Pechino risponde a Trump con dazi su 50 miliardi di dollari di “made in Usa”

Un’azione di stessa magnitudo e differita in due mosse. E’ fuoco incrociato tra Stati Uniti e Cina dopo l’applicazione da parte dell’amministrazione Trump dei dazi su 50 miliardi di dollari di merci e servizi provenienti dal Dragone. Pechino risponde alla bordata annunciando una prima azione di aumento delle imposte alle importazioni su 35 miliardi di dollari di prodotti “made in Usa”. Il provvedimento è esteso a 545 categorie merceologiche tra cui soia, vetture elettriche, spremuta d’arancia, salmone, sigari e whiskey. “Non vogliamo una guerra ma dobbiamo rispondere con forza alla miopia americana”, dice il ministro del commercio cinese.

La porta del negoziato rimane comunque aperta nella direzione di una riduzione dello squilibrio della bilancia commerciale tra i due Paesi che vede un surplus in favore del Dragone di 370 miliardi di dollari circa. L’auspicio è che si possa giungere ad un’azione di compromesso che eviti di arrivare alla scadenza del 6 luglio, data per cui Pechino ha annunciato l’entrata in vigore del suo provvedimento. A cui si sommerà l’aumento del 25% dei dazi su altri 16 miliardi di dollari di prodotti di settori strategici come petrolio, chimica e prodotti medicali.

L’azione di Trump è volta a punire Pechino anche per il furto sistematico di tecnologie alle aziende Usa e la violazione dei diritti sulla proprietà intellettuale, spiegano gli americani. Il presidente Usa ha preso la decisione dopo un vero e proprio vertice con i più stretti consiglieri della Casa Bianca e con alcuni dei massimi responsabili della sicurezza nazionale, del Tesoro e del dipartimento al commercio. Una riunione durata circa 90 minuti in cui sono state confermate tariffe del 25% su un lungo elenco di beni che la Cina esporta in Usa. La lista stilata originariamente dagli esperti – secondo le bozze circolate nelle scorse settimane – riguardava circa 1.300 categorie di prodotti cinesi, a partire da quelli tecnologici.

La risposta di fuoco di Pechino non sembra inoltre impensierire più di tanto Trump che anzi ha già minacciato dazi su altri 100 miliardi di dollari di prodotti cinesi, oltre a una stretta sugli investimenti di Pechino negli Usa che dovrebbe essere annunciata il 30 giugno. L’Italia, da parte sua, potrebbe avvantaggiarsi del fuoco incrociato tra Usa e Cina, suggerisce Coldiretti. Lo stop cinese interessa una vasta gamma di prodotti agroalimentari a stelle e strisce, dai formaggi alla soia, dal mais al grano, dallo yogurt al burro, dal riso alla carne di maiale e di manzo, fino a pollame, pesce, nocciole e frutta e verdura come arance, patate, pomodori, asparagi, melanzane. “Si aprono – spiega l’associazione – interessanti opportunità per le esportazioni di made in Italy, a partire dai prodotti caseari che nel 2017 hanno raggiunto il record delle vendite nel mondo, raggiungendo la quantità record di 412 milioni di chili e con una crescita del 27% in Cina”. L’Italia può agevolmente sostituire l’offerta degli Usa che tra l’altro – conferma Coldiretti – sono i primi produttori al mondo di formaggi “fake in Italy”, dal parmesan al provolon (senza ’e’ finale), che usurpano l’eccellenza casearia italiana.

fonte: LASTAMPA.it

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