Mia patria è il mondo intero: la vita di Sante Caserio

Ogni “Potere” che si fondi sulla sottomissione dei molti da parte dei pochi porta e nutre in sé il germe della ribellione. La storia dell’umanità nelle sue ricorrenti per quanto multiformi espressioni di contrapposizione fra classi dominanti e subalterne fornisce innumerevoli esempi in tal senso: insurrezioni, rivolte, rivoluzioni, variamente ricordate in funzione della prospettiva dei vincitori, testimoniano comunque di una conflittualità sociale sempre presente nel decorrere del nostro passato. Ma, come già sottolineato nell’articolo relativo all’eccidio della famiglia Romanov, altrettanto frequente nella storia è stato un’altra espressione di insorgenza, questa volta, però, compiuta da avanguardie più o meno autoproclamatesi rappresentanti delle istanze popolari: il regicidio, inteso latamente come eliminazione fisica degli individui detentori del potere politico. Questa settimana ricorre, a tal proposito, l’anniversario del processo di un anarchico italiano che il 24 giugno 1894 uccise il presidente della repubblica francese Marie François Sadi Carnot per vendicare alcuni suoi compagni: Sante Caserio.

Con ogni probabilità, al di fuori degli ambienti e dei circoli libertari, tale nome dirà ben poco non solo per la damnatio memoriae cui i vincitori di ieri e di oggi hanno condannato quanti aderirono a certe posizioni politiche per di più se rei di siffatte azioni ma, verosimilmente, anche perché, almeno in Italia, la sua storia è stata oscurata da quella dell’anarchico Gaetano Bresci che il 29 luglio 1900, uccise Umberto I per vendicare le vittime “cannoneggiate” dal generale Bava Beccaris in occasione dei moti del pane di Milano nel 1898. Eppure le vicende di cui si rese protagonista Sante Caserio ebbero una eco molto ampia all’epoca come testimoniato dai molteplici brani musicali che negli anni successivi all’accaduto furono composti e che ancora oggi permangono nella tradizione storica dei canti popolari ed anarchici. Ma andiamo con ordine: chi era, dunque, costui?

Sante nacque a Motta Visconti, un piccolo paese in provincia di Milano, l’8 settembre 1873 da una modesta e numerosa famiglia di contadini. Alla tenera età di dieci anni, per evitare di pesare sulle povere economie dei genitori decise di scappare di casa separandosi dalla madre, Martina Broglia, cui era molto affezionato e dal padre che solo quattro anni più tardi sarebbe morto di pellagra in un manicomio. Giunto a Milano, il ragazzo trovò impiego come garzone presso un fornaio e, negli anni successivi, cominciò ad avvicinarsi agli ambienti anarchici per poi aderirvi apertamente a seguito degli scontri avvenuti a Roma il primo maggio 1891. Il suo impegno per la causa libertaria divenne ben presto totale: fu, infatti, il principale promotore dell’apertura di un circolo anarchico nella zona di Porta Genova che chiamò “A pée” (“A piedì”, cioè “senza soldi”) e divenne assiduo frequentatore della Camera del Lavoro di Milano ove veniva spesso visto distribuire ai disoccupati del pane e dei volantini stampati con il suo magro stipendio. Nel 1892 fu identificato e schedato durante una manifestazione di piazza per poi essere arrestato, di lì a breve, per aver distribuito un opuscolo antimilitarista a dei soldati.

