Uomini contro: la vita di Malcolm X

“I have a dream…” Chi di noi può dire di non aver mai ascoltato l’incipit di questo discorso pronunciato da Martin Luther King di fronte al Lincoln Memorial di Wasghinton il 28 agosto 1963? Con esso il pastore protestante afroamericano smascherava agli occhi del mondo intero la forte discriminazione razziale esistente negli Usa ed obbligava il suo Paese a fare i conti con uno stato di cose troppo a lungo ipocritamente negato. La strada scelta da King per condurre la sua battaglia fu sempre legalitaria ed improntata alla non-violenza; questa opzione fu connessa ad una critica nei confronti della società americana strettamente limitata all’ambito dei diritti civili e priva di connotati politici tali da definirne più che genericamente la collocazione nell’ambito ideale progressista. Ciò non valse, tuttavia, per l’intero movimento “nero” né per tutti coloro i quali furono riconosciuti come suoi leader. Fra questi ultimi chi, senza dubbio, si fece assertore di una più ampia e radicale prospettiva di rottura con il modello ed i valori statunitensi fu Malcolm Little o, come lo avrebbe conosciuto la storia, Malcolm X.

Malcolm nacque ad Omaha, nel Nebraska, il 19 maggio 1925. Il padre, Earl Little, era un predicatore battista che, assieme alla moglie, Louise Norton Little, aveva aderito alla Universal Negro Improvement Association, movimento pan-africanista di liberazione dei neri fondato dal sindacalista e politico giamaicano Marcus Garvey nel 1914. L’impegno nella diffusione delle idee di quest’ultimo e la necessità di sottrarsi alle ripetute aggressioni della “Legione Nera” – appendice del Ku Klux Klan negli stati del nord, formata in buona maggioranza da italiani e slavi – costrinsero i Little a numerosi trasferimenti fin quando, nel 1931, il padre perì in circostanze mai del tutto chiarite: se, prestando fede alla versione ufficiale, fu investito da un tram, secondo quanto asserì tempo dopo Malcolm nella sua autobiografia era stato ucciso da quella stessa organizzazione per la supremazia bianca che due anni prima aveva incendiato la loro casa. La tragedia e le pessime condizioni economiche aggravatesi con l’esplosione della crisi del ’29 colpirono duramente la famiglia. A farne le spese, fu soprattutto l’unico genitore rimasto, Louise Norton: a seguito dello stress psicologico dovuto alle controversie riguardo alla scomparsa del marito ed alla persecuzione da parte dei gruppi razzisti, la donna, nata da uno stupro ad opera di un bianco nei confronti della madre, ebbe ripetuti crolli emotivi che nel 1939 la portarono ad essere dichiarata insana di mente ed alla reclusione in un istituto psichiatrico. La famiglia, ormai da anni costretta in condizioni di gravi difficoltà, fu così definitivamente smembrata con la distribuzione dei figli a tutori ed orfanotrofi.

Tutto ciò avveniva mentre il giovane Malcolm, inevitabilmente influenzato dagli avvenimenti, era espulso dalla sua scuola per cattiva condotta e comportamento anti-sociale ed era destinato al riformatorio di Lansing (1938). Nonostante i non buoni presupposti, nell’istituto di correzione dello Stato del Michigan riuscì a ritrovare quel tanto di serenità ed equilibrio che gli permisero di dedicarsi con successo agli studi; ciò almeno fintanto che il sogno di divenire un avvocato di fama non si infranse contro la dura realtà discriminatoria degli Usa sbattutagli crudemente in faccia dalle parole del suo professore preferito riguardo alla non realisticità di tale prospettiva per un nero. Compiuti 16 anni e grazie alla tutela della sorella maggiore Ella Little Collins, Malcolm decise così di abbandonare il riformatorio ed i libri e di trasferirsi a Roxbury, il quartiere nero di Boston. Qui trovò lavoro prima come lustrascarpe in un night club e, poi, come cameriere nei ristoranti e sui convogli ferroviari ma, anche grazie a quest’ultima esperienza lavorativa, decise in breve di lasciare la capitale del Massachusetts e stabilirsi a New York.

