L’altro primo maggio: la strage di Portella della Ginestra

Giornata di vacanza, giornata di concerti per molti; giornata di memoria di un passato ormai cristallizzato nel tempo per alcuni; giornata di lotta, di una storia che ha ancora molto da dire nel presente e nel futuro per pochi, forse pochissimi: tutto questo è il “primo maggio”. La molteplicità dei modi in cui, oggi come oggi, tale festività viene percepita e vissuta rende la scelta relativa a come celebrare la sua ricorrenza tutt’altro che semplice: certamente la sempre più evidente predisposizione del mondo contemporaneo a dimenticare le vicende trascorse avrebbe potuto indurre a riflettere sulle origini della “festa dei lavoratori” con una specifica ricostruzione delle battaglie operaie per le otto ore lavorative svoltesi negli Stati Uniti durante gli anni ’80 dell’‘800 e, in particolar modo, della così detta “Rivolta di Haymarket” il cui tragico epilogo nei primi giorni di maggio del 1886 valse a livello internazionale la scelta della data in questione. La scontatezza di una tale opzione, l’elevato numero di contributi siffatti reperibili sul web ed il rischio di far apparire il nostro “Appuntamento con la Storia” come uno dei tanti interventi “moralizzatori” buoni per lavare le coscienze ma ben presto dimenticati, tuttavia, ci ha spinto a cercare un altro episodio che potesse servire per rendere omaggio al “primo maggio”. La scelta, dunque, ha riguardato un accadimento specificatamente italiano avvenuto nell’immediato secondo dopoguerra tanto significativo nel ricordo della ricorrenza quanto emblematico, per certi versi, di quella che sarebbe stata la storia della nostra prima repubblica: la strage di Portella della Ginestra.

È il 1947. Dopo gli anni bui del fascismo durante i quali i festeggiamenti della “festa dei lavoratori” sono stati vietati e sostituiti da quelli per i natali di Roma (21 aprile), finalmente il “primo maggio” torna ad essere celebrato in tutta il Paese. In Sicilia, in special modo, l’anniversario cade in un momento particolare: sull’onda delle imponenti lotte contadine contro il latifondo – ancora molto diffuso nell’isola –, per l’occupazione e la redistribuzione delle terre, infatti, le elezioni svoltesi il 20 aprile hanno visto la netta vittoria del “Blocco del popolo”, coalizione formata dal PCI e dal PSI, contro la Democrazia Cristiana e le compagini indipendentiste. Le ragioni delle masse subalterne sembrano, finalmente, guadagnare un’autorevolezza politica in grado di affermare anche nelle “stanze dei bottoni” gli interessi di contadini e braccianti: i motivi per festeggiare, dunque, vanno oltre la mera ricorrenza e guardano con fiducia al futuro. Fra i nomi delle località ove vengono organizzati incontri, iniziative o semplici riunioni ludiche c’è anche quello di Portella della Ginestra, una vallata circoscritta dai monti Kumeta, Maja e Pelavet nel palermitano.

Il richiamo del comizio del quotato politico Girolamo Li Causi – poi sostituito, perché impegnato in altra manifestazione, dal segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato, Giacomo Schirò – ma soprattutto la prospettiva di trascorrere una bella giornata in compagnia con pranzo finale all’aria aperta hanno indotto già dalle prime ore della mattina oltre duemila persone a raggiungere Portella a piedi, su carretti o a dorso di mulo dalle vicine Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Molti sono i lavoratori ed i sindacalisti con le immancabili bandiere rosse ma molti sono anche i bambini, le donne e gli anziani: le lotte sociali quel giorno devono incontrarsi e fondersi con una sana e semplice gioia di vivere. Le cose, tuttavia, andranno assai diversamente da quanto auspicato dai dimostranti e, nel volgere di pochi minuti, la tinta scarlatta del sangue sostituirà il medesimo colore dei vessilli politici. Quel giorno a Portella, infatti, non ci sono solo contadini e famiglie ma, nascosto su un promontorio che domina la vallata, c’è anche il bandito e finanziatore del Movimento indipendentista siciliano democratico repubblicano (Misdr)  Salvatore Giuliano accompagnato dalla sua banda. La missione è semplice quanto infame: sparare sulla folla inerme, fare una strage.

Sul rudimentale palco allestito per l’occasione Schirò ha appena preso la parola quando – sono circa le 10.15 – dalle alture circostanti partono le prime raffiche di mitra. Inizialmente i convenuti pensano siano semplici mortaretti esplosi in segno di festeggiamento ma ben presto si accorgono che qualcuno sta sparando su di loro. È il panico: la folla si disperde in ogni direzione nella disperata ricerca di un riparo che, data l’impossibilità di comprendere da dove provengano i colpi, è pressoché impossibile trovare. Sono infiniti minuti di inferno prima che sulla vallata piombi un silenzio irreale rotto solo dai lamenti dei feriti: i proiettili hanno raggiunto diverse decine di persone di cui undici sono morte sul colpo. I loro nomi sono: Margherita Clesceri (minoranza albanese, 37 anni), Giorgio Cusenza (min. albanese, 42 anni), Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni), Francesco Vicari (min. albanese, 22 anni), Vito Allotta (min. albanese, 19 anni), Serafino Lascari (min. albanese, 15 anni), Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni), Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia (18 anni), Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni). Le conseguenze delle ferite renderanno questa triste lista ancora più lunga nei successivi mesi ed anni.

