Il disastro di Marcinelle

Ci sono ricorrenze la cui importanza travalica la dimensione puramente episodica per assumere caratteri simbolici in grado di condensare e raccontare intere esperienze storiche. Ci sono ricorrenze la cui declinazione al passato, dovuta ad ovvie ragioni cronologiche, parla al presente in un contesto di reiterazione di avvenimenti analoghi aventi attori e contesti diversi ma uguale sfondo di disperazione e ingiustizia. Ci sono ricorrenze il cui ricordo smette i panni di semplice esercizio di memoria divenendo stimolo d’analisi per una realtà in cui continuiamo ad essere drammaticamente calati. L’anniversario di cui ci occuperemo in questo “appuntamento con la Storia” è tutto questo e, soprattutto in tempi di rinascita di nazionalismi e isterie antimigratorie, si presenta come formidabile occasione di riflessione. Stiamo parlando di una delle più gravi tragedie minerarie d’Europa, una tragedia che, sebbene sia avvenuta in Belgio, ci interessa da vicino dal momento che a pagare il più alto tributo di sangue fu proprio la comunità italiana: il disastro di Marcinelle.

Per comprendere il contesto in cui tale avvenimento venne a maturare e perché a farne maggiormente le spese furono nostri connazionali occorre tornare all’immediato secondo dopoguerra e, in particolare, alla situazione ed ai rapporti dei due Paesi in questione: l’Italia usciva dal conflitto devastata, con una pesante carenza in fatto di risorse energetiche ed ancor più gravata da quei problemi di disoccupazione e povertà che a partire dalla fine del secolo precedente avevano motivato imponenti ondate migratorie verso altre nazioni del Vecchio Continente e d’oltreoceano; di contro il Belgio, la cui industria era stata solo parzialmente danneggiata dai bombardamenti e dalle violenze belliche, lamentava una rilevante carenza di manodopera soprattutto nel settore estrattivo e carbonifero. La complementarietà era evidente e il 23 giugno 1946 i governi dei due Stati firmarono un concordato ad hoc che prevedeva il trasferimento di 2000 lavoratori a settimana dal Paese mediterraneo a quello nordico il quale, a sua volta – come se si stesse parlando di una merce di scambio qualsiasi – si impegnava a fornire una contropartita per ogni operaio di 200 kg di carbone al giorno.

Nel volgere di una decade 140000 uomini, 17000 donne e 29000 bambini varcarono le Alpi con la speranza di fuggire da fame e povertà: tutti, mese dopo mese, anno dopo anno affrontarono un viaggio disperato che da Milano – ove erano obbligati a confluire da tutto lo “Stivale” per apposite visite mediche – li conduceva a destinazione dopo tre giorni e tre notti di permanenza su treni fatiscenti, composti da vagoni privi di servizi igienici e più simili a carri bestiame che a carrozze degne di questo nome. Ad attenderli una realtà ben lontana da quel riscatto sociale tanto agognato, una realtà fatta di miseria, sfruttamento e razzismo: costretti a vivere in baracche costruite qualche anno prima dai nazisti per internare prigionieri di guerra – gli “alloggi” previsti dall’accordo intragovernativo –, obbligati a massacranti turni in un ambito lavorativo, quello di miniera, duro quanto sconosciuto ai più e rifiutati dalle comunità locali pronte a identificare in loro pericolosi “intrusi” dediti alla violenza e al furto, molti presero in considerazione l’ipotesi di tornare in patria scontrandosi, però, con l’obbligo contrattuale di garantire almeno un anno di servizio, pena il carcere. A ciò, presto, presero ad aggiungersi gli incidenti dovuti, fra l’altro, al grisou, una pericolosa miscela di gas inodore sovente presente nei giacimenti di carbone, incidenti che, al dicembre del ’53, contavano già oltre duecento morti fra i minatori italiani e che indussero lo stesso governo di Roma a richiedere formalmente a Bruxelles l’apertura di un’inchiesta. La scelta di garantire a tutti i costi un profitto in un settore che già cominciava ad entrare in crisi, tuttavia, spinse l’esecutivo belga a rifiutare ogni ammodernamento degli impianti ed efficientamento delle misure di sicurezza; quando l’8 marzo del 1956 l’Italia prese la decisione di bloccare i convogli previsti dall’accordo bilaterale (complice il nostro ormai affermato boom economico con il conseguente riorientamento interno dei flussi migratori verso le regioni industriali del nord), l’approvvigionamento di manodopera si spostò alla Spagna ed alla Grecia.

