Il bombardamento di San Lorenzo

Più volte in questa rubrica si è avuta – e si avrà – occasione di ricostruire episodi risalenti ai drammatici anni della Seconda Guerra Mondiale, sempre sottolineando l’inumana barbarie del conflitto. Questa settimana analizzeremo ancora una volta un accadimento risalente a quel periodo che se da un punto di vista di rilievo meramente statistico potrebbe apparire trascurabile fu di assoluta importanza in termini simbolici pur in un contesto abituato alle più immani tragedie: il primo bombardamento su Roma avvenuto il 19 luglio 1943. Per comprendere perché l’incursione aerea alleata sulla Capitale ebbe tanta rilevanza e colpì fortemente l’opinione pubblica occorre tornare a quei giorni e considerare come la situazione della Città eterna fosse percepita dai suoi abitanti e dal Paese intero.

Quanto e più della realtà di Dresda di cui si è parlato in un altro articolo, Roma era considerata una sorta di “porto sicuro” dalla popolazione sia per il suo valore storico sia, soprattutto, per la presenza del Papa: questi fattori erano percepiti come una sorta di garanzia che avrebbe protetto la città e quanti in essa vivevano dalle atrocità del conflitto. Non a caso la sorte dei centri urbani che durante gli anni di guerra videro un significativo spopolamento in favore delle campagne prive di obiettivi militari e più facilmente in grado di fornire generi alimentari, non riguardò la Capitale la quale, al contrario, assistette ad un significativo aumento dei suoi abitanti accogliendo centinaia di migliaia di sfollati dalle aree circostanti. In questo quadro, dunque, è facilmente intuibile come le bombe che la colpirono quel 19 luglio 1943 non valsero solo a provocare lutti e disperazione ma anche a mandare in frantumi la speranza di salvezza nutrita da quanti si erano rifugiati all’ombra del Colosseo.

Ma andiamo con ordine e torniamo a quell’estate del quarto anno del Secondo Conflitto Mondiale. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia dando così inizio alla lenta risalita attraverso lo “Stivale” che quasi due anni dopo – il 25 aprile 1945 – avrebbe portato alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Nel valutare e discutere le manovre tattico-strategiche utili per agevolare la propria avanzata, il comando angloamericano prese subito in considerazione l’opportunità di bombardare i principali centri urbani non solo per colpire – soprattutto al Nord –  fabbriche, depositi militari ed importanti snodi viari e ferroviari ma anche per fiaccare il morale della popolazione inducendola, così, a schierarsi apertamente contro il proseguimento della guerra e contro il regime mussoliniano: non a caso le incursioni aeree sarebbero stato più volte precedute o seguite da fitti lanci di volantini in cui gli Alleati si proclamavano amici del popolo italiano, attribuivano la responsabilità degli attacchi al Duce ed alla sua succube sudditanza alla Germania e, al fine di sottrarsi prima possibile all’incubo delle bombe, incitavano alla protesta ed all’insurrezione.

Le prime incursioni aeree su Torino – 12 luglio – e Napoli – 17 luglio –, come anche riportato dai servizi militari di intelligence, corroborarono tale auspicio producendo come conseguenze indirette imponenti e spontanee manifestazioni per la pace e finanche azioni di sabotaggio. Ciò ebbe certamente una forte influenza sulla decisione da prendere in merito a Roma. Anche agli occhi del comando angloamericano, infatti, la questione della Capitale si mostrava del tutto particolare ed assai delicata: le medesime ragioni che avevano spinto i suoi abitanti a considerarsi in un luogo sicuro e lo stesso impegno diplomatico del Vaticano a che la città fosse risparmiata dai combattimenti, avevano lungamente indotto gli Alleati a riflettere sulla prospettiva di un bombardamento dalle incerte conseguenze in termini di consenso e politica interna specie negli Usa. Restavano, tuttavia, la necessità strategica di danneggiare il suo importante snodo ferroviario, fondamentale per gli spostamenti di truppe e armi da Nord a Sud, e l’alto valore psicologico che avrebbe avuto colpire la città simbolo del fascismo. Il “buon esito” delle incursioni su Torino e Napoli, dunque, valse definitivamente a far pendere l’ago della bilancia a favore dell’attacco.

