La curiosa storia del Colonnello Thomas Blood

L’“appuntamento con la storia” di questa settimana esce dalle solite vesti “impegnate” che caratterizzano il suo abituale approccio alla riflessione sul nostro passato e propone il ricordo di un personaggio la cui memoria non è dovuta alla sua rilevanza storica bensì alla particolarità delle vicende di cui si rese protagonista. Stiamo parlando di Thomas Blood, un nome che, con ogni probabilità, dirà ben poco a chi legge ma che conserva tutt’oggi una certa fama oltremanica. Chi era, dunque, costui? E per quali “gesta” continua ad essere ricordato in ambito anglosassone?

Thomas nacque nella contea di Clare nel 1618 da una benestante famiglia anglo-irlandese: il nonno era stato membro del parlamento irlandese mentre il padre, maniscalco di successo, si era arricchito tanto da riuscire a comprare diversi territori nelle contee di Clare, Meath e Wicklow. La rispettabilità e la prosperità familiare gli permisero di frequentare le migliori scuole dell’epoca nel Lancashire ove rimase fino all’età di 20 anni quando, dopo aver sposato Maria Holcroft, figlia di un gentiluomo inglese, fece ritorno in Irlanda. La sua permanenza sull’isola natia, tuttavia, fu assai breve: con l’esplosione della prima guerra civile inglese nel 1642 Blood fece ritorno in Inghilterra per prendere parte al conflitto al fianco del re Carlo I con il grado di colonnello salvo poi, con un radicale cambiamento di posizione, schierarsi con i repubblicani e divenire uno dei luogotenenti di Cromwell in Parlamento. Proprio questa militanza gli valse alla fine del conflitto, nel 1653, una ricca ricompensa in termini di concessioni terriere elargite per diretta volontà del capo rivoluzionario il quale lo nominò, inoltre, giudice di pace.

La restaurazione del potere monarchico e la salita al trono di Carlo II nel 1660, tuttavia, segnarono un grave rovescio nelle fortune di Blood: con l’Act of Settlment emanato nel 1662, infatti, tutte le sue proprietà furono confiscate e le sue finanze ridotte in rovina. Thomas decise, dunque, di far ritorno ancora una volta in Irlanda onde unirsi ai ribelli cromwelliani ivi rifugiatisi. Fu proprio in queste circostanze che maturò l’intenzione di proseguire la sua attività cospirativa progettando di fare irruzione nel castello di Dublino, usurpare il governo e di rapire James Butler, primo Duca di Ormonde e Lord Lieutenant d’Irlanda. Poco prima della sua attuazione, tuttavia, il piano fu scoperto e Blood costretto dapprima a rifugiarsi sulle montagne e quindi a riparare in Olanda mentre altri congiurati furono catturati e giustiziati. L’insuccesso e il sangue versato non poterono che animare ulteriormente le volontà di vendetta del colonnello il quale, sul continente, strinse stretti rapporti con l’ammiraglio Michiel Adriaenszoon de Ruyter – già oppositore delle forze britanniche durante la guerra anglo-olandese e animatore dell’insurrezione scozzese di Pentland nel 1666 – e, soprattutto, con George Villiers, secondo duca di Buckingham.

Fu proprio grazie all’aiuto di quest’ultimo – intenzionato, secondo alcuni studiosi del XIX secolo, ad utilizzare il rivoluzionario di Clare per riaversi nei confronti di quegli avversari e nemici che il suo rango gli impediva di incontrare “sul campo” – che, nonostante fosse ancora ricercato, Blood fece ritorno oltremanica nel 1670 assumendo la falsa identità di un medico di nome Ayloffe praticante in una farmacia nel quartiere di Londra di Romford. Sotto tale copertura egli riallacciò i fili delle trame contro Butler, nel frattempo trasferitosi nella Clarendon House a Piccadilly: sfruttando l’abitudine di questi a rincasare tardi con la sola protezione di un piccolo gruppo di servitori, la notte del 6 dicembre 1670 Blood ed alcuni suoi complici attaccarono la carrozza del rivale mentre viaggiava in St. James street, ebbero la meglio sulla sua scorta e, legate le mani del duca di Ormonde, lo caricarono sul dorso di un cavallo con l’intenzione di portarlo nel vicino villaggio di Tyburn e, lì, impiccarlo. Gli assalitori avevano già scritto e appeso al collo del morituro un cartello con scritte le ragioni della sua esecuzione ma Butler, grazie anche all’intervento di un servitore lanciatosi all’inseguimento dei rapitori, riuscì a liberarsi e darsi alla fuga. Ciò nonostante la segretezza del piano omicida riuscì a proteggere l’identità dei suoi esecutori ed evitar loro, così, gravi conseguenze per l’efferata azione.

