Dai maltrattamenti all’omicidio. La valutazione del rischio di recidiva e dell’uxoricidio // Anna Costanza Baldry

Nato come manuale rivolto al personale dei servizi sociali, dei centri di assistenza, delle forze di polizia e della magistratura, il testo si rivela un utile vademecum per ricordare un problema che affligge il nostro paese (e purtroppo non solo…) e che ci coinvolge fin nel più intimo all’interno delle nostre case, della nostra educazione e del nostro modo di rapportarci agli altri.

Il libro affronta la violenze nelle relazioni intime (quindi non solo le violenze domestiche, ma anche quelle all’interno del fidanzamento) portando statistiche, fornendo un’analisi scientifica degli abusi, dalla loro genesi, dalla tipologia di personalità più predisposta al loro sviluppo, fino al tipo di relazione o ambiente che ne favorirebbe l’inizio, la crescita o la mancata denuncia. Le statistiche che vengono snocciolate e ripetute non sono confortanti e ci fanno capire come ancora oggi ci sia un gran lavoro da fare sul rapporto tra i generi e sulla prevenzione della violenza all’interno delle relazioni.

Scopriamo che una percentuale non insignificante di donne non percepisce dei comportamenti abusanti come tali, identificandoli più spesso come una generica gelosia eccessiva; altro dato preoccupante è la percentuale di uomini che dichiara di aver tenuto comportamenti al limite dello stalking dopo la chiusura di una relazione (chiamate o messaggi indesiderati, contattare persone terze in comune, attendere la vittima fuori casa o a scuola/lavoro). Il testo è una buona occasione per affrontare un dramma dei nostri giorni e delle nostre vite e per fare i conti con quell’aspetto di violenza tra generi trasversale che attraversa tutte le culture del mondo, tutte le età, tutte le fasce di ricchezza o istruzione e che rende la violenza di genere la maggiore causa di morte tra le donne adulte nel mondo (più del cancro, degli incidenti stradali, della fame o della guerra!).

La soluzione non è una politica dell’intolleranza e della repressione, ma investire in centri antiviolenza e in una formazione adeguata del personale di polizia, della magistratura e dei servizi sociali, nella diffusione capillare di centri antiviolenza in cui far curare i partner abusanti con terapie validate statisticamente. Tutto il resto è retorica, ma non solo… Le statistiche ci rivelano che, a differenza della percezione comune, la grande maggioranza dei femminicidi, dei maltrattamenti e dei suicidi-omicidi è svolta all’interno della relazione, da persone con cui spesso le vittime convivono o che fanno parte della loro famiglia (ad esempio, tra i fattori che aumentano la possibilità di uxoricidio c’è il numero dei figli), che molto spesso chi commette questo tipo di reati ha subito violenza in età infantile o ha assistito a ripetute violenze all’interno del nucleo familiare primario, che alcuni percorsi cognitivo-comportamentali si sono rivelati utili nel supportare una riduzione dell’aggressività intra-familiare.

Il cambiamento che va apportato è sicuramente culturale e all’interno delle famiglie, ma lo stato non può pensare di contrapporre a una violenza diffusa dal basso, un’altra forma di violenza diffusa dall’alto; solo un lavoro paziente e costante, di responsabilizzazione e prevenzione, basato su un rigido metodo statistico potrà indirizzarci su un cambio di paradigma sempre più necessario.

Gabriele Germani

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