannover, Norimberga o Berlino. Ciò continuò ad illudere la popolazione di Dresda in merito ad un particolare status della città tanto da rendere lecito e possibile agli occhi degli abitanti il festeggiamento del Carnevale.

La sera del 13 febbraio 1945, pochi giorni dopo la conclusione della Conferenza di Yalta fra Churchill, Roosevelt e Stalin, era martedì grasso. Il circo Sarassini aveva organizzato uno spettacolo speciale cui la cittadinanza rispose con entusiasmo riempiendo gli spalti di bambini nei loro costumi sgargianti, come se si trattasse di un normale giorno di festa. Tale era la convinzione che il centro urbano non sarebbe stato fatto oggetto di bombardamenti che quando risuonarono le sirene antiaeree alle 22.08, mentre andava in scena il numero conclusivo di clown, gli spettatori si allontanarono con ordine, dirigendosi quasi svogliatamente ai rifugi: doveva trattarsi di un eccesso di zelo delle autorità che, del resto, settimane prima, avevano ordinato il trasferimento dei migliori pezzi di artiglieria ad est perché fossero utilizzati in funzione anticarro contro i Tank dell’Armata Rossa. Pochi minuti più tardi, tuttavia, il cielo sopra Dresda cominciò ad affollarsi di velivoli: i primi a giungere sopra il centro abitato furono alcuni quadrimotori Avro Lancaster dell’83° squadriglia inglese dai quali furono lasciati cadere grappoli di bengala che illuminarono la città a giorno; ciò permise a nove De Havilland Mosquito, agili cacciabombardieri, di dirigersi con facilità verso lo stadio ove furono lanciate delle bombe segnaletiche. L’alta colonna di fumo rosso che, in breve, prese a levarsi dal centro del campo sportivo rappresentò il punto di riferimento per il grosso della flotta aerea che seguiva: in due riprese, l’una fra le 22.13 e le 22.30 circa e l’altra fra l’01.22 e l’01.54 del giorno successivo, 796 Lancaster sganciarono sulla Capitale Sassone 1478 tonnellate di bombe esplosive e 1182 incendiarie.

La doppia incursione ad una distanza di tempo così ravvicinata aveva un duplice obiettivo: da un lato causare il maggior numero di morti possibile colpendo quanti dopo la prima ondata fossero usciti dai rifugi e, soprattutto, le squadre antincendio e di protezione civile nel frattempo intervenute; dall’altro cercare, anche grazie all’eliminazione di queste ultime, di innescare un tremendo fenomeno già osservato durante altri bombardamenti su suolo tedesco, russo e giapponese: la così detta “tempesta di fuoco”. Tale fenomeno si verificava nel momento in cui un grande quantitativo di ordigni incendiari ed esplosivi veniva sganciato su di un’area relativamente ristretta ed avente una struttura urbana composta da case ravvicinate e costruite con materiali facilmente infiammabili. In assenza di venti naturali tutto ciò provocava incendi di particolare intensità che surriscaldavano l’aria fino a 1500° e innescavano vorticose correnti ascensionali; il vuoto generato da tali correnti richiamava quindi l’aria fredda dalla periferia verso l’epicentro della “fornace” producendo venti in grado di raggiungere velocità di 200 o 300 km/h: ogni cosa, persona o animale nel raggio di centinaia di metri veniva così scaraventata nella parte più calda di quell’inferno di fiamme ove i tessuti organici semplicemente si volatilizzavano.

A Dresda, dopo tre ore dal secondo bombardamento, la tempesta di fuoco divampò con una ferocia inaudita generando un vero e proprio ciclone che, come fu testimoniato dagli equipaggi di alcuni velivoli inglesi e statunitensi, generò un calore avvertibile fin dentro le carlinghe degli aerei ed in grado di scagliare a migliaia di metri di altezza oggetti di ogni tipo. Al suolo gli spostamenti d’aria divennero talmente forti da risucchiare tutto ciò che si trovasse nel raggio di un km dal cuore dell’incendio e, persino, rovesciare vagoni ferroviari situati a tre km dallo stesso. L’elevata temperatura dell’aria, man mano decrescente quanto più ci si spostava dal centro urbano, lasciò dietro di sé cadaveri orrendamente carbonizzati o soffocati dall’ustione delle vie respiratorie. Anche molti di coloro che vollero rimanere nei rifugi antiaerei non ebbero sorte migliore e trovarono la morte fra le fiamme che si propagarono facilmente distruggendo le mura dei rifugi stessi – appositamente rese abbattibili onde creare una sorte di tunnel sotterraneo proprio in caso di bombardamento – o asfissiati per la carenza di ossigeno dovuta alla sua combustione. Il giorno successivo ed ancora il 15 febbraio, mentre una colonna di fuoco e fumo si rendeva visibile fino a trecento km di distanza, ulteriori bombardamenti furono condotti dall’aviazione statunitense contro ciò che rimaneva della Capitale sassone: i B-17 americani sganciarono in quattro distinti raid altre 1250 tonnellate di bombe esplosive ed incendiarie portando a termine la distruzione di quella che era stata una delle più belle città dell’Europa continentale.

Delle 28410 case del centro 24866 furono distrutte e un’area di circa quindici km quadrati fu rasa al suolo; 75000 dei 220000 appartamenti furono completamente devastati, 11000 gravemente danneggiati, 7000 danneggiati e 81000 leggermente danneggiati mentre 199 fabbriche furono colpite e rese inservibili. Paradossalmente l’infrastruttura che subì meno danni fu proprio la ferrovia, tornata in funzione su binario unico dopo pochi giorni. Per quanto riguarda le cifre dei morti negli anni sono state avanzate quantificazioni assai distanti: se il regime nazista parlò di 200000 morti, cifra sostanzialmente confermata da vari analisti del dopoguerra, le più recenti ricerche hanno ridotto drasticamente il numero delle vittime attestandolo fra le 25000 e le 35000 unità. Quale che ne sia stato il numero, ad ogni modo, resta l’atrocità di un’azione che fu volta più a portare morte, terrore e sgomento fra la popolazione civile che ad ottenere sostanziali risultati militari.

Di fronte a tale constatazione difficilmente confutabile, come anche per le atomiche sganciate sul Giappone, c’è chi ha voluto porre l’accento sulla necessità avvertita dagli angloamericani di colpire le popolazioni degli stati nemici onde fiaccarne la resistenza in tempi brevi e chi ha voluto sottolineare come un intervento siffatto sottendesse un messaggio o, meglio, una minaccia per l’amico/nemico sovietico a pochi giorni dalla spartizione del mondo a Yalta. Indipendentemente dalla lettura tattico-strategica che se ne voglia dare, tuttavia, essa resta un episodio terribile che ci ricorda come, in ogni guerra, a perdere è sempre l’umanità intera.

 

Bibliografia

Jörg Friedrich, La Germania bombardata, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2004

Frederick Taylor, Dresda, Mondadori, Milano 2004

Giorgio Bonacina, Comando bombardieri, operazione Europa, Bompiani, Milano, 1975

David Irving, Apocalisse su Dresda, Mondadori, Milano 1965

 

Andrea Fermi

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