La battaglia dei campi catalaunici

Pochi nomi nella storia occidentale sono divenuti sinonimo di morte e distruzione come quello di Attila, il flagellum Dei, colui che dietro al suo passo non lasciava più crescere nemmeno l’erba. Per l’Impero romano d’occidente del V secolo d.C., già abbondantemente “infiltrato” di dominazioni barbare cui era stato concesso strumentalmente il rango di foederati ed ormai vicino alla sua fine, il regno unno rappresentò, d’altra parte, un formidabile nemico: più volte, infatti, le sue orde varcarono i confini del dominio dei Cesari arrivando perfino, in quella che fu probabilmente la loro scorreria più comunemente ricordata, a minacciare la stessa “città eterna” salvo poi ritirarsi, secondo la leggenda, per l’intervento del pontefice Leone I “Magno”.

Appena un anno prima che ciò accadesse Attila aveva rivolto le sue mire espansionistiche alla Gallia. Le ragioni che lo spinsero a pianificare e mettere in atto l’invasione delle province transalpine risultarono probabilmente da una serie di fattori coesistenti: da una parte, come riporta lo storico bizantino di origini gote Giordane, egli fu spinto a tale decisione dal re dei Vandali Genserico intenzionato a dichiarare guerra al popolo rivale dei Visigoti; dall’altra un peso rilevante ebbe probabilmente il disappunto seguito al tentativo di entrare nell’asse ereditario di Roma sposando la sorella dell’imperatore Valentiniano la quale si era rivolta a lui affinché la liberasse dall’opprimente contesto della corte, tentativo fallito per l’aperta opposizione dell’imperatore stesso. Da ultimo, non meno importante fu l’ascesa al trono di Bisanzio di Marciano, uomo fortemente avverso agli Unni e deciso a combattere il loro dominio nei Balcani, in conseguenza della quale il re barbaro progettò l’invasione della Gallia per rinsaldare l’unità del suo esercito tramite quella che era ritenuta la facile conquista di un ricco bottino.

Nella primavera del 451 d. C., dunque, l’esercito di Attila attraversò il Reno attaccando diverse città fra cui Metz (il sabato santo, 7 aprile), Reims, Tongeren, Parigi e giunse ad Orleans in giugno cingendola d’assedio. Nel frattempo il Magister militum romano Ezio, informato dell’invasione, si affrettò ad avviare delle manovre per rafforzare il suo esercito composto da poche truppe ausiliarie e si rivolse, in primo luogo, a Teodorico I, re dei visigoti, il quale, tuttavia, cosciente della debolezza delle forze dell’impero e piuttosto favorevole a temporeggiare in attesa dell’eventuale arrivo degli Unni, negò l’intervento delle sue armate. Ezio, allora, chiese l’aiuto del magister militum locale e futuro imperatore Avito che con la sua oratoria non solo riuscì a convincere Teodorico ma anche un buon numero di altri barbari stanziatisi in Gallia della necessità di contrastare gli invasori. Un esercito composto da Visigoti, Alani, Burgundi, Bagaudi, Franchi, Sassoni ed, ovviamente, Romani mosse, dunque, alla volta di Orleans raggiungendola, probabilmente, il 14 giugno e salvandola da una capitolazione che sembrava ormai imminente. Attila, infatti, allertato dell’arrivo dei nemici dalla nube di polvere comparsa all’orizzonte decise di battere in ritirata onde evitare di essere accerchiato e di muoversi verso nord-est alla ricerca di un terreno più favorevole per lo scontro certo, come d’altronde avvenne, che Teodorico ed Ezio si sarebbero lanciati all’inseguimento. Di lì a pochi giorni, per la precisione il 20 giugno 451, i due eserciti si sarebbero in effetti scontrati ferocemente in quella che la storia ricorda come la battaglia dei Campi Catalaunici.

La precisa collocazione di tale località, invero, è ancor oggi dibattuta ma l’opinione più diffusa la colloca presso il piccolo comune francese di Vadenay nella regione, indicata dallo stesso storico Giordane, della Maurica. Uno studio toponomastico, infatti, ha identificato nei pressi di questo centro – prossimo, a sua volta, ad un’antica ed importante strada che conduceva fino al Reno, confine naturale fra l’impero romano e il regno Unno – un pianoro noto come “Ahan des diables” (Camposanto dei diavoli), nome che ha convinto molti studiosi a riconoscere nel luogo ricordato come cimitero di uomini considerati demoni lo scenario dei combattimenti.

