Il massacro di Grattan

Poche vicende esemplificano quanto l’utilizzo strumentale della storiografia possa condurre ad una conoscenza alterata del passato come la conquista delle Americhe da parte dei coloni europei. Ancor oggi, infatti, il dominio della prospettiva dei vincitori tramanda spesso una narrazione che trasforma in eroiche epopee quelle che furono feroci e sanguinarie opere di distruzione e sterminio: distruzione di intere civiltà, sterminio di milioni di individui in quello che dovrebbe essere ricordato come uno dei più gravi genocidi della storia. Certo occorre riconoscere che, specialmente in America Latina, il progressivo affrancamento politico e culturale dal dominio coloniale ha favorito e continua a favorire una radicale ridiscussione di quel passato conducendo ad una riscoperta e valorizzazione delle radici dei popoli autoctoni. Ci sono casi, tuttavia, in cui tale processo non si è verificato e, per molti aspetti, appare ancora di là da venire. Fra di essi il più eclatante è, probabilmente, quello che riguarda gli Stati Uniti d’America e la vera e propria persecuzione di cui furono fatte oggetto le popolazioni native nella conquista del  far west.

Per constatare come delle vicende che connotarono la corsa alla sponda pacifica da parte dei pionieri a stelle e strisce si sia affermata e permanga una visione a senso unico tutta volta a conferir loro i caratteri di un’impresa “mitica” e fondativa in termini positivi dello “spirito americano”, basta considerare la produzione più o meno intenzionalmente divulgativa esistente sull’argomento: si pensi all’esempio, certamente familiare ai più, dell’industria cinematografica ed alle innumerevoli pellicole celebranti valorosi cow boys costretti a scontrarsi con indiani immancabilmente crudeli ed assetati di sangue; o ancora, nelle migliori delle ipotesi, si considerino quei film “impegnati” che, pur intenzionati a non schierarsi dalla parte dell’“uomo bianco”, tendono a riproporre più o meno consciamente l’immagine, tanto adusa alla cultura occidentale, del “buon selvaggio” dall’animo puro ma bisognoso di essere civilizzato. In siffatto contesto la storiografia non ha certo fatto eccezione ed, anzi, per lungo tempo, ha rappresentato il principale strumento con cui la cultura dominante dei colonizzatori ha affermato la “propria” verità a scapito di una rigorosa e “scientifica” ricostruzione delle vicende in questione. La ricorrenza della settimana ci porta a considerare un caso emblematico da questo punto di vista che ben ci dimostra come certe dinamiche non siano affatto relegabili al nostro passato e permeino fortemente anche la nostra contemporaneità.

Era il 1854, la problematica convivenza fra “pellerossa” e “visi pallidi” aveva raggiunto un’insperata soluzione con il trattato di Fort Laramie, firmato tre anni prima dal governo degli USA e le tribù Sioux, Cheyenne, Arapaho, Crow, Assiniboin, Mandan, Atsina, Arikara, ma la situazione appariva tutt’altro che pacificata: l’accordo che attribuiva agli indiani il controllo sulle Grandi Pianure “fintanto che l’acqua scorra e le aquile volino” ed agli “yankee” la possibilità di utilizzare la pista dell’Oregon in cambio di un compenso annuo di 50000 dollari, infatti, non aveva posto alcun freno alla voracità di terre degli uomini bianchi i quali sembravano in attesa di un casus per avviare una nuova campagna espansionistica.

