Era mio padre // Sam Mendes

Tutti siamo figli di qualcuno. Di un padre, e di una madre. Possiamo però affermare con certezza di conoscere davvero, e profondamente, chi ci ha messo su questa terra? Ci danno la vita, un tetto sopra la testa, ci sfamano e ci insegnano dei valori ma chi sono realmente? Scoprire che chi ami, chi cerchi di rendere orgoglioso è in realtà un uomo che non conosci può renderlo un uomo cattivo? O lo rende solo tuo padre?

Nel 2002, dopo l’esordio alla regia con l’ossessivo e conturbante American Beauty, Sam Mendes torna a dirigere una pellicola di grosso calibro. Ispirato all’opera a fumetti di Max Allan Collins, Era mio padre racconta la storia di un uomo, al tempo stesso padre e gangster. Una figura, quella di Mike Sullivan, che racchiude l’eterna dualità tra bene e male e proprio per questo impossibile da definire.

Nella cornice degli anni ’30, tra depressione e lotte di potere, Mike Sullivan (Tom Hanks) lavora al soldo del boss irlandese John Rooney (Paul Newman) e per lui svolge lavori non proprio puliti. Sullivan, che non ha mai avuto un padre, deve tutto a Rooney e lo ripaga con la sua cieca fedeltà. In una notte di pioggia torrenziale però, il figlio maggiore di Sullivan, assiste ad un’esecuzione per mano di suo padre e di Connor Rooney (Daniel Craig). Connor è uno che gioca sporco, un uomo invidioso e privo di scrupoli, che sfrutta il potere del padre per compiacere se stesso. Decide così di scavalcare suo padre, e di mettere a tacere il figlio di Sullivan per sempre. Le azioni meschine di Connor innescheranno in Sullivan un’inarrestabile sete di vendetta, che lo porterà a sfidare le vette del potere.

Mike Sullivan inizierà una guerra personale, affiancato da un solo “uomo”, suo figlio maggiore.

Era mio padre non è solo un film di pallottole e vendetta, ma è un viaggio attraverso il rapporto tra un padre e un figlio. Mike Sullivan incarna il prototipo di un padre silenzioso, severo e poco avvezzo alle dimostrazioni d’affetto. Nonostante la sua devozione verso la famiglia, Sullivan è quasi anaffettivo. La vendetta diventa quindi il mezzo per far capire a Sullivan quanto suo figlio lo ami, e di quanto il bambino abbia bisogno di sentirsi amato.

Era mio padre si muove su binari solidi, scivolando lungo una trama che non eccelle in originalità, ma che compensa queste piccole lacune narrative con un cast impeccabile e una fotografia di grande impatto. Tom Hanks, finalmente alle prese con un ruolo da “bad boy”, incarna alla perfezione la dualità del suo personaggio sempre in bilico tra uomo abituato a uccidere e padre alla scoperta di se stesso. Paul Newman, qui nella sua ultima interpretazione, incombe con garbo, come una quercia secolare. Ottime anche le interpretazioni di un nervoso e irascibile Daniel Craig e di Jude Law, sicario al limite del sociopatico e morboso fotografo di cadaveri sulle scene del crimine. Tom Hanks è poi affiancato da un credibilissimo e intenso piccolo attore, Tyler Hoechlin nel ruolo di suo figlio.

Alla fine della corsa, quando la gola è dissetata dalla vendetta, cosa resta?
Forse la certezza che è impossibile pesare l’anima di alcuni uomini, che nonostante tutto e a loro modo ci hanno amato, e di cui possiamo dire “Era mio padre”.

Buona Visione

Serena Aronica

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