Per conoscere cosa accadde, fondamentale è la ricostruzione che fornì il già citato storico Giordane. Secondo quanto da lui riportato lo scontro fu estremamente cruento e si accese già il giorno prima del vero e proprio inizio della battaglia quando una mischia fra un contingente dei Franchi alleati dei Romani e una banda di Gepidi fedeli ad Attila lasciò sul suolo 15000 caduti per parte. Nel frattempo il re Unno, come era d’uso per la sua popolazione, chiese agli indovini di esaminare le viscere di una vittima sacrificale per conoscere quali sarebbero stati gli esiti del conflitto. Questi predissero la sconfitta per la loro fazione ma anche la morte di uno dei capi nemici, aspetto questo che convinse Attila ad ingaggiare comunque battaglia nella speranza che a perire sarebbe stato il suo acerrimo avversario Ezio. Unico accorgimento fu quello di ritardare l’inizio dei combattimenti alla sera in modo tale che l’imminente calar del sole avrebbe limitato i danni in caso di effettiva disfatta.

I Romani occupavano il lato sinistro della piana, i Visigoti il destro mentre gli Alani di Sangibano– sospettati di un possibile tradimento – erano collocati al centro così da essere più facilmente controllati. I primi feroci scontri si ebbero attorno ad un collina dai versanti piuttosto ripidi la cui conquista avrebbe concesso un vantaggio tattico decisivo: dai lati opposti i due schieramenti tentarono più volte di guadagnare la cima senza successo. Quando finalmente gli Unni riuscirono a raggiungere la sommità videro con sgomento che i Romani l’avevano già occupata e furono respinti con violenza. La disordinata ritirata che ne seguì portò lo scompiglio nelle file di Attila il quale tentò disperatamente di riorganizzare il suo esercito per mantenere la posizione ma, incalzato dall’avanzata dei Visigoti, fu costretto a ritirarsi nel suo campo opportunamente fortificato. Fu solo il sopraggiungere del crepuscolo ad indurre le truppe imperiali ad interrompere le azioni militari. Nella confusione dovuta all’oscurità, d’altra parte, era scomparso Teodorico e lo stesso Ezio aveva perso il contatto con i suoi uomini essendo costretto a trascorrere il resto della notte con gli alleati Goti.

Il mattino successivo, dal momento che gli Unni non accennavano a riguadagnare il campo di battaglia, i comandanti dell’esercito romano decisero di cingere d’assedio la loro roccaforte: sotto il continuo lancio di frecce dei nemici Attila, a corto di viveri e armi, cominciò seriamente a temere una disfatta totale e fece ammassare le selle dei suoi guerrieri al centro del campo creando una rudimentale pira funeraria da utilizzare per se stesso nel caso avesse dovuto sottrarsi alla cattura. Nel frattempo il corpo di Teodorico fu ritrovato esanime sotto un cumulo di cadaveri: ad ucciderlo furono gli zoccoli dei cavalli dei suoi stessi uomini non accortisi che il loro sovrano era stato sbalzato dalla sua cavalcatura o, secondo un’altra versione riportata sempre da Giordane, un colpo infertogli dall’ostrogoto Andag. Colmo d’ira Torismundo, figlio del defunto re, si apprestò ad assaltare il campo unno e fu solo l’intervento di Ezio a dissuaderlo da tale intenzione: il Magister militum, infatti, gli consigliò di fare velocemente ritorno a Tolosa così da rivendicare il trono prima che i fratelli potessero fare altrettanto motivando così una guerra civile. Analogo stratagemma fu utilizzato con i Franchi. Secondo Giordane tale manovra fu operata da Ezio nel timore che una sconfitta definitiva degli Unni avrebbe dato un potere eccessivo alle altre popolazioni barbare le quali si sarebbero rivelate per Roma un nemico ancor più pericoloso.

Attila, temendo che la ritirata dei Visigoti fosse un diversivo per attirarlo fuori dal campo, rimase al riparo ancora per qualche tempo salvo poi allontanarsi e riprendere indisturbato il cammino verso il Reno. Giordane nel suo Getica redatto circa un secolo dopo l’avvenimento così concludeva il racconto di quella battaglia: ” […] i reduci devono calmare la sete bevendo acqua mista a sangue ed ancora oggi durante la notte, gli spiriti dei guerrieri, caduti in battaglia, si affrontano a vicenda”. Non sappiamo se tali scontri fra ombre continuino ancor oggi nell’“Ahan des diables” ma, certamente, la memoria di quella battaglia contribuì fortemente a costruire la leggenda del flagellum Dei e del suo acerrimo scontro con Roma.

Andrea Fermi

Bibliografia:

Mario Bussegli, Attila, Rusconi Editore, Santarcangelo di Romagna 1986.

Christopher Kelly, Attila e la caduta di Roma, Bruno Mondadori, Milano 2009.

Louis de Wohl Attila La tempesta dall’Oriente Rizzoli, Milano 2010.

Mauro Calzolari, Papa Leone e Attila al Mincio, Editoriale Sometti, Mantova 2013.

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