Il massacro della foresta di Katyń

La guerra è sempre barbarie, scontro voluto dalle classi dominanti per interessi economici e fatto pagare sulla pelle dei popoli. Più volte è capitata l’occasione per sottolineare tale aspetto che, prescindendo dai casi particolari e dalle specifiche peculiarità dovute all’epoca storica, accomuna gran parte dei conflitti bellici di cui si sia resa protagonista l’umanità. Recentemente, ricordando l’anniversario del bombardamento di Dresda, abbiamo sottolineato come anche la seconda guerra mondiale, la guerra che più di ogni altra ha assunto nell’immaginario collettivo i caratteri dello scontro fra “bene” e “male”, non si discosti da queste caratteristiche intrinseche ed abbia mostrato, da ogni parte, esempi di brutale ferocia. Tale considerazione, vale la pena ribadirlo nel contesto di facile revisionismo odierno, non va affatto nella direzione strumentalmente forzata da alcuni di parificare chi lottò su un fronte piuttosto che su un altro giacché le responsabilità ideologiche e materiali di chi scatenò quella carneficina restano argomenti imprescindibili per un’analisi degna di questo nome; essa deve, piuttosto, indurci a riflettere sulla disumanità della guerra in quanto tale  anche attraverso gli errori e gli orrori compiuti da chi si schierò dalla parte “giusta”.

La ricorrenza della settimana, invero, ci rammenta un episodio che non può propriamente essere inserito nell’ambito del secondo conflitto mondiale pur essendo ad esso assai strettamente legato. Siamo nella Polonia orientale, primavera del 1940. Nel settembre dell’anno precedente il Paese era caduto, dopo una strenua resistenza, sotto i colpi congiunti delle armate tedesche e di quelle russe. Erano questi i frutti del paradosso diplomatico che aveva visto due nazioni guidate da sistemi e ideologie radicalmente contrapposti firmare il 23 agosto 1939 a Mosca un patto di non aggressione – passato alla storia con il nome dei suoi due firmatari, il ministro degli affari esteri del Reich Joachim von Ribentrop e il Commissario del Popolo per gli Affari Esteri Vjačeslav Michajlovič Skrjabin detto Molotov –  ed accordarsi in segreto riguardo alla spartizione del territorio polacco.

Molto si potrebbe dire sul patto nazi-sovietico e su quali furono i presupposti che portarono alla sua firma. Alla luce di quella che fu l’evoluzione del secondo conflitto mondiale, l’interesse tedesco è facilmente intuibile: da un lato impedire che nell’imminente guerra voluta dal fürher, le truppe del Reich si trovassero a combattere contemporaneamente su due fronti; dall’altro rassicurare l’URSS riguardo l’intenzione di ampliare i propri domini ad occidente onde, poi, quando ritenuto opportuno, attaccarla sfruttando l’effetto sorpresa. Da parte sovietica, invece, la stipula di un accordo che sconvolse le forze socialiste e comuniste di tutto il mondo appena all’indomani, peraltro, della guerra civile spagnola, era improntato ad un approccio strettamente di realpolitik. Nell’instabile quadro prebellico, infatti, un aspetto era chiaro a tutti: il conflitto avrebbe portato ad una resa dei conti fra nazional-socialismo e bolscevismo. Le valutazioni relative alla possibilità e, fors’anche, la speranza che Hitler rivolgesse in primis le sue mire espansionistiche contro il comune nemico comunista, indussero le democrazie borghesi a temporeggiare fin troppo lungamente a fronte delle richieste di accordi bilaterali in funzione antitedesca avanzate da Stalin. Nell’ottica, dunque, di garantire l’Unione Sovietica dalla minaccia nazista, il dittatore sovietico assunse una prospettiva affatto pragmatica accantonando le pregiudiziali teoriche ed optando per un’intesa diretta con la Germania.

