L’incendio del Reichstag

Nel mondo d’oggi, un mondo connotato, da una parte, da dinamiche di potere e conflittualità sempre più complesse ed articolate e, dall’altra, da una potenzialità comunicativa mai vista prima, uno degli approcci che emergono più di frequente nell’analisi comune della contemporaneità è senza dubbio la dietrologia. Chi di noi può dire di non essere mai incappato in considerazioni genericamente definite “complottistiche” parlando di questo o quell’avvenimento dietro il quale si sarebbe celato chissà che interesse occulto? Pur non indulgendo ad una prospettiva che, se non attentamente soppesata, può portare a eccessive semplificazioni se non proprio fantasiose invenzioni, occorre riconoscere come la Storia del nostro passato ci abbia fortemente condizionato in tal senso elargendo copiosamente esempi che ben si prestano a questa chiave di lettura. D’altra parte, come affermò il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”. La ricorrenza della settimana ci porta, dunque, a ricordare uno di detti esempi ed, anzi, potremmo dire, l’esempio per eccellenza, divenuto sovente riferimento iconico di quegli avvenimenti in cui la figura della vittima e del carnefice si confondono sullo sfondo di una strumentalizzazione funzionale a terzi fini: l’incendio del Reichstag.

Siamo a Berlino, Germania, agli inizi di un anno, il 1933, che avrebbe segnato pesantemente le sorti del Paese mitteleuropeo e del mondo intero. Dopo un lungo periodo di forte instabilità dovuta alle durissime condizioni postbelliche e, soprattutto, alla veloce diffusione della crisi del ’29 dagli Usa all’intero mondo occidentale, la stagione politica che va sotto il nome di Repubblica di Weimar segnava ormai il passo cedendo a quelle forze autoritarie che in molti paesi del Vecchio Continente andavano sempre più rafforzandosi: con la nomina nel gennaio di Adolf Hitler a Cancelliere, iniziava un processo che nel volgere di pochi mesi avrebbe portato alla chiusura di quell’esperienza democratica ed all’affermazione di un nuovo regime totalitario. In detto processo il rogo del parlamento tedesco, il Reichstag per l’appunto, ebbe una ruolo essenziale: esso, infatti, funse da pretesto al partito nazional-socialista (NSDP) per accelerare fortemente le manovre di smantellamento del sistema repubblicano istituito nel 1919.

Tutto avvenne in brevissimo tempo: alle 21.14 del 27 febbraio una stazione dei pompieri ricevette l’allarme relativo ad un incendio divampato nel palazzo del parlamento. Quando arrivarono le prime squadre di vigili del fuoco il rogo, che immediatamente apparve di origine dolosa, aveva ormai avvolto l’intero edificio e un’esplosione aveva mandato in fiamme la camera dei deputati. Ben poco c’era, dunque, da fare se non concentrarsi sulle cause e sui responsabili. A tal proposito ci furono pochi dubbi: secondo quanto apertamente asserirono Hitler e Hermann Göring – Presidente del Reichstag e numero due del NSDP – nel frattempo sopraggiunti, i responsabili erano i comunisti i quali, per mano di un loro militante olandese, Marinus Van der Lubbe, ritrovato seminudo nei pressi del palazzo, avevano operato il misfatto.

Ciò portò in pochi giorni all’arresto di migliaia di aderenti al partito di estrema sinistra – fra cui gli stessi leader Torgler e Thälmanne all’incriminazione per complicità di tre comunisti bulgari: Georgi Dimitrov (dirigente di spicco del Comintern), Blagoj Tanev e Vasil Popov. A questo si aggiunse il varo del così detto “Decreto dell’incendio del Reichstag” – il cui vero nome fu “Decreto del Presidente del Reich per la protezione del Popolo e dello Stato” – approvato dal vecchio Presidente della Repubblica Paul von Hindeburg sotto pressione di Hitler già il giorno dopo il rogo e con il quale i principali diritti civili riconosciuti dalla Costituzione del 1919 vennero aboliti. Il tutto, infine, avveniva a pochi giorni dalle elezioni politiche del 5 marzo le quali non poterono non essere condizionate dall’accaduto. Esse, infatti, consegnarono il 44% delle preferenze ai nazional-socialisti e sancirono una pesante sconfitta per il partito comunista ai cui deputati eletti fu peraltro impedito con la forza di sedere sui propri seggi: in questo modo i nazisti costruivano le condizioni per raccogliere nelle loro mani il controllo assoluto del Paese e a fare di Hitler, tramite la di poco successiva concessione dei pieni poteri da parte di un parlamento ripulito da ogni opposizione, il fürher del terzo Reich.

