Civitella del Tronto: l’ultima fortezza borbonica

Quando si parla di unità d’Italia e, in particolar modo, della caduta del Regno delle due Sicilie uno dei motivi che più comunemente vengono richiamati fra le cause della repentina destituzione del potere borbonico a seguito dell’“Impresa dei mille” e dell’intervento delle truppe sabaude è il rapido disfacimento di un esercito mal guidato se non propriamente tradito dai suoi stessi ufficiali. Non si può negare che molteplici furono gli errori tattici dei dirigenti politico-militari meridionali fiduciosi, forse, in una risoluzione diplomatica del conflitto, così come numerosi furono i casi di defezione di ufficiali superiori soprattutto in Calabria. Ciò nonostante la storia dell’annessione del mezzogiorno al nascente Regno d’Italia ci racconta anche episodi di agguerrito scontro la cui memoria, velocemente sbiadita nella cultura di massa, è rimasta viva quasi esclusivamente nella tradizione delle comunità locali. È il caso di Civitella del Tronto, piccola cittadina abruzzese collocata sulle pendici di una collina di arenile alla cui sommità si ergono ancor oggi gli imponenti resti della fortezza che fu teatro dell’ultima battaglia fra l’esercito sabaudo e quello borbonico.

La resistenza della “piazza di seconda classe” di Civitella del Tronto ebbe inizio il 10 settembre 1860, appena 24 ore dopo l’esplosione della rivolta unitaria nel teramano che aveva portato a dichiarare decaduto il potere borbonico. L’esortazione del comandante delle armi della provincia volto ad indurre la guarnigione a schierarsi dalla parte del novello governo provvisorio, infatti, si scontrò contro la netta opposizione dell’anziano ufficiale in comando, il Maggiore richiamato dalla fanteria sedentaria Luigi Ascione, il quale, di comune accordo con il Maggiore Domenico Salinas e con il Capitano proveniente dal XII reggimento cacciatori Giovanni Raffaele Tiscar, rifiutò la proposta ed ordinò lo stato d’assedio. Le due compagnie del 3° Reggimento di gendarmeria comandate al Capitano Giuseppe Giovine, cui si aggiungevano alcuni artiglieri costieri e volontari per un totale che le fonti fanno variare fra i 450 e i 650 uomini, si asserragliarono, dunque, nel forte che disponeva di un’artiglieria composta da venti vecchi cannoni a canna liscia, tre obici, due mortai ed una colubrina bronzea rinascimentale. Cominciava così una lunga attesa durante la quale le notizie della caduta delle fortezze di Pescara (16 settembre) ed Ancona (29 settembre) nonché della repressione della rivolta antisabauda nella vicina Campli (21 ottobre) certo non dovettero rinfrancare gli animi dei soldati.

Il primo colpo di cannone che sancì, di fatto, l’inizio della battaglia fu sparato il 26 ottobre 1860 dalla Legione Sannita, un reparto di volontari i cui comandi disposero a partire dal 9 novembre successivo il blocco del forte e l’occupazione delle prossime località di Ripe, Piane, Fucignano e Passo. La resistenza degli assediati, tuttavia, si dimostrò subito agguerrita: i reiterati tentativi di indurre la guarnigione borbonica allo scioglimento prima tramite la richiesta di resa pacifica rigettata nuovamente da Ascione, quindi con intensi cannoneggiamenti ed assalti, si rivelarono, infatti, del tutto infruttuosi tanto da indurre gli assedianti a ritirarsi dalle montagne circostanti  il 6 dicembre. Tale azione, in verità, non era finalizzata all’abbandono del campo ma a ricongiungere le stanche forze dei volontari sanniti alle truppe del Generale piemontese Ferdinando Pinelli nel frattempo giunto nella frazione di Ponzano alla guida di diverse compagnie di fanteria e di un robusto reparto di artiglieria. L’arrivo dei rinforzi sabaudi diede nuovo slancio all’attacco alla fortezza che dal 10 al 17 dicembre, dopo un ulteriore rifiuto di resa da parte degli ufficiali borbonici, fu ininterrottamente fatta oggetto di colpi di cannone. Ciò nonostante al termine del mese non si contavano morti fra i soldati fedeli alla corona delle due Sicilie e lo scontro sembrava avviarsi ad una nuova impasse.

Un piccolo spiraglio verso una possibile risoluzione della battaglia sembrò aprirsi l’8 gennaio 1861 quando, assieme alla piazza d’armi di Gaeta ove si era rifugiata la famiglia reale borbonica, Civitella firmò un armistizio della durata di otto giorni durante i quali si tennero molti incontri fra il Maggiore Ascione ed il suo parigrado sabaudo Belli. La richiesta del primo di ottenere più giorni di tregua onde ottenere informazioni sul da farsi dal suo comando, tuttavia, non fu accolta dal Generale Pinelli il quale, sotto la forte pressione di Cavour interessato ad ottenere una vittoria in breve tempo, decise di riprendere le ostilità. Assieme ai bombardamenti, però, l’ufficiale alla guida delle truppe piemontesi, forse frustrato dai suoi insuccessi, diramò anche alcuni bandi contro i civili abitanti sulle pendici della collina scatenando una tale indignazione popolare da obbligare Torino a rimuoverlo dall’incarico e sostituirlo con il Generale Luigi Mezzacapo, ex ufficiale d’artiglieria borbonica e Maggior Generale nell’esercito della Repubblica romana del 1849. Contemporaneamente anche fra gli assediati si assistette ad un cambio al vertice: mentre, infatti, la guarnigione veniva elevata di grado divenendo, così, piazza di prima classe, Giovine, che aveva indirizzato al comando borbonico alcune relazioni negative sull’operato di Ascione, fu nominato Colonnello e  posto al comando della cittadella militare.

