Gran Bretagna, il governo May perde pezzi: dopo il ministro della Brexit lascia anche Boris Johnson

È un vero e proprio terremoto quello in corso nel governo britannico. In meno di 24 ore si sono dimessi prima il Segretario di Stato per la Brexit, David Davis, seguito a ruota dai sottosegretari Steven Baker e Suella Braverman, e poi anche il responsabile degli Esteri, Boris Johnson. Per Theresa May, che affronta la crisi più difficile da quando alle elezioni dello scorso anno ha perso la maggioranza in Parlamento, si tratta di un colpo durissimo che ora mette in pericolo anche la sua leadership nel partito e quindi nel Paese.

La premier ha riferito sulle due dimissioni in Parlamento in un clima a dir poco rovente, provando a dare la colpa di questa situazione all’Unione europea che a suo avviso sarebbe troppo rigida nei negoziati. “Se continua in questo modo dobbiamo essere pronti anche all’eventualità di un ’no deal’”, ha avvertito. Ma in Aula è chiaro che il dissenso verso il suo operato sta mondando. Se 48 deputati dovessero sottoscrivere una lettera di sfiducia, May dovrebbe affrontare un voto in Parlamento e in questo momento molto difficilmente riuscirebbe a sopravvivere a questa prova. In tanti pensano che Johnson non possa accontentarsi del ruolo di semplice deputato e che potrebbe presto chiedere un cambio radicale nella linea del partito e quindi sfidare apertamente May. La mossa sarebbe molto rischiosa però, perché i tempi per concludere i negoziati sul divorzio con Bruxelles sono troppo stretti, un cambio alla guida del governo renderebbe impossibile raggiungere un accordo entro la data ultima del Consiglio europeo di ottobre.

Lo scontro in atto rafforza ancora di più l’ala dura dei brexiteers, che ormai non sembra più disposta a scendere ad alcun compromesso. L’accordo interno al governo sulla proposta per una nuova relazione con l’Unione europea, che era stato raggiunto solo venerdì scorso, e che prevedeva una sorta di partecipazione al mercato unico e un compromesso sull’Unione doganale, era stato il frutto di mesi di trattative interne ai conservatori. Davis e Johnson hanno mandato quei mesi di trattative all’aria. Davis nella sua lettera di dimissioni ha dichiarato che quel compromesso darebbe a Bruxelles «troppe concessioni e troppo facilmente» e per questo rappresenterebbe una «strategia pericolosa». Al suo posto al ministero per la Brexit la premier ha nominato l’ex segretario alle Abitazioni, Dominic Raab, ma è anche lui un euroscettico e fautore del Leave, e di certo non abbraccerà una posizione morbida tanto facilmente.

Il tempo dei compromessi sembra insomma davvero finito ma May è intenzionata a insistere sulla sua linea, e questo non farà altro che esacerbare le divisioni interne al partito e nel Parlamento. Il piano del governo “non è un tradimento” della Brexit, ha assicurato May in risposta ai suoi critici in Aula garantendo che il compromesso proposto permetterebbe al Regno Unito di “take back control”, di riprendere il controllo su tutte le decisioni politiche, di evitare un ’hard border’ in Irlanda del nord e di negoziare in futuro accordi commerciali con altri Paesi del mondo, come promesso nella campagna referendaria.

Il governo “ci ha messo due anni per trovare un accordo sulla propria posizione negoziale con Bruxelles”, e questa “in soli due giorni ha creato una crisi di governo”, ha attaccato Jeremy Corbyn in Aula affermando che il governo è “nel caos”. “Chi può credere che una premier che non è capace di trovare un accordo all’interno del suo stesso governo possa trovarlo con l’Ue”, ha insistito il leader dei Laburisti chiedendo a May di farsi da parte e “cedere il passo a chi è capace”. “I politici vanno e vengono ma i problemi che hanno creato alla gente rimangono” e “il caos creato dalla Brexit è il più grande nella storia delle relazioni tra Unione Europea e Regno Unito ed è lungi dall’essere risolto”, ha affermato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk.

Dopo questa crisi è sempre più evidente che May non abbia il partito compatto dalla sua parte e soprattutto che non abbia la capacità di leadership per imporre la propria linea. L’ala dura sa che se lei fosse costretta a lasciare sarebbe un colpo durissimo anche per il Paese, che non sarebbe così capace di concludere i negoziati con l’Ue in tempo, eppure non sembra preoccuparsene. Per i brexiteers il ’no deal’ non è mai stato un tabù, e una crisi come quella che sta attraversando il governo in questo momento, avvicina proprio questo scenario.

fonte: LASTAMPA.it

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