Nel contesto sottoproletario del quartiere di Harlem, Malcolm, dopo essere riuscito ad evitare la chiamata alle armi fingendo una patologia mentale e dichiarando di essere favorevole allo schieramento nipponico e ad una guerra contro i razzisti degli Stati Uniti del Sud, si dedicò ad una serie di attività illegali fra cui organizzazione di scommesse clandestine, sfruttamento della prostituzione, estorsione, spaccio di droga e rapina. Ciò lo portò ben presto nel mirino delle forze di polizia e, nonostante il tentativo di sottrarsi all’arresto con un nuovo trasferimento a Boston, nel febbraio 1946 fu catturato assieme ad altri membri della sua banda mentre tentava di rivendere ad un banco di pegni un orologio rubato. La conseguente condanna per violazione di domicilio, possesso illegale di armi da fuoco e furto diede così inizio ad un lungo periodo di detenzione che fra il 1946 ed il 1952 lo avrebbe visto “ospite” di tre diversi istituti penitenziari del Massachusetts.

Fu proprio durante tale permanenza nelle “patrie galere” e, in particolare, nei tre anni trascorsi presso la “morbida” colonia penale di Norfolk – ove fu trasferito nel 1948 anche grazie all’interessamento della sorella – che, tramite il fratello Reginald, Malcolm si avvicinò alla Nation of Islam, setta islamica militante nata da una scissione dell’Universal Negro Improvement Association. Guidata dall’operaio nero Elijah Poole, autoproclamatosi con il nome di Elijah Muhammad profeta di un Islam ben poco legato agli insegnamenti del Corano e dell’ortodossia musulmana, il gruppo predicava il separatismo autosufficiente dei neri dai bianchi, il futuro ritorno in Africa della popolazione afroamericana, denunciava il razzismo della religione cristiana e lottava contro la droga, il tabacco, l’alcool, i cibi impuri ed ogni forma di vizio. Tali suggestioni ebbero grande presa sul detenuto Malcolm che si diede ad uno studio “matto e disperatissimo” – arrivò persino a copiare un intero dizionario – per perfezionare il suo lessico ed apprendere conoscenze tali da suffragare le posizioni di Poole con cui, peraltro, avviò un quotidiano scambio epistolare. Quando nel 1952 per la buona condotta ma forse anche per la vivace attività di proselitismo avviata nel carcere fu decisa la sua scarcerazione, egli era un uomo affatto cambiato, pronto a dare inizio ad un nuovo capitolo della sua vita.

Tornato in libertà Malcolm si trasferì a Inkster, il ghetto nero di Detroit, ove trovò lavoro prima come commesso, poi come operaio presso un’industria automobilistica ed, infine, come “rettificatore” alla Gar Wood, una fabbrica di camion. L’impegno nelle attività della NOI, tuttavia, divenne tanto preponderante da indurlo in breve a fare ritorno sulla costa orientale e a dedicarsi a tempio pieno alla predicazione: proprio in quel periodo, d’altra parte, il giovane Little decideva significativamente di abbandonare il suo cognome derivato dalla famiglia bianca che nei precedenti secoli aveva posseduto i suoi avi e di sostituirlo con una X. Le sue capacità organizzative ed oratorie furono fondamentali per la crescita del movimento: fra il 1952 ed il 1963 i proseliti si moltiplicarono e furono aperte numerose nuove moschee in tutti gli USA mentre nelle edicole faceva la sua comparsa il giornale dal titolo Muhammad Speaks. Affatto rilevante fu, in particolar modo, la sua capacità di “parlare” alla popolazione dei ghetti e di avvicinare in modo sempre più significativo i giovani alla lotta di cui si fece promotore. Tutto ciò, oltre a valergli il controllo da parte della CIA intenzionata a monitorare le azioni di un agitatore che secondo alcuni informatori si autoproclamava comunista, fece crescere considerevolmente la sua popolarità che arrivò a competere con quella dello stesso Poole.

Agli inizi degli anni ’60, tuttavia, una serie di ragioni segnarono la fine della collaborazione fra i due leader afroamericani. Da un punto di vista personale i primi dissapori si ebbero quando  da una parte Poole e vari altri esponenti del movimento dimostrarono una crescente invidia e sospetto di fronte a tanto successo di X, dall’altra quest’ultimo biasimò fortemente i comportamenti lascivi del primo il quale intratteneva diverse relazioni con le sue segretarie. Ma le vere ragioni della loro separazione furono eminentemente ideologiche: l’evoluzione del quadro statunitense ed internazionale, infatti, resero Malcolm sempre più insofferente rispetto al punto di vista particolaristico e millenaristico che il vecchio capo continuava a professare come corretto per il movimento, da cui derivava la sua estraneità alla politica. Per X era arrivato invece il momento di passare all’azione cercando di creare una diretta collaborazione con i gruppi antisegregazionisti del sud e di internazionalizzare il problema dei neri tramite intese con Paesi arabi ed africani. Tali differenze di vedute divennero clamorosamente evidenti nel 1963 quando Malcolm espresse parole critiche nei confronti della marcia di Washington e del citato discorso di King (con cui peraltro aveva già polemizzato riguardo alla sua scelta pacifista) nonché, soprattutto, quando, in merito all’attentato a Kennedy, considerò freddamente come la violenza che quest’ultimo non era riuscito a fermare gli si fosse ritorta contro.

