ELEZIONI 2018, COME SIAMO ARRIVATI FIN QUI

Mancano meno di 24 ore al voto. Di questa campagna elettorale, breve e brutta, poco è rimasto e pochi sono stati gli elementi degni di nota. Molti invece i grandi assenti e le dimenticanze. Prima fra tutte, stando ai sondaggi, la memoria degli italiani. Per questo, piuttosto che sbilanciarsi sul prevedere chi vincerà, ammesso che ci sarà un vincitore, direi che sia molto più utile ricordare i precedenti appuntamenti elettorali per capire come siamo arrivati fin qui.

Cinque anni fa, esattamente il 24 e 25 febbraio 2013 si votava per la XVII legislatura; esito di quelle consultazioni vide un sostanziale pareggio percentuale tra i principali partiti PD e PDL, nonostante uno squilibro di seggi assegnati per via dell’allora legge elettorale. L’esito fu un governo composto da una grande coalizione, con Enrico Letta, che lasciò il ruolo al neo eletto segretario del PD Matteo Renzi esattamente un anno dopo, con la conseguente fuoriuscita di Forza Italia, e con i pentiti del centrodestra (Alfano, Lorenzin, Lupi) rimasti a reggere la maggioranza. Dimessosi anche lui dopo il referendum del dicembre 2016, è succeduto Gentiloni, formalmente ancora in carica.

Prima ancora, nell’aprile del 2008, altra tornata elettorale, improntata per la prima volta fortemente ad un bipolarismo (quasi) puro tra centrodestra e centrosinistra, con Berlusconi a capo del primo schieramento e Veltroni come sfidante nell’altro. L’esito fu una vittoria netta della coalizione PDL, Lega Nord e Movimento per le Autonomie, che porto Berlusconi e i suoi alleati ad avere un ampio margine di governabilità, ma che si concluse con il “commissariamento da parte dell’Europa” (se si può definire così) nel novembre del 2011. L’italia aveva uno spread a 572 punti percentuali, l’economia era in procinto di recedere e il deficit/PIL aveva superato il tetto del 3% imposto, raggiungendo il 3,5%. Seguirono il governo del Presidente di Napolitano con Mario Monti primo ministro, la Fornero, la Severino, Passera e via dicendo. Governo che portò a misure di austerity nette quanto necessarie, che andarono dalla riforma del sistema pensionistico, all’abolizione dell’articolo 18, dall’introduzione di vecchie e nuove imposte (come l’IMU) fino a dei consistenti tagli indiscriminati alla spesa pubblica intesa come servizi ai cittadini non più somministrati dagli enti regionali e locali.

Se andiamo ancora più indietro, dobbiamo risalire ad altri due anni prima, all’aprile del 2006 quando la tornata elettorale portò ad una maggioranza di centrosinistra con a capo Romano Prodi, che andava da Bertinotti a Mastella, vittoriosa per pochissimi voti e seggi, al punto che nel giro di una ventina di mesi, il solo spostamento di una manciata di senatori ne decretò la fine. In quel breve lasso di tempo i conti pubblici ne avevano beneficiato, il debito pubblico/PIL era sceso sotto quota 100 (non accadeva dal 1991) a discapito di evasori e popolarità, oltre che a livello di immagine per uno schieramento così eterogeneo e litigioso.

Prima ancora, e qui mi fermo, nel maggio del 2001 ci fu un nuovamente vittorioso Berlusconi, trionfante per la seconda volta (la prima fu nel 1994) con un’ampia maggioranza insieme ai suoi alleati di allora Bossi, Fini e Casini, che regalarono 5 anni di “stabilità” al Paese. Periodo nel quale si sono discusse e in alcuni casi approvate innumerevoli leggi riguardanti il tema “giustizia” e “conflitto di interessi” e che si ricorda per l’approvazione della patente a punti come principale conquista per gli italiani (se qualcuno ne ricorda altre, ce le dica) insieme alla controproducente legge Bossi-Fini per i non italiani.

Ora, è ovvio che non è facile in questi tempi confusi decidere innanzitutto se andare a votare, successivamente per chi votare. Si può contare in questa occasione su una legge elettorale che seppur assolutamente imperfetta, garantisce una rappresentanza a tutti in quanto ripartisce i seggi per buona parte con il metodo proporzionale non avvantaggiando le coalizioni, bensì i singoli schieramenti (ammesso che nessuno arrivi al 40%). In questo modo può risultare più facile scegliere chi si sente più vicino e chi pensiamo possa rappresentarci meglio. Ricordiamoci soltanto che non c’è mai limite al peggio. Buon voto a tutti.

Filippo Piccini

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