Sebbene, dunque, come dimostrano tali avvenimenti, Thomas Blood si ritagliò un ruolo non secondario nell’instabile quadro inglese dell’epoca, non furono questi scontri di potere a consegnarlo alla storia anglosassone bensì quanto da lui commesso di lì a breve. L’ulteriore fallimento, infatti, non frenò a lungo la ribollente mente cospirativa del colonnello di Clare che, anzi, nei successivi mesi, partorì un progetto, per certi versi, ancor più ambizioso e arduo a realizzarsi: il furto dei gioielli della Corona. Nell’aprile o maggio del 1671 Blood entrò in azione: travestitosi da prete ed accompagnato da una donna che avrebbe presentato come sua moglie, egli si recò presso la Torre di Londra ove, all’epoca, i gioielli potevano essere ammirati pagando una commissione al custode. Di fronte a tanto splendore e ricchezza la “consorte del prete” finse un malore che indusse la moglie del custode recentemente nominato, Talbot Edwards di 77 anni, ad invitarla presso il loro appartamento al piano superiore onde permetterle di riaversi. Poco dopo i due “visitatori” si congedarono ringraziando i loro soccorritori per la cortesia ma l’astuto raggiro di Blood era appena cominciato: nei giorni successivi, infatti, egli tornò più volte dagli Edwards  portando con sé doni per la signora (quattro paia di guanti bianchi) in segno di ulteriore ringraziamento e giungendo persino a proporre il matrimonio fra un suo fittizio nipote e la loro figlia che avrebbe così ottenuto una ricca rendita.

In tal modo l’ex parlamentare cromwelliano riuscì ad ingraziarsi il custode e il 9 maggio, mentre la moglie di questi stava preparando una cena per il “prete” ed alcuni suoi amici, ottenne il permesso di essere introdotto assieme agli altri ospiti nel seminterrato della Martin Tower ove erano conservati, dietro una grata, i gioielli della Corona. Secondo i rapporti dell’epoca non appena Blood ed i suoi complici – armati di bastoni animati, coltelli e pistole – entrarono nella “sala del tesoro”, aggredirono Talbot Edwards coprendolo con un mantello prima di colpirlo con un martello, legarlo, imbavagliarlo e perfino pugnalarlo per ridurlo al silenzio. Dopo aver divelto la grata ciascuno dei tre cospiratori – un quarto era rimasto di guardia all’esterno – si impossessò di un gioiello: Blood utilizzò nuovamente il martello per appiattire la corona e poterla nascondere sotto le sue vesti da chierico; suo suocero, Hunt, afferrò lo scettro con la croce piegandolo in due dal momento che non entrava nella sua borsa; il terzo, tal Perrot, si infilò nei calzoni il globo del sovrano.

