Il genocidio dei Greci del Ponto

Quando si parla di genocidio la mente corre, inevitabilmente, alle tristi pagine dell’Olocausto e dello sterminio del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale. Tale vicenda, tuttavia, non rappresenta che uno – né il primo né, purtroppo, l’ultimo – dei molteplici stermini condotti nel corso della storia sulla base della distinzione etnica e culturale. L’elenco potrebbe essere lunghissimo: dall’eliminazione delle popolazioni native americane ad opera dei conquistatori europei nel XVI secolo agli atroci eccidi perpetrati da tutte le fazioni in campo durante le recenti guerre balcaniche, dalla persecuzione del popolo Tutsi da parte degli Hutu nel Ruanda dell’ultimo decennio del secolo scorso al massacro compiuto dai turchi fra 1915 e 1916 ai danni degli armeni. Proprio quest’ultimo triste esempio della barbarie umana si ricollega strettamente all’evento di cui questa settimana ricorre la commemorazione e che qui ci apprestiamo a ricordare non solo per la coevità ma anche per la condivisione della medesima mano omicida. Stiamo parlando del così detto genocidio dei Greci del Ponto condotto, appunto, ancora una volta dai turchi durante e dopo il primo conflitto mondiale.

La storia dell’enclave ellenica nell’area nord-orientale della penisola anatolica è millenaria: i primi insediamenti di coloni della Ionia lungo le rive del mar Nero risalgono al 1200 a. C. e danno origine alle vicende di una fiera popolazione di navigatori e commercianti che per secoli solcarono le rotte del mediterraneo. Il nome di “Pontioi”, dal termine “pontos” che in greco antico significa mare, fu non a caso scelto per sottolineare un legame che non abbandonò mai la loro tradizione, una tradizione, peraltro, arricchita da grandi pensatori e personaggi la cui memoria dall’antichità giunge fino a noi: dal filosofo Diogene al geografo Strabone, al Re Mitridate. Grande importanza per l’evoluzione dell’identità di tale popolo ebbe l’arrivo del cristianesimo portato con sé dall’apostolo Andrea poco dopo la morte di Cristo. Al IV secolo d. C. circa risale la fondazione di quello che sarebbe divenuto il luogo sacro più simbolico per i Greci del Ponto: il Monastero dedicato alla Vergine di Sümela, eretto sulle montagne nella provincia di Trebisonda e, in particolar modo, nel luogo ove la leggenda racconta che gli eremiti Sofronio e Barnaba rinvennero un’icona raffigurante la Madonna dipinta da San Luca e trasportata in loco da un angelo.

Il momento di massimo splendore del sito, tuttavia, si ebbe solo otto secoli dopo quando, a seguito del sacco di Costantinopoli da parte dei Crociati, l’indebolimento del potere bizantino permise la nascita nelle terre del Ponto dell’Impero di Trebisonda sotto la guida dalla dinastia greca dei Comneni. Fu proprio per un voto alla Madonna compiuto dal regnante Alessio III salvatosi da un naufragio che il monastero fu ricostruito ed ampliato affermandosi come centro spirituale cristiano di riferimento per l’intera regione. D’altra parte l’aspetto religioso avrebbe assunto ancor maggiore importanza per i pontiaci a seguito della caduta della corona comnena schiacciata definitivamente nel 1461 (otto anni dopo Costantinopoli) sotto il tallone della dominazione ottomana: nonostante, infatti, il potere dei sultani si rivelò tollerante nei confronti della fede dei suoi nuovi sudditi, essi si chiusero sempre più nel loro credo, gelosamente custodito al pari della loro lingua, facendo di esso principale strumento di isolamento sociale e culturale.

Nei secoli successivi, dunque, la perdita dell’autodeterminazione e dell’autonomia politica non intaccò in alcun modo l’identità della comunità ellenica in Anatolia che anzi, grazie anche ad una certa prosperità dovuta al fiorire delle tradizionali attività commerciali, rimase sostanzialmente separata da quella ottomana contrastando ogni percorso di integrazione interetnica. Tali dinamiche si accentuarono ulteriormente nel corso del 1800 quando, da un lato, l’impegno nella remunerativa industria del tabacco e nelle attività bancarie permise ai pontiaci l’accumulazione di ingenti ricchezze e, dall’altro, la nascita del moderno Stato greco (1832) diede ulteriore impulso a quel senso di appartenenza ellenico mai sopito sulle rive sud-orientali del mar Nero. Sebbene ciò si tradusse soprattutto nella proliferazione di scuole e biblioteche come strumenti di valorizzazione culturale, nel secolo dei nazionalismi le implicazioni di tali tendenze non potevano essere né tanto meno essere viste solo nella loro dimensione speculativa.