Tale esternazione suscitò un grande scalpore a seguito del quale il NOI decise di dissociarsi da quanto detto da X e di impedirgli pronunciamenti pubblici per 90 giorni. Ciò di fatto segnò una frattura incolmabile che l’anno successivo fu sancita dalla fuoriuscita di Malcolm dalla Nation of Islam e dalla fondazione di questi, a seguito di un viaggio in Egitto ed Arabia Saudita, di un nuovo movimento, l’Organizzazione per l’Unità Afroamericana: paradossalmente quest’ultima, mentre il suo leader tornava su suolo statunitense convertito all’Islam sunnita e con il nuovo nome di El-Hajj Malik El-Shabazz, non riconosceva più l’aspetto religioso come elemento di coesione per il popolo nero. Lo spostamento su posizioni laiche dell’OUAA corrispose all’esplicita adozione di riferimenti ideologici che collocavano la nuova realtà in un ambito di estrema sinistra e, quindi, all’intervento duramente critico nella vita politica del paese tanto in fatto di questioni interne quanto estere, con particolare riferimento all’impegno statunitense nel Vietnam. Nel più ampio contesto di crescente opposizione alla guerra nella penisola indocinese e dei montanti movimenti di contestazione ciò non poté che aumentare ulteriormente la fama di X le cui posizioni divennero centrali soprattutto nel dibattito che portò alla nascita del così detto Black power e del Black panther army.

Parallelamente alla sua influenza, tuttavia, crebbe anche il numero dei suoi detrattori e dei suoi nemici: scampato ad un tentativo di avvelenamento a Il Cairo e, soprattutto, ad un attentato dinamitardo contro la sua abitazione di New York il 14 febbraio 1965, Malcolm vide concretizzarsi quella minaccia alla vita che aveva perseguitato i suoi genitori e che lui stesso avvertiva ormai da anni. La tragedia, d’altra parte, era solo rimandata: il 21 febbraio di quel medesimo anno, infatti, mentre stava tenendo un discorso pubblico a Manatthan, Malcolm X fu vittima di un nuovo attentato; questa volta 7 colpi partiti dalle armi da fuoco di tre aderenti alla NOI – Talmadge Hayer, Norman 3X Butler e Thomas 15X Johnson –, in seguito arrestati e condannati, lo raggiunsero ferendolo a morte. Ai funerali, celebrati il 27 febbraio ad Harlem, parteciparono circa un milione e mezzo di persone che accompagnarono la salma nel cimitero di Ferncliff ove tutt’oggi riposa.

Guardandola con gli occhi di oggi la figura di Malcolm X non può che suscitare una lunga serie di riflessioni: di fronte ai numerosi recenti casi di violenza anche mortale ad opera di membri delle forze di polizia statunitensi contro afroamericani nonché ai rigurgiti di razzismo e xenofobia più che evidenti in diversi Paesi di ogni latitudine, non si può non sottolineare come molte delle sue battaglie mantengano un’attualità evidente. D’altra parte è interessante considerare come la sua vita e le sue scelte ci parlino di un argomento estremamente rilevante ai nostri giorni legato a quella capacità dell’Islam, evidenziata anni or sono anche dal giornalista Tiziano Terzani, di sostituirsi al socialismo nel farsi interprete delle aspirazioni di riscossa delle masse subalterne. Non può essere questo, certo, il luogo per approfondire tali tematiche ma esse stesse ribadiscono il peso storico di un personaggio il cui ricordo dovrebbe essere coltivato e valorizzato.

“La Storia è la memoria di un popolo e senza una memoria l’uomo è ridotto al rango di animale inferiore”

Malcolm X

Bibliografia

Malcolm X, Alex Haley, Autobiografia di Malcolm X, Rizzoli, Milano 1992.

Malcolm X, Ultimi discorsi, Einaudi, Torino 1968.

Manning Marable, Malcolm X, Donzelli, Roma 2011.

Andrea Fermi

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