Nel frattempo, tuttavia, Edwards, pur ferito, continuava ad opporre una strenua resistenza e, riuscitosi a liberare dal bavaglio, diede l’allarme gridando “Tradimento! Omicidio! La corona è stata rubata”. Non è ben chiaro se fu solo per questo motivo o se, come suggeriscono alcuni racconti popolari, contribuì anche l’arrivo del figlio del custode, Wythe, di ritorno dal servizio militare nelle Fiandre che sfidò l’uomo rimasto all’esterno e lo costrinse ad allertare i suoi complici, ma, ad ogni modo, i membri della banda si diedero alla fuga. Mentre correvano verso i loro cavalli in attesa al cancello di Santa Caterina lasciarono cadere lo scettro e spararono ai secondini che tentavano di fermarli, ferendone uno. Unendosi, quindi, alle grida di allarme riuscirono a confondere le guardie che nel frattempo si stavano riversando ai piedi della torre. Fu solo l’intervento di un capitano di nome Beckmann, cognato del giovane Edwards, a impedire che i quattro si dileguassero: l’ufficiale, infatti, nonostante fossero state rivolti contro di lui alcuni colpi di pistola andati a vuoto, riuscì a bloccare Blood dalla cui veste era nel frattempo caduta la corona e ad arrestarlo mentre, opponendo una strenua resistenza, l’ideatore del furto gridava: “E’ stato un tentativo valoroso, sebbene infruttuoso! Era per una corona!”. Analoga sorte toccò agli altri rapinatori.

A seguito del suo arresto Thomas fu condotto in catene davanti al Re cui solo si era dichiarato disposto a rispondere e, di fronte alla domanda rivoltagli da Carlo in merito a cosa avrebbe fatto nel caso in cui gli fosse stata risparmiata la vita, asserì che si sarebbe sforzato di meritare un tale dono. Con forte disappunto del duca di Ormonde, dunque, Blood, al pari dei suoi complici, fu perdonato e gli furono persino donate terre in Irlanda per un valore di 500 sterline. Di contro, la famiglia Edwards fu ricompensata con 300 sterline – invero mai del tutto corrisposte – e Talbot, riavutosi dalle ferite, tornò ai suoi compiti di custode con una avvincente storia da raccontare ai nuovi visitatori; morto nel 1674 le sue spoglie giacciono ancor oggi nella cappella di San Pietro ad vincula nella Torre di Londra.

Le ragioni che spinsero il Re a perdonare il cospiratore anglo-irlandese non sono mai state del tutto chiarite: secondo alcuni studiosi il sovrano volle evitare possibili rivolte dei suoi seguaci mentre per altri rimase affascinato dall’audacia del tentativo esperito; c’è anche chi ha ipotizzato che Carlo fu lusingato dalle rivelazioni di Blood in merito ai suoi precedenti progetti di eliminare la sua stessa persona dai quali recedette dopo aver visto “l’aura di maestà” che lo attorniava mentre si bagnava nel Tamigi; da ultimo si è alluso alla possibilità che il Re fosse addirittura connivente  con il furto date le pessime condizioni in cui versavano i suoi conti. Quel che è certo è che Thomas Blood, da allora, divenne una figura abituale a Londra e fece diverse apparizioni a corte.

Il 22 agosto 1680, dopo una breve detenzione dovuta ad una condanna nel procedimento intentato contro di lui dal suo ex mecenate duca di Buckingham per diffamazione, Blood entrò in coma e morì due giorni dopo nella sua casa di Westminster. La sua tomba è collocata nel cimitero della chiesa di Santa Margherita: si racconta che il suo corpo fu esumato dalle autorità le quali, data la sua predisposizione agli inganni, ipotizzarono che avesse finto la sua morte onde evitare di pagare al duca di Buckingham la multa di 10000 sterline cui era stato condannato dal King’s Bench.

A riprova della fama che lo accompagnò in vita e lo inseguì nella morte, sulla sua tomba spicca il crudo epitaffio:

 

Qui giace l’uomo più malvagio

che l’Inghilterra abbia mai conosciuto

E mai fu sincero nei confronti di ogni amico che ebbe.

Qui lasciatelo giacere non compianto da alcuno

e compiacetevi che è giunto il suo tempo di morire.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

David C. Hanrahan, Colonel Blood: The Man Who Stole The Crown Jewels,  Paperback 2004.

Robert Hutchinson, The Audacious Crimes of Colonel Blood: The Spy Who Stole the Crown Jewels and Became the King’s Secret Agent, Weidenfeld & Nicolson 2015.

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