Il 17 agosto di quell’anno, proprio nei pressi di Fort Laramie, piccolo avamposto statunitense nell’odierno stato del Wyoming, Fronte Alta, un membro della tribù dei Miniconjou, uccise una mucca allontanatasi dal gregge di un mormone che si trovava sulla pista dell’Oregon. La questione venne immediatamente sottoposta al tenente Hugh Fleming, ufficiale anziano della guarnigione, il quale chiamò in causa il capo Sioux Orso Conquistatore in quelle settimane estive accampato con circa altri 4000 Brulé e Oglala nelle vicinanze del forte. Il graduato statunitense non sapeva o finse di non sapere che, a seguito dell’entrata in vigore del suddetto accordo, la questione non era di sua competenza bensì dell’agente indiano locale il quale, peraltro, sarebbe giunto entro pochi giorni per consegnare le rendite spettanti agli indiani. Ciò avrebbe permesso a questi di far fronte alla richiesta di un ingente rimborso in denaro avanzata dal mormone ma Orso Conquistatore non era al corrente dell’imminente arrivo dell’agente né, tanto meno, del fatto che la questione non era materia militare. Per risolvere la questione in modo pacifico, dunque, egli avanzò la proposta più che ragionevole di consegnare in termini di risarcimento un loro capo di bestiame ma la sua iniziativa si scontrò contro il fermo diniego del proprietario del bovino ucciso. Di contro Fleming richiese formalmente l’arresto di Fronte Alta trovando a sua volta l’opposizione del capo Sioux che negò il provvedimento non avendo alcun potere sui Miniconjou e non volendo violare la legge di ospitalità. Si entrava così in una pericolosa fase di stallo che non lasciava presagire nulla di buono.

Due giorni più tardi i comandi della guarnigione di Fort Laramie decisero di forzare la situazione ed inviarono all’accampamento indiano un piccolo reparto di 29 soldati con il compito di prendere in custodia e condurre al forte il reo. Alla guida del distaccamento era un giovane sottotenente del 6° fanteria, da poco uscito dall’accademia di West Point ed ansioso di ottenere un posto nel reggimento, John Lawrence Grattan: quello, tuttavia, si sarebbe rivelato il suo primo ed ultimo incontro con i Sioux. A far precipitare una situazione già di per sé oltremodo tesa, infatti, ci pensò l’interprete del gruppo Auguste Lucien il quale, oltre a parlare solo il Dakota e conoscere poco gli altri dialetti, giunse a destinazione del tutto ubriaco avendo bevuto abbondantemente lungo il tragitto perché preoccupato dell’incontro con gli indiani. A poco valse il gesto del sottotenente che ruppe la bottiglia e lo redarguì: secondo il testimone degli eventi James Bordeaux, mercante del trading post del forte, non appena entrato nel campo Lucien cominciò a deridere gli indiani chiamando “donne” i loro guerrieri e asserendo che il reparto era giunto lì non per parlare ma per uccidere tutti i presenti.

Grattan, accortosi dell’imminente pericolo, tentò quindi di accelerare l’operazione: in primis si recò velocemente di fronte alla tenda di Fronte Alta intimandogli di arrendersi; ricevuta una risposta negativa dal Miniconjou, dichiaratosi pronto a morire di fronte a tutti piuttosto che consegnarsi, si diresse da Orso Conquistatore richiedendo nuovamente che il colpevole fosse arrestato dai suoi stessi guerrieri e, quindi, affidato ai soldati del forte. Ancora una volta, però il capo indiano si dichiarò impossibilitato ad agire in tal senso e tentò di evitare il peggio riproponendo la consegna di un cavallo in cambio della mucca uccisa. La confusione cresceva: Lucien, sempre in preda ai fumi dell’alcool non riusciva a tradurre e continuava a farsi gioco degli indiani tanto che Grattan si decise a chiedere l’intervento di Bordeaux su pressione degli stessi Sioux che confidavano in lui e nelle sue doti di interprete. Il mercante, giunto sul posto, assistette solo alle ultime battute della discussione e ben presto si accorse che il momento era critico: mentre Grattan insisteva con le sue richieste, infatti, l’agitazione tra i circa 1200 guerrieri indiani presenti nel campo montava inesorabilmente ed alcuni di essi cominciavano ad aggirarsi nervosamente attorno al luogo dell’incontro.