Il singolare tempismo dell’evento, la velocità con cui i suddetti provvedimenti vennero adottati così come alcune palesi incongruenze fra la versione ufficiale e la verosimiglianza dell’accaduto – prima fra tutte l’impossibilità che fosse stato un solo individuo ad appiccare un incendio propagatosi, come fu subito evidente, da più parti dello stabile – alimentarono in molti i sospetti che si fosse in presenza di un complotto ordito dallo stesso partito nazista onde far ricadere le colpe sulle opposte fazioni politiche e motivarne così la repressione. Ciò divenne ancor più evidente con l’apertura del processo a Lipsia il quale, per molti versi, si rivelò un boomerang per Hitler ed i suoi: il maldestro tentativo di chiamare in causa direttamente il Comintern e, quindi, l’Unione Sovietica tramite la figura di Dimitrov, infatti, non sortì gli effetti sperati ed anzi finì per trasformarsi in una tribuna dalla quale quest’ultimo non solo riuscì a dimostrare l’innocenza sua e dei suoi connazionali ma smontò l’intero impianto accusatorio mettendone a nudo la strumentalità politica.

L’agguerrita difesa del comunista bulgaro, tradotta in varie lingue e diffusa in molti Paesi, così come gli esiti delle inchieste indipendenti organizzate a Londra e Parigi e conclusesi con la conferma delle responsabilità naziste dietro al rogo, dunque, convinsero in larga misura l’opinione pubblica mondiale che si fosse in presenza di una macchinazione del partito hitleriano. Tale convinzione, d’altronde, avrebbe ricevuto un’ulteriore controprova durante i processi di Norimberga quando Hans Gisevius – allora funzionario del ministero degli interni prussiano – e Rudolf Diels – comandante della Gestapo – testimoniarono rispettivamente che il ministro della propaganda nazional-socialista Göbbels era stato il primo a ventilare l’ipotesi di un attentato contro il parlamento e che Göring si era dimostrato ben consapevole di quali sarebbero dovute essere le dinamiche dell’azione ordinando prima dell’incendio, peraltro, la formulazione di una lista delle persone da arrestare nelle ore immediatamente successive allo stesso; sempre a Norimberga Franz Halder, capo dello stato maggiore tedesco, arrivò persino a riferire che durante una cena svoltasi in occasione del compleanno di Hitler del 1943 Göring aveva affermato che lui solo sapeva come erano andate le cose nel Reichstag poiché sua era la mano dietro il rogo.

 Tutto ciò, ovviamente, non emerse a Lipsia ove, tuttavia, la corte fu costretta ad assolvere per mancanza di prove i comunisti bulgari. E Van der Lubbe? Egli confessò di essere responsabile dell’attentato e sulla base di tale confessione fu condannato a morte, peraltro in funzione di un’aberrazione giuridica che attribuì valore retroattivo alla reintroduzione nell’ordinamento giuridico tedesco della pena capitale per reati volti a sovvertire l’ordine pubblica, avvenuta il 29 marzo 1933. Sulla figura del giovane olandese e sul suo ruolo nell’accaduto gli storici continuano ad interrogarsi e a produrre una serie di interpretazioni spesso assai divergenti fra loro: di volta in volta, infatti, egli è stato presentato come semplice capro espiatorio estraneo ai fatti e costretto alla confessione tramite torture, come collaboratore dei nazisti, come piromane lasciato agire intenzionalmente dal novello potere nazional-socialista per strumentalizzare il suo operato, come folle alla ricerca di fama. Dubbi sono stati avanzati sulla sua stessa appartenenza politica – sembra, infatti, fosse stato espulso dalle fila comuniste qualche anno prima – e, perfino, sull’esistenza di quella tessera del partito comunista olandese che, trovata in suo possesso al momento dell’arresto, avrebbe inequivocabilmente indirizzato le indagini.

Quel che è certo è che nel più ampio contesto di scontro ideologico che venne a delinearsi durante il processo, Marinus fu tragicamente abbandonato al suo destino perfino dai suoi coimputati. Dimitrov, infatti, si dimostrò attento a dimostrare la propria innocenza tanto additando i dirigenti del partito nazista come le menti dell’attentato quanto riconoscendo in lui l’esecutore materiale dello stesso e, quindi, denunciandolo come strumento di cui i “nemici del popolo” avevano abusato. Da questo punto di vista, anche alla luce della posizione adottata da alcuni gruppi della sinistra comunista che videro in Van der Lubbe non un pazzo o un provocatore bensì un uomo di convinzioni libertarie mosso dalla speranza di produrre una sollevazione popolare contro il nazismo tramite un eclatante gesto di protesta, non si può escludere che la linea difensiva del leader bulgaro fosse improntata anche a quello scontro tutto interno al movimento comunista fra la linea staliniana e le sue varie opposizioni. Parimenti e conseguentemente non si può escludere, come pure hanno fatto alcuni storici, che l’eventuale concreta responsabilità di Marinus Van der Lubbe vada riferita ad un’azione condotta sulla base di una sincera opposizione al nazional-socialismo e meriti quindi la degna considerazione che si deve nei confronti di ogni azione di resistenza antifascista ed antinazista. Nonostante l’interessamento dell’ambasciatore olandese che chiese la grazia per il condannato, Marinus fu decapitato il 10 gennaio 1934: solo nel 2008 la sentenza pronunciata 75 anni prima che lo riconosceva responsabile del rogo assieme ad altri colpevoli rimasti ignoti fu dichiarata illegale e il giovane giustiziato è stato ufficialmente riabilitato.