Lo stingersi attorno alla sua persona delle maglie repressive dello stato sabaudo, dunque, lo indusse ad espatriare prima in Svizzera, a Lugano e Ginevra, e, quindi, in Francia a Lione, Vienne e Sète. Non erano quelli, tuttavia, anni in cui gli anarchici potessero sperare di trovare un più mite approccio nei loro confronti da parte del governo transalpino, anzi: poco dopo l’arrivo di Sante, infatti, scoppiarono in tutto il paese dure proteste contro la condanna a morte di tre militanti libertari – François Koenigstein conosciuto come Ravachol, Auguste Vaillant e  Émile Henry – resisi protagonisti di vari attentati. In particolar modo ad infuocare gli animi fu la mancata concessione della grazia da parte del presidente della Repubblica Sadi Carnot nei confronti del Vaillant nonostante il suo attentato alla Camera dei Deputati non avesse, intenzionalmente, causato morti: proprio per vendicare questa condanna Henry aveva scagliato una bomba a mano nel Cafè Terminus causando un morto e venti feriti, azione questa – oltre ad un precedente attacco dinamitardo contro una stazione di polizia di Parigi, in rue de Bons-Enfants – che gli era valsa l’arresto e la medesima sorte di Vaillant. Ma le pene capitali rappresentavano solo un aspetto, sebbene forse quello più evidente ed emblematico, delle politiche antianarchiche ed antisocialiste del Governo francese: proprio per stroncare le proteste e la crescente diffusione di tali ideologie in una popolazione flagellata dalla povertà, infatti, in quello stesso periodo furono varate tre leggi, così dette “scellerate”, le quali, perseguendo reati d’opinione, portarono a numerosi arresti e condanne ai bagni penali per quanti avevano semplicemente partecipato a letture pubbliche di scritti “sovversivi” o avevano espresso solidarietà nei confronti di Vaillant.

Fu, dunque, in questo clima di dura conflittualità sociale che Sante si calò al momento del suo arrivo in Francia. Questa volta, tuttavia, di fronte alla feroce repressione governativa, il giovane lombardo decise di non scappare: troppo grande era il senso di ingiustizia per quanto andava accadendo attorno a lui, troppo per anteporre i propri interessi personali a quelli della propria causa. Proprio come era stato per Henry, Caserio fu fortemente colpito dalla mancata grazia a Vaillant e decise di vendicare la sua morte con l’assassinio di colui che riteneva il principale responsabile dell’accaduto: quel Sadi Carnot che non solo non aveva voluto commutare la pena del condannato ma il cui governo aveva varato le “leggi scellerate” e che, in qualità di massimo rappresentante del potere borghese, assumeva ai suoi occhi le colpe per le miserevoli condizioni in cui il popolo francese era costretto a vivere.

Il 24 giugno 1894, dunque, Sante si recò a Lione ove il Presidente della Repubblica era atteso per l’inaugurazione dell’esposizione universale. Qui comprò un coltello e, dopo averlo avvolto in un foglio di giornale, si confuse fra quanti erano in attesa dell’arrivo del corteo presidenziale in piazza della Repubblica. Lasciamo a lui stesso il racconto dell’accaduto come riportato fedelmente dall’Almanach de Myrelingue nel resoconto degli atti processuali:

Avevano appena detto che erano le nove e cinque, e tutti cominciavano già a agitarsi. Era passata soltanto una carrozza chiusa, arrivando a gran trotto dall’Opéra alla Borsa e ripartendo poi in senso inverso. Poi si è sentita suonare la Marsigliese. Prima sono passati velocemente, per assicurarsi che la rue de la République fosse sgombra, quattro soldati a cavallo della Guardia Repubblicana. Poi sono arrivati, a piccolo passo, dei militari, sempre a cavallo, disposti in plotoni di quattro, su cinque file circa. Dopo la prima truppa è passato un trombettiere e cavallo, però senza suonare; poi un secondo plotone uguale al primo. Poi è arrivato il calesse scoperto del Presidente della Repubblica; i cavalli del tiro venivano circa tre passi dopo la coda dell’ultimo plotone di soldati. Quando gli ultimi cavalieri della scorta mi sono passati davanti, ho aperto la giacca. Il pugnale lo tenevo, col manico in alto, nell’unica tasca interna, a destra. L’ho impugnato con la sinistra e con un solo movimento, spingendo via due ragazzi che mi stavano davanti. Mi sono diretto a buona andatura, ma senza saltare, diritto verso il presidente, seguendo una linea un po’ obliqua, in senso contrario al movimento della carrozza. Sono saltato sul predellino appoggiando la mano sinistra sul bordo della vettura, e con un solo colpo, tirato leggermente dall’alto in basso e con il palmo della mano indietro, ho affondato il pugnale nel petto del presidente. Ho lasciato il pugnale conficcato; sul manico era restato un pezzo di carta di giornale. Tirando il colpo ho gridato, non so dire se forte o meno: “Viva la Rivoluzione”. Una volta tirato il colpo mi sono gettato all’indietro; vedendo poi che non mi avevano arrestato subito e che nessuno sembrava avere capito quel che avevo fatto, mi sono messo a correre superando la carrozza e passando a fianco dei cavalli presidenziali. E’ stato allora che ho gridato “Viva l’Anarchia!”, grido che i poliziotti hanno ben capito. Poi sono passato davanti ai cavalli, dietro la scorta, andando di sbieco sulla destra per cercare di entrare nella folla e sparire. Delle donne e degli uomini non mi hanno lasciato passare, poi dietro di me ho sentito un grido: “Arrestatelo!”. Un gendarme, di nome Nicolas Pietri, mi ha preso per il colletto della giacca e poi un’altra ventina di persone mi hanno bloccato.