Finalmente il sottotenente interruppe il confronto e si allontanò da Orso Conquistatore: il precipitare della situazione sembrava essersi fermato appena prima del baratro. Ricongiuntosi agli uomini del suo reparto, tuttavia, l’ufficiale compì un’azione che gli sarebbe stata fatale: infuriato per non aver ottenuto quanto voluto e, di fatto, ignaro dell’abilità in combattimento dei Lakota, diede ordine di aprire il fuoco anche con l’artiglieria contro le tende più vicine del campo. I colpi degli obici, mal posizionati finirono alti ma scatenarono la reazione degli indiani: a lanciarsi nella battaglia furono i guerrieri Sichangu Teton guidati da Coda Chiazzata, i Miniconjou Teton capitanati da Fronte Alta e gli Oglala Teton condotti, nel suo primo scontro con i “visi pallidi”, dal celebre Nuvola Rossa. In breve le “giacche blu” posizionate attorno agli obici – 11 militari e l’interprete –  furono sterminate mentre le rimanenti tentarono di ripiegare a piedi verso un gruppo di rocce poco distante che avrebbe fornito loro un buon riparo ed una favorevole linea di tiro ma furono raggiunti ed uccisi: nessun membro del piccolo reparto, dunque, fece ritorno al forte mentre, da parte indiana, a morire giorni dopo a causa delle ferite riportate fu il solo Orso Conquistatore, raggiunto alla schiena da un proiettile nella prima selva di colpi sparati dai soldati.

I giornali dell’epoca diedero forte risalto all’accaduto definendolo il “massacro di Grattan” e ponendo le basi di quella vulgata che di lì in poi avrebbe dimenticato o quantomeno sottovalutato due aspetti fondamentali: furono gli statunitensi a violare l’accordo del 1851 e, soprattutto, furono  loro stessi a scatenare la battaglia aprendo il fuoco. La rappresaglia sarebbe stata feroce: l’anno successivo il colonnello William Serby Harney fu richiamato da Parigi per guidare 600 uomini alla ricerca di tre Brulé riconosciuti come principali responsabili dell’accaduto; intercettati i Sioux guidati da Piccolo Tuono, successore di Orso Conquistatore, il quale aveva tentato di nascondere i suoi non fidando – a ragione – nel comportamento di Harney, gli “Yankees” ingaggiarono un durissimo scontro passato alla storia come la battaglia di Ash Hollow (o di Bluewater Creek) nella quale molti indiani furono uccisi. I tre “colpevoli” decisero quindi di consegnarsi per salvare le proprie genti e scontarono un anno di prigionia presso Fort Leavenworth mentre il dipartimento della guerra imponeva un nuovo, pesante accordo ai nativi americani. Era questo l’inizio di un lungo ventennio di guerre e combattimenti che, avendo trovato il loro primo pretesto proprio negli eventi qui ricordati, segnarono l’espansionismo a stelle e strisce nelle Grandi Pianure.

Oggi Fort Laramie è riconosciuto come sito storico nazionale: un cippo ricorda quanto accadde quel giorno in questi termini: “Gli indiani Sioux massacrarono 29 soldati con il loro ufficiale, sottotenente Grattan, il 19 agosto 1854. Il sito è a mezzo miglio a Nord-est. Un indiano uccise una mucca appartenente alla carovana di un mormone. Il distaccamento di soldati fu inviato per arrestare il colpevole. Nella successiva battaglia tutti i soldati e il capo dei Sioux Brulé Martoh-Ioway [Orso Conquistatore ndr.] furono uccisi”. Non una parola sulle responsabilità degli statunitensi, dunque. Ad oltre 150 anni di distanza questo, come molte altri episodi, attende ancora una riscrittura ufficiale che renda giustizia al ricordo di una verità storica troppo a lungo negata.

Andrea Fermi

Bibliografia:

Robert M. Utley, Frontiersmen in Blue: The United States Army and the Indian, 1848-1865, University of Nebraska Press, 1967.

Ambrose, Stephen E., Crazy Horse and Custer, Random House (First Anchor Books Edition),  New York 1996.

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