Nondimeno, all’inizio di quell’anno, gli italiani occupati nei pozzi della Vallonia erano circa 44000, quasi un terzo dell’intera forza lavoro impiegata nel settore estrattivo. Fra i vari centri minerari vi era, dunque, anche quello di Marcinelle, quartiere della città conurbata di Charleroi sita a poche decine di chilometri dal confine francese. Bois du Cazier, questo il suo nome, era attiva fin dal 1830 e, come varie altre vecchie miniere della zona, presentava una struttura per molti aspetti desueta: il complesso era composto da due pozzi attivi (un terzo era in costruzione) in cui l’accesso e l’uscita era garantita soltanto da una coppia di ascensori azionati da potenti motori; per evitare che i cavi, sostenuti e guidati da molette poste su grandi tralicci metallici, andassero incontro ad una usura prematura, le impalcature erano state costruite prevalentemente in legno con tutti i rischi che ciò comportava in caso di incendio; da ultimo, il sistema d’areazione era affidato ad un circuito a ciclo unico in cui il primo pozzo fungeva da canale di entrata ed il secondo, tramite aspiratori esterni, da canale d’uscita. Tutto ciò, come è facile intuire, rendeva assai rischioso il lavoro in quei tunnel.

Quella dell’8 agosto 1956 si annunciava come una giornata uguale a tante altre. I “musi neri” del turno di notte – così spesso venivano chiamati i minatori per l’annerimento dei volti causato dalle operazioni estrattive – avevano da poco lasciato il posto di lavoro ai colleghi del mattino e il traffico dei carrelli continuava ininterrotto. Nelle viscere della terra, al livello 975 metri, l’operaio addetto alle manovre Antonio Iannetta procedeva, già da circa un’ora, alle operazioni di carico e scarico quando, alle 7.58 – come ricostruito nel rapporto di inchiesta redatto in sede processuale –, si allontanò per porsi alla ricerca di altri vagoncini pieni. Sul posto restò il suo aiutante, Gaston Vaussort, che, proprio in quel mentre, ricevette una telefonata dal responsabile delle manovre di superficie, Oscar Mauroy. Questi, necessitando della disponibilità degli ascensori per il livello 765 metri, richiese, come da protocollo di lavoro, che per due viaggi i montacarichi rimanessero “liberi”: ciò implicava per il livello 975 metri l’obbligo di mancato utilizzo e per gli operatori di superficie la possibilità di disporre degli elevatori senza l’autorizzazione dei responsabili del piano in questione. Dato il proprio assenso, dunque, Vaussort si allontanò a sua volta per cercare carrelli da avviare alla risalita: erano le 8.01 minuti e 40 secondi.

Alle 8.10, mentre il primo ascensore, opportunamente caricato al livello 765 metri, giungeva all’esterno il secondo arrivava al piano 975 metri. Iannetta, nel frattempo tornato al suo posto di lavoro, avviò le operazioni di carico: secondo quanto da lui successivamente dichiarato ciò avvenne dopo esplicita richiesta e conseguente assenso del suo aiutante mentre Mauroy testimoniò in sede processuale che Vaussort era ancora assente e che, quindi, non era possibile che avesse dato informazioni su quanto con lui concordato né tanto meno avesse potuto autorizzare l’utilizzo dell’elevatore. Quale delle due versioni risponda a verità non è dato ancor oggi saperlo anche perché la morte dello stesso Vaussort nel disastro privò le indagini di un teste fondamentale; sta di fatto che Iannetta cominciò a spingere nel montacarichi i vagoncini pieni giunti dai cantieri. La manovra, tuttavia, non funzionò: il sistema che avrebbe dovuto garantire il rilascio “al piano” del bloccaggio dei carrelli, infatti, si inceppò impedendo al vagoncino pieno di sospingere del tutto fuori dall’ascensore quello vuoto e determinando così una situazione che li vedeva entrambi sporgenti dalle sedi l’uno di 35 cm e l’altro di 80 cm.