Come abbiamo visto, tuttavia, il patto Ribentrop-Molotov non sanciva solo la non aggressione fra i due Stati ma stabiliva anche la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici. In termini ideologici tale clausola se appariva coerente con le prospettive nazional-socialiste si mostrava affatto contraddittoria con quelli che sarebbero dovuti essere i precetti dell’internazionalismo marxista. Da questo punto di vista Stalin palesava una volta per tutte quanto la “sua” Unione Sovietica si fosse discostata dal percorso immaginato da Lenin e dai bolscevichi dell’ottobre 1917: il progetto del “socialismo in un solo Paese” che di lì a poco avrebbe motivato la parola d’ordine schiettamente borghese della “grande guerra patriottica”, dopo una lunga e feroce repressione delle opposizioni interne trasformava definitivamente l’URSS da centro irradiante la rivoluzione mondiale in potenza a tutti gli effetti imperialista.

Ma torniamo alla Polonia orientale della primavera del 1940. Come detto, nonostante l’agguerrita resistenza, la potenza soverchiante dei nemici aveva velocemente avuto ragione dell’esercito polacco negli ultimi mesi dell’anno precedente. I sovietici, entrati nel Paese il 17 settembre ufficialmente per proteggere i cittadini bielorussi ed ucraini minacciati dall’invasione tedesca iniziata 16 giorni prima, avanzarono senza particolari difficoltà: la dislocazione sul fronte occidentale di gran parte delle truppe di Varsavia e l’ordine emanato dal Governo di ridurre al minimo gli scontri con l’Armata Rossa, infatti, facilitarono ulteriormente quella che il PCUS chiamò ipocritamente “campagna di liberazione”. Nelle pur non numerose battaglie scoppiate, ad ogni modo, circa 10000 furono i morti (6-7000 polacchi e 2-3000 russi) e altrettanti i feriti mentre diverse centinaia di migliaia furono i militari ed i civili fatti prigionieri dai sovietici e trasportati in campi di detenzione. Proprio fra marzo e maggio del 1940 per circa 22000 internati, in maggioranza ufficiali reclusi nei campi di Kozel’sk, Starobel’sk e Ostaškov ed in varie prigioni delle zone occupate della Bielorussia e dell’Ucraina, si consumò un destino tragico espressamente voluto dalle più alte cariche del politburo sovietico: il 5 marzo, infatti, facendo seguito ad un’informativa inoltrata dal capo della polizia segreta (NKVD) Lavrentij Pavlovič Berija, Stalin disponeva l’esecuzione degli attivisti “nazionalisti e controrivoluzionari” reclusi a seguito dell’occupazione della Polonia. La  pena capitale sarebbe stata disposta dalla troika della NKVD sulla base di appositi dossier redatti nei campi per ogni singolo “imputato” e l’esecuzione sarebbe avvenuta segretamente con pistole di fabbricazione tedesca onde far ricadere sul nemico nazista le responsabilità dell’eccidio nell’eventuale caso di invasione ai danni dell’URSS.

Il triste destino dei condannati rimase ignoto a lungo. Nessuna notizia emerse nemmeno quando, a seguito dell’effettivo attacco all’Unione Sovietica da parte delle forze dell’Asse nell’estate del 1941, il Governo di Mosca e quello di Varsavia strinsero un’alleanza in chiave antitedesca disponendo la creazione di un corpo di armata polacco in territorio sovietico: le insistenze dei generali Władysław Anders e Władysław Eugeniusz Sikorski presso i massimi dirigenti del PCUS onde conoscere la dislocazione degli ufficiali polacchi internati al fine di una pronta liberazione ed il loro reinserimento in servizio, infatti, trovarono risposte elusive e, in ultima analisi, inconcludenti.

Occorrerà attendere il 13 aprile 1943 quando la radio tedesca diede notizia del ritrovamento nella foresta a oriente di Smolensk, in località Kozie Gory non lungi dal villaggio di Katyń, di alcune fosse comuni indicate alla Wermacht dalla popolazione locale: in esse erano sepolti circa 4000 cadaveri in avanzato stato di decomposizione ma facilmente riconoscibili dalle loro uniformi e dai documenti rimasti loro addosso come membri appartenenti all’esercito polacco; i militari erano stati legati con le mani dietro la schiena e giustiziati con un colpo alla nuca.

