La forma dell’acqua // Guillermo del Toro

“L’acqua prende la forma di tutto ciò che la contiene in quel momento e, anche se può essere così delicata, l’acqua resta anche la forza più potente e malleabile dell’universo. Vale anche per l’amore, non è vero? Non importa verso cosa lo rivolgiamo, l’amore resta sé stesso sia verso un uomo, una donna o una creatura.
Guillermo del Toro spiega con queste parole il titolo e il messaggio del film, che definire tale mi sembra quasi riduttivo.  Visivamente potente infatti, quest’opera è un capolavoro cinematograficamente sublime, una vera goduria per cinefili appassionati come lo è il regista stesso!

La trama è assurda e semplice al contempo, ambientata nei primi anni ’60, periodo della Guerra Fredda: in un laboratorio di ricerca aerospaziale nella città di Baltimora, gli scienziati sottopongono una creatura anfibia, prelevata in Amazzonia, ad esperimenti che potrebbero rivelarsi cruciali nella gara con i sovietici alla conquista dello spazio. Nello stesso laboratorio lavora come addetta alle pulizie Elisa, una ragazza muta le cui giornate si susseguono in una monotonia di azioni automatiche, che scandiscono il tempo di una realtà piatta. Quando però Elisa vede per la prima volta questo essere ibrido, un pesce con sembianze di uomo, sente forte l’istinto di entrare in contatto con lui e presto nasce tra i due una relazione d’amore. Decide così di liberarlo, ma per questo ha bisogno di aiuto, quindi si avvale del supporto di Zelda, una collega nera che ha nei suoi confronti un atteggiamento affettuoso e protettivo, e di Giles, il suo anziano vicino gay, artista dagli altri bistrattato per via del suo orientamento sessuale; interverrà inaspettatamente anche uno scienziato russo, per portare a termine la delicata missione.
Appare subito chiaro che il comune denominatore di questi personaggi  è la diversità (disabilità, etnie e orientamento sessuale) rispetto agli standard di una società che riconosce come “normale” solo chi è conforme agli stereotipi culturali dell’epoca… ma non è un caso che il tema venga proposto proprio ai giorni nostri. Certi pregiudizi sono duri a morire, e Guillermo del Toro, cineasta visionario e appassionato, sceglie per la funzione sociale di questa sua opera una modalità d’espressione perfetta: la favola.
Perché, come lui stesso sostiene, “Il modo migliore per raccontare le cose, anche quelle serie, è la favola. Verso le favole gli adulti non hanno difese.”

Questo gioiello artistico offre una commistione di generi che ho molto apprezzato (sentimentale, fantasy, noir, e anche musical), ed è un vero omaggio al cinema classico, con riferimenti a moltissimi film, primi su tutti naturalmente Il mostro della laguna nera, Jack Arnold 1954, cui il regista si è ispirato per ricreare l’uomo-anfibio, e varie versioni di La bella e la bestia; ma anche musical degli anni quaranta con la bimba prodigio Shirley Temple, con Fred Astaire, insomma l’elenco sarebbe veramente lungo, basti pensare che Elisa abita proprio sopra una sala cinematografica.
I fan di Guillermo del Toro sanno già che il suo cinema è fatto di simboli, io l’ho scoperto grazie a La forma dell’acqua (mi ha attratta proprio il titolo, visto che è l’elemento naturale cui mi sento più affine).
La scelta di una creatura che viene mantenuta in vita grazie alla costante immersione in vasche col fluido vitale, ad esempio, non è un caso. Nulla in questo film lo è. L’acqua, che è fonte di vita, rimane presenza costante dall’inizio alla fine. Anche nelle scene in cui non è esplicitamente rappresentata, viene sottintesa grazie ai colori, nonostante l’atmosfera sia sempre dark: in particolare nel laboratorio degli esperimenti e nell’abitazione di Elisa, predominano toni scuri e freddi, ma con un’esaltazione di verde e blu. Tinta che permea gli ambienti così come la “pelle” dell’uomo-anfibio… l’elemento acquatico è insomma un forte veicolo per trasmettere il messaggio di positività.
Il fine regista ci mostra con effetti speciali non particolarmente sofisticati, ma dall’ottima efficacia, come nelle gocce d’acqua uguali tra loro nell’essenza, seppur non nella forma, ci sia somiglianza e quindi possibile unione.

Alcune note di tipo tecnico, che hanno contribuito a rendere speciali le due ore di programmazione:
seppure l’impatto forte è dato dall’ambientazione e dalla fotografia, particolarmente curate (ricordiamo tra  le varie candidature agli Oscar 2018, quelle per la migliore  scenografia, a cura di Paul D. Austerberry, migliore fotografia, responsabile Dan Laustsen, migliori costumi Luis Sequeira), di certo il cast contribuisce a valorizzare il tutto con un’importante interpretazione corale. Sally Hawkins (Elisa) compensa l’assenza della voce con una capacità espressiva assolutamente straordinaria; Doug Jones che è riuscito a rendere credibile e apprezzabile l’uomo anfibio (il cui aspetto definitivo ha richiesto all’artista britannico Mike Hill – responsabile degli effetti speciali – nove mesi di lavoro);  Octavia Spencer (Zelda), Richard Jenkins (Giles) e Michael Shannon (col. Strickland, il cattivo di turno) sono comprimari azzeccatissimi – tutti candidati agli Oscar 2018 – e altro ruolo fondamentale, considerando anche che i due personaggi principali non possono esprimersi a parole, spetta alla colonna sonora curata da Alexandre Desplat, anch’essa con rimandi a film d’epoca e candidata agli Oscar 2018 come miglior colonna sonora (meritatissima, a parer mio).

Il film ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2017 ed è candidato a 13 Premi Oscar 2018, ma non è per questo che ne consiglio vivamente la visione.
Guillermo del Toro ha ricevuto varie accuse di plagio (anche dal regista Jean Pierre Jeunet di Il favoloso mondo di Amélie, altro film dalle atmosfere oniriche, con cui io stessa ho riscontrato similitudini); il punto è che in questa specie di secondo Medioevo odierno, ben vengano favole del genere, per far riaprire gli occhi a noi adulti… E allora andate e godetene tutti, la recensione è finita.

Francesca Micci

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