In questo contesto e, ancor più, con l’esplosione delle guerre balcaniche ed il moltiplicarsi di spinte disgregatrici nell’Impero Ottomano, quel clima di tolleranza a lungo voluto dai sultani andò via via erodendosi: i gruppi etnici e le minoranze religiose che, nei secoli, avevano mantenuto un legame con le proprie radici e la propria distinta individualità cominciarono ad essere guardati con sospetto se non proprio come autentici traditori. Ma a segnare tragicamente il destino dei Greci del Ponto e, più in generale, delle varie comunità cristiane sotto il dominio ottomano fu l’esplosione della prima guerra mondiale. Con l’inizio delle ostilità, infatti, fu dato avvio anche alla sistematica eradicazione e cancellazione della comunità ellenica dall’area: interi villaggi  furono evacuati, donne e bambini costretti a massacranti e spesso letali marce forzate verso l’interno dell’Anatolia mentre, per decreto del sultano, tutti i membri maschi dai 18 ai 50 anni furono obbligati a mettersi a disposizione dell’esercito; molti di loro finirono negli amele taburu, battaglioni dislocati in zone desertiche ove, costretti a turni di lavori massacranti, morirono di fame e sete. Per coloro i quali soffiavano sul fuoco del nazionalismo, dunque, la guerra non fu altro che una preziosa occasione per avviare la risoluzione di quello che sempre più diffusamente veniva percepito come il problema del “nemico interno”.

Le politiche persecutorie, d’altra parte, non ebbero termine con la fine del conflitto ed, anzi, l’abbattimento del sultanato e la salita al potere dei “Giovani Turchi” guidati da Kemal Atatürk segnò un’ulteriore inasprimento delle misure di repressione contro le minoranze. Nonostante i tentativi di resistenza anche armata che nel 1921 portarono persino il comandante Euklidis Kourtidis a sconfiggere l’esercito turco a Santa, sulle montagne nei pressi di Trebisonda, la millenaria presenza ellenica dalle coste sud-orientali del Mar Nero era, dunque, destinata a finire. Lo sperato soccorso greco o russo non arrivò mai ed, anzi, nel 1922 con il “trattato di Losanna” Grecia e Turchia accettarono di scambiare le rispettive minoranze etniche aprendo un nuovo capitolo di disperazione e morte che accompagnò il milione e mezzo circa di profughi pontiaci sopravvissuti al disperato viaggio verso quella che oltre tremila anni prima era stata la madrepatria dei loro antenati. L’interesse a mantenere buoni rapporti con l’ingombrante vicino, inoltre, indusse i politici greci dell’epoca a glissare su quello che era stato il destino della comunità del Ponto imponendo agli stessi nuovi arrivati una “perdita di memoria” che sarebbe durata per decenni.

Solo nel 1994 il Governo di Atene ha riconosciuto quanto accaduto come un vero e proprio genocidio dichiarando il 19 maggio data commemorativa della tragedia. A tutt’oggi, invece, Ankara, al pari di quanto avviene per il genocidio armeno e per quello assiro, continua a negare l’accaduto rifiutando di riconoscere la propria responsabilità storica a fronte delle centinaia di migliaia di pontiaci – secondo le stime dai 350000 ai 750000 circa – morti fra il 1914 ed il 1923. Certo si potrebbe riflettere a lungo su come un tale approccio così pervicacemente sostenuto influenzi tutt’oggi le politiche turche e su quali siano le condizioni odierne delle minoranze – ad esempio quella curda – abitanti in Anatolia. Non è con tutta evidenza questo il contesto per entrare nel merito ma non possiamo non sottolineare come, di fronte alla stolta reiterazione dei medesimi errori dell’uomo, troppo poco insegni la Storia.

Andrea Fermi

Bibliografia:

Samuel Totten, Steven L. Jacobs, Pioneers of Genocide Studies, Transaction Publishers, 2002.

George Horton, The Blight of Asia, Bobbs-Merrill Company, Indianapolis, 1926.

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