L’eco dell’accaduto genera un’ondata di sdegno e proteste in tutto il Paese. Mentre il Ministro degli Interni, Mario Scelba, si affretta a comunicare alla Costituente che si tratta di un fatto circoscritto privo di finalità politiche, la Cgil indice uno sciopero generale additando i latifondisti siciliani come mandanti della strage ed accusandoli di voler soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori. Le indagini di Polizia e Carabinieri, intanto, si avviano subito nella giusta direzione grazie anche alla testimonianza di quattro cacciatori che quella mattina si sono imbattuti negli uomini di Giuliano e, dopo essere stati disarmati e legati, hanno udito distintamente il crepitare delle armi da fuoco su Portella: se la P.S., tuttavia, tende a confermare le posizioni ministeriali riconoscendo nel solo Giuliano l’esecutore e il mandante della strage, il rapporto indirizzato a Roma dai CC inserisce chiaramente fra i possibili responsabili occulti dell’eccidio elementi reazionari in combutta con la mafia locale.

Il  bandito di Montelepre, ad ogni modo, sembra inafferrabile e, nei mesi ed anni successivi, continua ad operare – e rivendicare – una serie di attentati a colpi di mitra e bombe a mano contro sedi comuniste e socialiste in varie località del palermitano. La latitanza, però, non gli impedisce di far conoscere la sua versione dei fatti all’opinione pubblica ed ai giudici che, nel 1950, avviano un processo contro di lui ed alcuni noti esponenti della sua banda prima a Palermo e poi a Viterbo: in diversi memoriali e lettere, infatti, Giuliano scagiona tutti i personaggi politici chiamati in causa dalle varie versioni sull’accaduto avanzate in quel periodo – primo fra tutti Scelba – ed asserisce che l’azione omicida è stata condotta solo per punire i social-comunisti “rei” di voler sottrarre le masse contadine al controllo della mafia. Ciò almeno fino al maggio 1950 quando, in una lettera indirizzata al giornale comunista “l’Unità” asserisce che il Ministro degli Interni siciliano lo vuole far uccidere perché le sue parole potrebbero rovinargli la carriera politica e la vita stessa. Nessuno, tuttavia, potrà chiedere contezza di queste affermazioni al bandito: circa due mesi dopo, il 5 luglio 1950, Salvatore Giuliano viene ritrovato morto nel cortile della casa di un avvocato di Castelvetrano, ufficialmente ucciso in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine.

I dubbi sulla versione fornita dai Carabinieri, però, sono molteplici e, quasi subito alcuni giornalisti ventilano l’ipotesi che a sparare il colpo mortale contro Giuliano è stato il suo braccio destro, Gaspare Pisciotta il quale, d’altra parte, durante le udienze per l’eccidio di Portella della Ginestra si autoaccusa dell’omicidio[i]. Pisciotta, inoltre, chiama in causa come mandanti della strage alcuni personaggi politici di spicco fra cui, ancora una volta, Mario Scelba, ma le sue dichiarazioni non saranno credute a causa dei molteplici cambiamenti nelle versioni date: il 9 febbraio 1954, egli morirà avvelenato con una dose di 20 mg di stricnina sciolta nel caffè mentre scontava nel carcere dell’Ucciardone la pena all’ergastolo comminatagli il 3 maggio 1952 in primo grado – assieme ad altri undici imputati – per i fatti di Portella. I successivi gradi di giudizio, terminati con la sentenza del 1960, continueranno a disconoscere l’esistenza di mandanti e consegneranno alla storia una verità giudiziaria assai controversa.

Ciò non ha potuto far altro che incentivare il moltiplicarsi di interpretazioni di varia natura nel corso degli anni. Alcuni hanno puntato il dito contro i delicati equilibri internazionali e la pesante ingerenza statunitense nelle faccende italiane del dopoguerra; altri hanno alluso ad una sorta di abbozzo di quella che, tempo dopo, sarebbe stata chiamata “Strategia della tensione”; altri ancora hanno voluto intravedere in quell’orribile eccidio la prima prova provata di un accordo fra Stato e mafia. Quel che è certo è che a 71 anni di distanza la spiacevole consapevolezza di non conoscere quanto davvero accadde quel primo maggio a Portella della Ginestra è più che mai concreta e, al pari delle tante, troppe altre stragi rimaste del tutto o in parte prive di colpevoli nella storia della prima repubblica, ci interroga da vicino su un passato che non dobbiamo lasciar passare.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Girolamo Li Causi,Portella della ginestra. La ricerca della verità, Ediesse, Roma 2007.

Angelo La Bella, Mecarolo Rosa, Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d’Italia, Teti, Roma 2003.

Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Franco Angeli editore, Roma 2013.

[i] La sentenza stabilirà che il Pisciotta, divenuto ormai da qualche tempo consulente del Comando forze repressione banditismo istituito dal Ministero degli Interni, aveva effettivamente ucciso nel sonno Giuliano per poi trasportarne il corpo nel luogo del rinvenimento. Qui era stata inscenata una sparatoria dagli uomini del suddetto Comando onde permettere al Pisciotta di fuggire e proseguire la sua azione sotto copertura.

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