Come detto in apertura di questo articolo da quella notte del 27 febbraio 1933 i bagliori delle fiamme del Reichstag son tornate ad illuminare più volte le vicende del nostro recente passato. Molte volte si sono chiaramente palesate come tali – si pensi, solo per citare un esempio a noi vicino, alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 –, molte di più hanno lasciato dietro di sé solo l’odore di bruciato ed un cumulo di sospetti. In questi ultimi casi non resta che sperare nella Storia il cui corso, un giorno, forse restituirà al mondo la giustizia della verità.

Bertold Brecht
Ballata dell’incendio del Reíchstag
1.
Dopo che il grancassa per tredici anni
a tutto il mondo aveva annunciato
i misfatti dei comunisti, non uno
si era ancora avverato.
2.
E i tamburini irati rullano:
qualcosa deve succedere alfine.
Gli assassini, vedete, non vogliono
commettere assassinii.
3.
Un giorno, era ancora inverno,
sulle rive della Panke si sostava
il Fiihrer disse: oggi si sente
un incendio del Reichstag nell’aria.
4.
E quel lunedì sera un grande
edificio era avvolto nel fuoco.
Era tremendo il crimine
e l’incendiario ignoto.
5.
Fu trovato un ragazzo
Con i calzoni e basta
e in tela, rilegata,
la tessera comunista.
6.
Chi gli ha dato quella tessera?
Perché stava li in giro?
Le S.A. stavano nei pressi,
ma a loro non si chiede il motivo.
7.
Per incendiare quell’edificio
dovevano essere in dodici:
era quasi tutto di pietra e i punti
che ardevano erano dodici.
8.
In mezzo ai dodici incendi
c’erano in dodici delle S.A.,
indicavano con mani annerite
quel gracile ragazzo là.
9.
E così, per merito del Führer
fu scoperta la congiura,
certo, quello che veniva alla luce
 a più d’uno ha messo paura.
10.
Nella casa dove la congiura
deve essere passata per forza,
abitava un certo Göring
all’oscuro della cosa.
11.
Lui, il presidente del Reichstag, aveva
mandato in permesso tutte le guardie,
e non è in casa quando sente
che il Reichstag è in fiamme.
12.
Perché tu, presidente, hai mandato
oggi in permesso le tue guardie?
Oggi è proprio il lunedí
che il tuo Reichstag è in fiamme!
13.
Se il giudice lo interrogasse,
non avrebbe la risposta facile,
ma non puoi incriminarlo,
perché lui stesso è il giudice.
14.
Lui non interroga Hermann Göring,
così non scopre il vero e il falso,
ma conclude che la colpa
è dei comunisti. Chiaro.
15.
E prima che fosse trascorsa la notte
di questo sanguinoso febbraio,
ogni nemico di Hitler
fu ucciso o imprigionato.
16.
Quando a Roma Nerone del sangue
dei cristiani aveva sete,
diede la sua Roma alle fiamme
e la ridusse in cenere.
17.
Cosí Nerone fornì la prova
che i cristiani erano canaglie.
Questa lezione un certo Hermann Göring
l’imparò che era in fasce.
18.
A Berlino nel millenove‑
centotrentatre, un lunedí sera,
c’era il palazzo dell’ultimo
Reichstag che ardeva.
19.
Chi cantò questo fattaccio, si chiamava
Oberfohren e non visse più a lungo:
quando il mondo lo venne a sapere
gli hanno sparato subito.

 

Bibliografia:

Nico Jassies, Berlino brucia. Marinus Van der Lubbe e l’incendio del Reichstag, Zero in condotta, Milano, 2007.

Georgij Dimitrov, Il processo di Lipsia, Editori Riuniti, Roma, 1972

François Delpla, «Il terrorismo del potere: dall’incendio del Reichstag alla notte dei lunghi coltelli», in: Guerre et Histoire n° 7, settembre 2002.

Tobias Fritz, The Reichstag Fire: Legend and Truth, Secker & Warburg, London, 1963.

Edouard Calic, L’incendio del Reichstag, Feltrinelli, Milano 1970.

Ian Kershaw, Hitler 1889-1936 Hubris, The Penguin Press, London 1998.

 

Andrea Fermi

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