CHE FINE HANNO FATTO I PIIGS?

L’Italia è piombata in questi giorni in una vera e propria crisi istituzionale.

Lega e Movimento 5 Stelle sono giunti, dopo diverse settimane di trattative, ad una sorta di “contratto di governo” nel quale hanno fatto confluire alcuni punti programmatici comuni. Hanno presentato la propria squadra al Presidente della Repubblica, il quale ha ritenuto opportuno bocciare un nome, quello di Paolo Savona, proposto come Ministro del Tesoro, a causa di alcune sue posizioni ritenute poco affidabili nei confronti degli altri partners europei.

Il punto su cui c’è stata la rottura è la posizione dell’economista sull’Euro. Diciamocelo, è vero che ultimamente abbiamo assistito a giravolte di ogni tipo da parte, proprio, di questi due partiti che si apprestavano a governare, per cui potremmo esserci abituati a tutto, ma non è un mistero che la tematica dell’uscita dall’Euro fosse una delle principali battaglie di entrambi gli schieramenti. Ricordiamo, infatti, Salvini con la maglietta “Basta Euro” partecipare a manifestazioni a tema, così come i principali esponenti grillini distribuire opuscoli “Fuori dall’Euro” con l’intento di indire un referendum proprio sulla moneta unica. Non c’è da stupirsi, quindi, se, nonostante le smentite, le principali preoccupazioni derivate dalla proposta di Savona siano state proprio le possibili disastrose conseguenze (soprattutto nel breve-medio periodo) di una preventivata fuoriuscita dell’Italia dalla moneta unica, anche soltanto come pura ipotesi o “alternativa” pronta all’uso.

Ma siamo sicuri che l’Europa sia (ancora) la causa di tutti i mali? Se fino a qualche anno fa la situazione era critica e si pensava all’uscita dall’Unione più per necessità che per scelta (la Grecia nel primo caso, piuttosto che la Gran Bretagna nel secondo) al punto da coniare il termine PIIGS per tutti quei Paesi in difficoltà (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), oggi non si può più sostenere realisticamente tale tesi.

In che condizioni si trovano oggi quegli Stati?

A cominciare dal Portogallo, dati alla mano scopriamo che il governo di Sinistra degli ultimi anni è riuscito a portare l’economia del Paese fuori dalla crisi, nonostante soltanto cinque anni fa sia arrivato quasi al default, chiedendo addirittura il salvataggio della Troika. Sono state portate avanti alcune riforme importanti e si è investito nel sociale, ottenendo risultati concreti per tutti, pur rispettando i limiti di bilancio.

Spostando lo sguardo sull’Irlanda, possiamo rilevare che anche questo Paese è dovuto ricorrere agli aiuti della Troika nel 2010, ma dopo il tracollo finanziario è tornato a crescere a due cifre, raggiungendo uno storico +26,3% di PIL nel 2015 (grazie anche agli investimenti di alcune aziende estere), e a creare nuovi posti di lavoro, al punto da ambire alla quasi piena occupazione (attualmente  la disoccupazione è pari a circa il 5%).

La Grecia, che tutti davano per spacciata e che si trovava in una situazione apocalittica, dopo circa 8 anni di sacrifici enormi fatti di tagli al welfare e austerity, ha fatto registrare l’anno scorso dei primi segnali di miglioramento tangibili per la propria economia, con i bond che per la prima volta dopo anni sono tornati a generare rendimento e con l’annuncio da parte del premier Tsipras dell’uscita dal commissariamento prevista nell’agosto di quest’anno e il ritorno quindi ad una condizione di ordinarietà.

Infine la Spagna che, dopo i movimentati anni di crisi trascorsi, con una disoccupazione che era arrivata a sfiorare il dato record del 25%, è riuscita a tornare ad essere una nazione competitiva al punto da superare per reddito pro capite anche il nostro Paese, per la prima volta nella storia, e si appresta a contare nei prossimi anni un PIL superiore del 7% rispetto al nostro (dieci anni fa eravamo invece “più ricchi” di loro del 10%).

E l’Italia? I dati, se osservati, appaiono in miglioramento: anzi, rispetto a qualche anno fa siamo tornati a crescere e la disoccupazione sta scendendo. Ovviamente così come abbiamo visto le ripercussioni sull’economia reale della recessione del 2008-2011 soltanto negli anni successivi, anche stavolta, prima che i risultati degli indicatori economici diventino tangibili nel quotidiano dovremo attendere. Ma i margini di miglioramento rilevati sono veramente irrisori rispetto a quelli degli altri Paese europei, dei quali, infatti, rappresentiamo il fanalino di coda anche nella ripresa.

Il divario rispetto alle sorti post-crisi degli altri PIIGS è evidente.

A questo punto viene da chiedersi se il problema sia l’Europa o non siamo piuttosto noi; se per alcuni è ancora attuale nonché persino risolutivo parlare di uscita dall’Euro, e se, alcune forze politiche non siano piuttosto rimaste a 5 anni fa, quando il Mondo, l’Europa e quindi anche l’Italia erano in una situazione completamente differente e si pensava che una sorta di fuga dagli impegni derivanti dai trattati stipulati fosse la soluzione migliore rispetto, invece, ad un’assunzione di responsabilità che per altri, come abbiamo visto, ha dato i suoi frutti.

Filippo Piccini

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