La responsabilità dell’eccidio fu immediatamente attribuita ai bolscevichi da parte del regime nazional-socialista tramite le parole del suo ministro della propaganda Joseph Göbbels: in un momento in cui le sorti della guerra cominciavano a complicarsi non poco per la Germania quel ritrovamento rappresentava un’insperata occasione per incrinare il fronte antinazista e, in particolare, disunire i comandi russi da quelli polacchi. Relativamente a quest’ultimo aspetto, la manovra di Berlino ebbe successo: nonostante Mosca avesse subito rigettato le accuse di colpevolezza al mittente sostenendo che i militari ritrovati morti fossero stati impiegati in opere di costruzione ad ovest di Smolensk per poi essere uccisi dalle truppe tedesche impegnate nell’“operazione Barbarossa”, infatti, la richiesta inoltrata alla Croce Rossa Internazionale dal governo di Varsavia in esilio di investigare sull’accaduto bastò a Stalin per rompere le relazioni con l’entourage polacco accusato di fare il gioco di Berlino. D’altra parte, tuttavia, USA e Gran Bretagna impegnate nell’ultima e più decisiva fase del conflitto non potevano permettersi il lusso di mettere a rischio l’alleanza con l’URSS. Ciò nemmeno di fronte alle conclusioni della commissione internazionale della CRI istituita su iniziativa tedesca, le quali sulla base dell’esame dei cadaveri, dei documenti trovati loro indosso – tutti attestanti date non successive al marzo 1940 –, dell’abbigliamento invernale, della dendrocronologia degli alberi della foresta circostante, rivelanti un’età non superiore ai tre anni, ma non inferiore ai due, attribuirono il massacro all’Armata Rossa.

Tali conclusioni, d’altronde, vennero duramente contestate da Mosca sotto l’accusa di essere figlie della propaganda nazista e ribaltate dagli esiti di una nuova commissione d’inchiesta istituita nel 1944 dai sovietici dopo la riconquista della zona in questione. Il tentativo russo di consegnare alla storia il verdetto della suddetta commissione durante il processo di Norimberga citando nei capi d’accusa ai gerarchi nazisti anche gli eccidi degli ufficiali polacchi, tuttavia, non ebbe successo soprattutto per l’opposizione statunitense e belga. Per molti decenni, dunque, le responsabilità del massacro di Katyń – appellativo con cui si è finito per indicare l’esecuzione di tutti i prigionieri di guerra polacchi internati a seguito dell’occupazione russa del ’39 – sono rimaste in una sorta di limbo in cui il silenzio ha definito una verità scomoda da ammettere. Fu solo fra il 1989 ed il 1992, con la crisi del sistema sovietico, che gli archivi riconsegnarono alla luce documentazione comprovante la responsabilità diretta di Stalin, dei massimi dirigenti del PCUS e della NKVD nell’eccidio. Nell’ottobre del 1990 l’ultimo presidente dell’URSS Michail Sergeevič Gorbačëv porse alla Polonia le scuse ufficiali per l’orrenda strage.

Nonostante ci sia ancora chi nutre sospetti ed avanza riletture dietrologiche, dunque, oggi appare innegabile che a guidare la mano dei boia di Katyń fu un approccio tutto interno alla  prospettiva imperialista della Russia staliniana la cui prima vittima fu l’identità nazionale della Polonia fiaccata tramite la decapitazione del suo esercito e della sua borghesia.

Andrea Fermi

  • 22
  •  
  • 2
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    24
    Shares

© 2012-2018 virgoletteblog.it ideato da Filippo Piccini sito web realizzato da Riccardo Spadaro

Log in with your credentials

Forgot your details?