La situazione era certamente fastidiosa ma non pericolosa per il responsabile di manovra del livello 975 metri: ignaro, quale che ne fosse la ragione, dell’attivazione del protocollo di lavoro “ascensori liberi”, infatti, egli era convinto che l’elevatore non sarebbe stato azionato senza il suo segnale di conferma. Alle 8.11, tuttavia, terminate le operazioni di scarico, Mauroy, parimenti all’oscuro di quanto andava succedendo quasi mille metri sotto di lui, riavviò il primo ascensore mettendo in moto inevitabilmente anche il secondo. Era l’inizio della fine: nella rimonta i carrelli sporgenti urtarono una putrella del sistema di invio e quest’ultima, a sua volta, tranciò di netto una condotta d’olio a 6 kg/cm² di pressione, i fili telefonici e due cavi in tensione (525 Volt), oltre alle condotte dell’aria compressa che servivano per gli strumenti di lavoro. Il tutto, sommato, come detto, al largo utilizzo di legno nelle strutture di sostegno dei tunnel, favorì il divampare di un furioso incendio che di lì a poco si sarebbe rivelato fatale per centinaia di operai. Ma andiamo con ordine.

Che qualcosa di molto grave stesse accadendo nelle viscere del pozzo I fu immediatamente evidente dal momento che il potente motore dell’ascensore si bloccò ed ogni comunicazione telefonica si interruppe; fu solo alle 8.25, quando Iannetta riuscì a risalire in superficie tramite gli ascensori del pozzo II, però, che fu dato l’allarme. Il primo a calarsi nel tunnel fu Votquenne, assistente del direttore dei lavori, ingegner Adolph Calicis: erano le 8.40 quando, dopo aver fatto sospendere il sistema di areazione per circa dieci minuti onde ristabilire nei serbatoi svuotati dalla rottura della condotta quel tanto di pressione necessaria allo sbloccaggio dei freni di emergenza dell’ascensore, egli scese nel pozzo assieme al collega Matton raggiungendo la profondità di 835 metri e qui vedendosi costretto a risalire data la mancanza di attrezzatura idonea e l’eccessiva presenza di fumo. La gravità della situazione, tuttavia, era ormai conclamata e Calicis, dopo aver preallertato alle 8.35 la vicina centrale di soccorso, richiese ufficialmente alle 8.48 l’invio di squadre specializzate le quali giunsero sul posto dieci minuti dopo.

Immediatamente, fu provata da Votquenne e da un altro soccorritore una nuova discesa con l’ausilio di respiratori Dräger: questa volta fu possibile giungere fino al livello 1035 metri ma i due, pur udendo alcuni lamenti, non poterono scendere dall’ascensore in quanto erano montati nel terzo compartimento dello stesso fermatosi a 3,5 metri più in alto del livello di uscita. Risalendo verso la superficie Votquenne vide distintamente al livello 975 metri che le fiamme avevano raggiunto l’ultima delle tre porte di sbarramento fra i due pozzi: dieci minuti dopo, infatti, anche il pozzo II – attraverso il quale nel frattempo erano riusciti a mettersi in salvo altri sei minatori e che era servito ad un operaio non dipendente di Bois du Cazier, Jan Stroom, per calarsi nelle viscere della miniera in un disperato e per lui fatale tentativo di aiuto ai suoi colleghi – divenne inutilizzabile. Restava, dunque, solo il terzo pozzo in costruzione ma, anche in questo caso, un primo tentativo di farsi largo attraverso un canale laterale sito a 765 metri, il passo d’uomo, venne coronato da insuccesso. Nella speranza di garantirsi una via di accesso alternativa, quindi, Calicis diede ordine alle 10.00 di separare i cavi dei due ascensori del pozzo I così che potessero essere utilizzati indipendentemente: l’ulteriore discesa provata al termine delle operazioni durate fino a mezzogiorno dallo stesso direttore dei lavori della miniera, accompagnato dal caposquadra Angelo Galvan e da un soccorritore, si interruppe però a 170 metri a causa di un tappo di vapore.

I minuti trascorrevano e con essi scivolavano via lentamente ma inesorabilmente le probabilità di riuscire a salvare quanti erano rimasti intrappolati nelle viscere della terra. I timori nutriti da molti ebbero le prime tristi conferme quando, attorno alle 13.30, un secondo tentativo, questa volta riuscito, di passare attraverso il canale a 765 metri fra pozzo III e pozzo I portò al rinvenimento di alcuni cadaveri di cavalli e uomini. Ciò nonostante un timido barlume di speranza si accese attorno alle 15.00: una spedizione, infatti, trovò e mise in salvo tre minatori nel pozzo I e, poco più tardi, un altro gruppo di soccorritori estrasse altri tre superstiti. Iniziò così una corsa contro il tempo che sarebbe durata per due settimane: nei giorni successivi squadre specializzate giunte da tutta Europa e, soprattutto, dall’Italia diedero inizio ad un’operazione disperata che le vide impegnate ventiquattr’ore su ventiquattro nelle ricerche attraverso gli stretti cunicoli della miniera. I soccorritori si calarono, ancora una volta, attraverso il pozzo III e, dopo aver percorso il passo d’uomo cominciarono ad addentrarsi nelle gallerie: non vi era presenza di gas e il fuoco era ormai stato del tutto domato ma l’aria era irrespirabile.