Sadi Carnot, ferito in modo assai grave svenne quasi immediatamente per l’abbondante perdita di sangue e si spense poco dopo la mezzanotte del giorno successivo: la sua sepoltura avrebbe avuto luogo al Pantheon a seguito di un’elaborata e solenne cerimonia di Stato.

Dopo l’arresto, dunque, Sante Caserio fu avviato al processo che si svolse il 2 ed il 3 agosto 1894. Sebbene la reazione popolare fu tutt’altro che favorevole al suo gesto ed, anzi, motivò diffusi moti anti-italiani in tutta la Francia[i], l’imputato non cercò mai di negare le sue responsabilità né di chiedere la pietà del giudice ed anzi rivendicò pubblicamente il suo gesto e le ragioni che lo avevano spinto a tale decisione. Nella dichiarazione rilasciata, fra l’altro, affermò:

Se dunque i Governi impiegano i fucili, le catene, le prigioni, e la più infame oppressione contro noi anarchici, noi anarchici che dobbiamo fare? Cosa? Dobbiamo restare rinchiusi in noi stessi? Dobbiamo disconoscere il nostro ideale che è la verità? No!… Noi rispondiamo ai Governi con la Dinamite, con il Fuoco, con il Ferro, con il Pugnale, in una parola con tutto quello che noi potremo, per distruggere la borghesia ed i suoi governanti. Emile Henri ha lanciato una bomba in un ristorante, ed io mi sono vendicato con il pugnale, uccidendo il Presidente Carnot, perché lui era colui che rappresentava la Società borghese. Signori Giurati, se volete la mia testa, prendetela: ma non crediate che prendendo la mia testa, voi riuscirete a fermare la propaganda anarchica. No!.. Fate attenzione, perché colui che semina, raccoglie. […] non sarà che una rivoluzione violenta contro la borghesia, che potrà riconquistare i diritti dei lavoratori. Quel giorno, non ci saranno più gli operai che si suicideranno per la miseria, non ci saranno più gli Anarchici che soffriranno la prigione per anni e anni, non ci saranno più anarchici che saranno impiccati, garrotati, fucilati, ghigliottinati: ma saranno i borghesi, i Re, i Presidenti, i Ministri, i Senatori, i Deputati, i Presidenti delle Corti d’Assise, dei Tribunali, ecc. che moriranno sulla barricate del popolo, il giorno della rivoluzione sociale. È da lì che splenderanno i raggi d’una Società nuova, cioè dell’Anarchia e del Comunismo. Sarà solamente allora che non ci saranno più né sfruttati, né sfruttatori, né servi, né padroni: ciascuno darà secondo la propria forza e consumerà secondo i propri bisogni.