Il 15 febbraio, dunque, due giorni dopo la caduta di Gaeta e la fuga di Francesco II delle due Sicilie, i bombardamenti ripresero più violenti che mai: Mezzacapo, ricevuti i nuovi cannoni a tiro rapido progettati dal Generale di artiglieria Giovanni Cavalli e già utilizzati con successo proprio a Gaeta, ordinò di bersagliare l’obiettivo con tutta la potenza di fuoco disponibile sperando di concludere vittoriosamente l’attacco nel volgere di pochi giorni. I proiettili sabaudi arrecarono gravissimi danni alle mura difensive ed agli edifici del forte molti dei quali erano ormai ridotti ad un cumulo di macerie senza però riuscire a piegare la resistenza degli assediati: quando il 17 marzo 1861, 33 giorni dopo, Vittorio Emanuele II fu incoronato Re d’Italia, la guarnigione continuava a combattere e, nonostante le crescenti perdite in vite umane, a respingere gli assalti piemontesi.

Il coraggio dei soldati di Civitella del Tronto, tuttavia, non avrebbe potuto difendere la fortezza ancora a lungo: in quello stesso 17 marzo, infatti, i comandi piemontesi risolsero di impiegare tutte le forze disponibili per cancellare l’onta rappresentata dall’ultima cittadella su cui ancora sventolava il vessillo borbonico dopo la resa di Messina, avvenuta 5 giorni prima. Rinforzato ulteriormente il proprio contingente, arrivato a contare oltre 3000 uomini, e ricevuto l’ennesimo rifiuto da parte degli assediati che non vollero deporre le armi nemmeno di fronte al pronunciamento in tal senso di Francesco II – pronunciamento consegnato ad una lettera recapitata dal Generale Della Rocca ma creduta falsa –, Mezzacapo ordinò di aprire nuovamente il fuoco: dopo tre giorni di bombardamenti durissimi, alle ore 11.00 del 20 marzo 1861 il Maggiore Raffaele Tiscar, vice-comandante del forte, espose la bandiera bianca e comunicò la resa agli ufficiali piemontesi provvedendo quindi a firmare la capitolazione congiuntamente al Tenente Colonnello sabaudo Emilio Pallavicini. L’ultimo colpo, tuttavia, non era stato ancora sparato: alle 13.45 il Sergente Messinelli, accusato di aver contravvenuto agli ordini del Generale Della Rocca, fu portato fuori porta napoletana e fucilato senza processo. Mentre, dunque, i 291 superstiti venivano catturati e avviati come prigionieri di guerra ad Ascoli piceno ove l’amministrazione locale ordinò che, per rispetto della loro abnegazione, non fossero insultati dalla popolazione, alle 17.00 lo Stato Maggiore sardo faceva il suo ingresso nella fortezza ammainando la bandiera borbonica ed issando il tricolore. Due giorni dopo, come monito per i briganti, il Ministro della Guerra Manfredo Fanti diede ordine di distruggere quanto rimaneva di essa condannandone i resti ad un abbandono che sarebbe durato oltre un secolo.

Oggi, dopo lunghe e dispendiose opere di restauro di cui l’ultima è stata disposta dalla Regione Abruzzo proprio pochi giorni fa, il forte è tornato ad ergersi in tutta la sua maestosità sulla cima della collina di Civitella del Tronto. Visitando il paese più di qualche sorriso viene strappato dagli stemmi borbonici ostentati con orgoglio sulle autovetture o nei negozi, espressione semplicistica e certo residuale di un’identità locale che vuole mantenere vivo il ricordo delle  proprie radici. Certo, dall’alto della sua imponenza, la struttura militare iniziata in periodo rinascimentale e via via ampliata nei secoli rappresenta una vicina troppo ingombrante per essere ignorata ma è soprattutto il suo passato ad emergere nella meritevole opera di valorizzazione della memoria storica del territorio teramano.

Civitella del Tronto oggi

Bibliografia

Tommaso Bruni, Civitella del Tronto. Terzo assedio,  Rivista abruzzese,Teramo 1902.

Tito De Sanctis, Assedio di Civitella del Tronto, Campagne per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia, Stab. Tip. Bezzi-Appignani e C., Teramo 1892.

Carino Gambacorta, Storia di Civitella del Tronto, Edigrafital, Teramo 1992.

Camillo Valentini, Assedio e resa della Fortezza di Civitella del Tronto. 20 marzo 1861,Coop. Tip. “Ars et Labor”, Teramo 1961.

 

Andrea Fermi

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