L’azione – preceduta, secondo alcuni studiosi, dal “consueto” lancio di volantini velocemente fatti sparire su ordine del prefetto fascista con tanto di minaccia di incriminazione per disfattismo ai civili che li avessero raccolti – fu concepita come un “bombardamento di precisione” dello scalo ferroviario di San Lorenzo e, per ciò stesso, fu affidata ai B17 statunitensi in grado di vantare dei sistemi di puntamento ben più efficaci rispetto a quelli dell’aeronautica britannica. Era circa metà mattinata, una mattina torrida, senza un filo di vento, quando la prima formazione di velivoli partiti dalle basi in Tunisia raggiunsero i cieli di Roma: da quota 6000 metri la “fortezza volante” “Lucky Lady”, subito seguita da “Arkansas’ Travellers”, “Pretty Boy”, “Dark Lady”, “Winnie Oh Oh”, “Geronimo II” e da tutti gli altri aerei della squadra, sganciò il primo stick di otto bombe da 250 kg alle 11, un minuto e cinquanta secondi. Gli ordigni toccarono il suolo alle 11.03 proprio quando tacque il terzo squillo delle sirene antiaeree azionate tardivamente a seguito della negligente  segnalazione della sala operativa del Ministero dell’Aeronautica: il puntatore di “Lucky Lady”, Owen Gibson, fece un ottimo lavoro e ad essere centrati furono i binari, due vagoni e un capannone dello scalo di San Lorenzo. L’ordine per quanti avrebbero seguito il primo lancio era quello di mirare stringentemente alle nubi di polvere ed agli incendi prodotti ma ben presto l’area fu ricoperta da un fitta e sempre più larga coltre di fumo cosicché già gli ultimi sticks della prima incursione si allontanarono dal target iniziale colpendo in progressione Viale dello scalo San Lorenzo, viale del Verano, largo Talamo, via dei Liguri, via degli Enotri e via dei Piceni: otto palazzi furono ridotti in macerie ed un altro fu colpito all’inizio di via di Porta Labicana.

In breve alla prima ondata seguirono le successive, ben sei in totale, che videro in tutto un numero di 662 bombardieri B17, B24, B25 e B26 impegnati, scortati da 268 caccia P38: ad opporsi loro solo 38 aerei italiani peraltro impediti al decollo dal contestuale bombardamento degli aeroporti militari di Centocelle e Ciampino. Ormai le nubi erano assai estese ed il lancio avvenne sulla base di criteri oltremodo orientativi: bombe caddero fino a 500 metri di distanza dallo scalo ferroviario investendo l’intero quartiere di San Lorenzo e concentrando le più gravi devastazioni nel triangolo che va da Piazzale Sisto V a Piazzale San Lorenzo a Piazza di Porta Maggiore.  Al termine dell’attacco, durato fino alle 13.35 ed ufficialmente concluso dal lungo fischio della sirena antiaerea alle 14.10, 4000 bombe per circa 1060 tonnellate di peso erano cadute sul quartiere di San Lorenzo ma anche sul Tiburtino, Casilino, Prenestino, Labicano, Tuscolano e Nomentano. I morti accertati furono 1029 – anche se alcune fonti parlano di oltre 3000 –, i feriti circa 10000.

L’eco dell’accaduto fece immediatamente il giro di tutto il Paese: mentre da più parti, cinicamente, si considerava giusto che anche Roma, la città della cui immagine si era impropriamente appropriato il fascismo, vivesse la medesima tragedia di tutta la Nazione, il Papa in persona si recò nel quartiere martoriato dalle esplosioni raccogliendosi in preghiera con centinaia di fedeli nel piazzale del Verano. Mussolini, di rientro da Feltre ove aveva incontrato Hitler senza riuscire ad ammettere l’impossibilità per l’Italia di proseguire la guerra, cercò di sfruttare l’accaduto denunciando la ferocia alleata giunta ove nemmeno i barbari si erano spinti ma erano questi gli ultimi, vacui colpi di coda di un regime ormai giunto alla sua fine.

Senza dubbio la responsabilità storica del fascismo e del nazismo a fronte dell’immane tragedia che fu la Seconda Guerra Mondiale è assoluta ed inconfutabile. Tuttavia casi come quello ricordato in questo articolo, come Dresda, come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki o come gli innumerevoli bombardamenti in cui a perire furono milioni di civili, ci interrogano ancor oggi su quanto, da ogni parte, nel conflitto siano state commesse atrocità contestualizzabili ma non giustificabili: non a caso a denunciare i bombardamenti indiscriminati compiuti dagli angloamericani furono le stesse forze partigiane impegnate sul campo contro il medesimo nemico.  Tutto ciò ci ricorda come, nell’orrore della guerra, a perire per primo è il senso stesso dell’umanità.

 

“Siamo i vostri fratelli

figli di queste colline

ci fu chiesta la vita

avevamo poco di più

ma la demmo lo stesso

perché voi poteste continuare a sperare

in un mondo più umano.

Non offriteci solo preghiere

ma la rabbia

una rabbia feroce

contro chiunque voglia mettere di nuovo

l’uomo contro l’uomo.”

(Monumento ai caduti di Moresco)

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Baldoli, I bombardamenti sull’Italia nella Seconda guerra mondiale. Strategia anglo-americana e propaganda rivolta alla popolazione civile, DEP, n.13-14 / 2010

De Simone,, Venti angeli sopra Roma. I bombardamenti aerei sulla città eterna (il 19 luglio e il 13 agosto 1943), Mursia, Milano 1993.

Mancini, La guerra nelle terre del papa. I bombardamenti alleati tra Roma e Montecassino attraversando i Castelli Romani, FrancoAngeli, Milano 2011.

A. Portelli, Il bombardamento di San Lorenzo, Laterza, Bari 2007

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