Fermamente convinto dei suoi ideali, dunque, l’imputato rifiutò persino l’offerta di ottenere l’infermità mentale in cambio dei nomi di alcuni suoi compagni con la frase rimasta celebre: “Caserio fa il pane, non la spia”. Fu, quindi, condannato a morte e ricevette la sentenza con un sonoro: “Viva la rivoluzione sociale”. Quello stesso giorno, dopo ave rifiutato la visita del coadiutore di Motta Visconti, Don Alessandro Grassi, fatto giungere a Lione appositamente per lui con il permesso del Ministero degli Interni, scrisse l’ultima lettera a sua madre:

Lione 3 agosto 1894
Cara madre, vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia condanna è la pena di morte.
Non pensate [male] o mia cara madre di me?[!] Ma pensate che se io comessi questo fatto non è che sono divenuto [un delinquente] e pure molto vi dirano che sono un assassino un malfattore. No, perché voi conosciete il mio buon quore, la mia dolcezza, che avevo quando mi trovavo presso di voi?[!] Ebbene anche oggi è il medesimo quore: se ò comesso questo mio fatto è precisamente perché ero stanco di vedere un mondo così infame.
Ringrassio il signor Alessandro che è venuto a trovarmi ma io non voglio confessarmi.
Addio cara mamma e abbiate un buon ricordo del vostro Sante che vi ha sempre amato.

Poco dopo indirizzò una missiva anche alla vedova Carnot: una cartolina con l’immagine di Ravachol accompagnata dalla scritta Il est bien vengé, “E’ stato ben vendicato”.

Il 16 dello stesso mese alle 4.30 del mattino, dunque, Sante Caserio salì sul patibolo eretto nei pressi della prigione Saint-Paul all’angolo tra la rue Smith e cours Suchet ove la ghigliottina lo attendeva per decapitarlo. Appena prima di morire gridò alla folla che assisteva in lontananza: “Forza, Compagni! Viva l’Anarchia”. Il suo corpo fu tumulato nel vecchio cimitero de la Guillottière di Lione proprio mentre il livore sciovinista anti-italiano andava scemando e si moltiplicavano, di contro, gli arresti per apologia di reato nei confronti dei sostenitori della sua azione – fra cui ci fu anche Alexandre Dumas (figlio).

La memoria di Sante Caserio è sopravvissuta, come detto, soprattutto in innumerevoli canti popolari la cui tradizione fu avviata, in primo luogo, dal compositore ed avvocato amico dell’attentatore Pietro Gori, espulso peraltro dalla Francia assieme ad altri 3000 compatrioti ed anarchici a seguito dell’accaduto. Oggi quei canti ci parlano di una storia che appare assai più distante dal nostra realtà di quanto la mera cronologia stabilisca, una storia che può apparire perfino complicata da comprendere: in un mondo che si vorrebbe post-ideologico quella richiesta di giustizia sociale, quell’anelito alla libertà, quella totale dedizione alla causa degli ultimi giunta fino all’atto estremo di togliere una vita e sacrificare la propria rischia di perdere quei riferimenti culturali in grado di darne una spiegazione. Anche questo, d’altronde, è frutto del rapporto tra vincitori e vinti. Per chi riesca ancora ad ascoltare e “sentire”, tuttavia, il nome di Sante Caserio continua a portare con sé un significato che va oltre la singola persona e le sue vicende per ricordare ed interrogarci sulla reale possibilità e necessità di un mondo senza più sfruttati né sfruttatori.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Pietro Gori, In difesa di Sante Caserio, www.liberliber.it

Rino Gualtieri, Per quel sogno di un mondo nuovo, Euzelia editrice, Milano 2005

Errico Malatesta, Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni, Camerano (AN) 2009

Giovanni Ansaldo, Gli anarchici della Belle Époque, Le Lettere, Milano 2010

Gianluca Vagnarelli, Fu il mio cuore a prendere il pugnale. Medicina e antropologia criminale nell’affaire Caserio, Zero in condotta, Milano 2013

Il pugnale usato da Sante Caserio

[i] Non bisogna dimenticare che l’immigrazione italiana, all’epoca, era tutt’altro che ben vista. Proprio in Francia, in particolar modo, l’anno precedente si erano avuti ad Aigues-Mortes, nella Camargue, gravissimi episodi di intolleranza razziale nei confronti dei lavoratori italiani in seguito ai quali si registrarono nove morti e un centinaio di feriti.

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