A quota 835 metri furono rinvenuti molti cadaveri di uomini ed animali gonfi per il gas e l’acqua, anneriti dal fumo e a volte privi degli arti ma le ricerche non si interruppero per un solo minuto: la convinzione era che potessero esserci sopravvissuti al livello 1035 metri. Ancora cinque giorni dopo l’incidente i giornali e le radio dichiaravano che c’era speranza mentre in superficie lo straziante riconoscimento dei corpi procedeva a rilento date le loro condizioni. Quando, finalmente, nella notte fra il 21 e il 22 agosto i soccorritori riuscirono a raggiungere le profondità dei tunnel, tuttavia, dovettero constatare che ogni auspicio non aveva più ragion d’essere: le spoglie esanimi di decine di minatori giacevano sparse nel rifugio e nei cunicoli; alcuni avevano scavato con le unghie nella terra come ultimo, disperato tentativo di salvarsi. Le parole “tutti cadaveri” pronunciate in italiano da uno dei soccorritori risalito in superficie attorno alle 3 del mattino posero, dunque, la pietra tombale su ogni residuo ottimismo ed obbligarono tutti a prendere atto di una tragedia dalle proporzioni inaudite.

Il giorno successivo, mentre le operazioni di soccorso venivano tramutate in manovre di recupero dei corpi, venne rinvenuto un messaggio scritto con del gesso su una tavoletta di legno dal caposquadra del livello 1035 metri Anatole Gonet lo stesso giorno dell’incidente: “On recule pour la fumée vers 4 paumes. On est environ à 50. Il est 1h 1/4. Gonet” (“Indietreggiamo per il fumo verso 4 palmi. Siamo circa 50. È l’una e un quarto. Gonet”i) Già, il fumo. Fu infatti il fumo, sospinto fin nel più remoto meandro delle gallerie dal sistema di ventilazione che, come visto, aveva nel pozzo I l’unico canale d’ingresso dell’aria e che fu mantenuto incautamente attivo, a causare il decesso della maggior parte dei minatori; l’incendio, che pure si rivelò determinante nell’ostacolare i primi interventi di soccorso, fu, di fatto, sostanzialmente limitato divampando nei pozzi fra il livello 765 metri e 975 metri. A morire asfissiati nelle viscere di Bois du Cazier furono 262 uomini di cui 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 2 sovietici, 1 britannico e 1 olandese.

La disperazione dei migranti, la fatica e la speranza, il razzismo e lo sfruttamento, l’orrore delle “morti bianche”: difficile dire se stiamo elencando gli spunti di riflessione che ci lascia la memoria del disastro di Marcinelle o se stiamo riportando gli argomenti dei titoli di un qualsiasi telegiornale dei nostri giorni. Come sottolineato in apertura, ricordare oggi quella tragedia non è e non può essere solo volgere la propria attenzione al passato seguendo una passione storiografica ma diviene concreto strumento di sensibilizzazione nei confronti di un dramma che continua a vivere nel nostro presente.

Ci piace concludere quest’articolo rimandando ad un link che, sulle immagini originali dell’epoca, monta l’audio di un brano musicale intitolato “Una miniera” composto nel 1969 dalla band italiana “New Trolls” in memoria di quel disastro: come spesso accade, le espressioni artistiche riescono a condensare un lato emozionale e “vero” che l’aridità delle statistiche o delle ricostruzioni non trasmette. In quelle note e in quel video rivive il simbolo di una tragedia che l’umanità, per considerarsi davvero tale, non dovrebbe mai smettere di avvertire e di riconoscere in ogni sua espressione.

Andrea Fermi

Bibliografia:
Paolo Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle, 8 agosto 1956, Sellerio Editore, Palermo 2011.
Toni Ricciardi, Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli, Roma 2016.

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