La rivolta del carcere di Attica

Ci sono avvenimenti che ben pochi raccontano, vite dimenticate, esperienze rimosse dalla memoria collettiva e spesso ignorate nella loro contemporaneità. Sono le vicende che spesso hanno interessato le pagine di questa rubrica, le storie – nelle loro varie espressioni – degli ultimi, dei diseredati, di quelle masse subalterne (per dirla con un termine ormai considerato desueto) che raramente entrano nel novero di quanto comunemente viene ricordato. L’anniversario della settimana ci conduce attraverso le pieghe di un episodio che per molti versi continua ad iscriversi in un ambito latamente trascurato dalla storiografia ma anche ad essere sconosciuto alla cultura collettiva: il sistema carcerario e le lotte dei detenuti. Ovviamente non può essere questo il contesto per affrontare un’analisi della percezione sociale della realtà penitenziaria, ma ci sembrerà di non allontanarci troppo dal vero osservando che la tendenza più diffusa sia quella di riconoscere nella galera una sorta di luogo avulso dalla società, in cui è assunta come di fatto lecita la sospensione dei diritti più basilari dato il criterio unico ed indistinto della reità.

Alla base di suddetto punto di vista sta la considerazione del carcere solo nella sua funzione punitiva e il disconoscimento di qualsivoglia ruolo riabilitativo, aspetto che si fa quantomai evidente se si osservano le difficoltà degli ex-galeotti a reinserirsi nel tessuto sociale una volta scontata la pena. Questo approccio ha spesso ostacolato la valorizzazione in termini progressivi delle battaglie condotte dai detenuti e, ancora prima, la considerazione oggettiva delle pessime condizioni di vita spesso regnanti nelle carceri. L’episodio della settimana ci porta, dunque, a problematizzare tale questione e ci permette di accendere una singola ma non poco importante luce di memoria su una storia che attende ancora in larga parte di essere narrata.

Gli avvenimenti che qui ci apprestiamo a ricordare ci conducono negli USA e, in particolare, nello Stato di New York degli anni ’70 del secolo scorso. Erano gli anni della contestazione antimilitarista contro la guerra del Vietnam e dell’esplosione dei movimenti per i diritti civili che, ben presto, avevano portato alla ribalta nazionale le idee e le lotte dei gruppi radicali afroamericani richiamantisi al Black Power fra cui spiccava certamente il noto Black Panthers Party. La repressione in un Paese che conservava – e conserva tutt’ora – forti connotazioni razziste era feroce: a migliaia furono gli attivisti arrestati e condannati con prove spesso poco attendibili se non propriamente false a pene di varia entità da scontare nelle patrie galere. La prigione di massima sicurezza di Attica era, appunto, una di queste ed era nota, peraltro, per le pessime condizioni in cui erano costretti i detenuti: ancora nel 1971 era concesso uno solo rotolo di carta igienica al mese per ogni persona ed era prevista una doccia a settimana; ai neri musulmani non era permessa alcuna cerimonia religiosa ed ogni assembramento superiore a tre individui veniva punito con l’isolamento; sempre in spregio del credo islamico, nei pasti era spesso prevista carne di maiale e, da ultimo, i quotidiani non entravano nella prigione: chi si fosse abbonato, a proprie spese, a qualche rivista avrebbe visto metodicamente ritagliati tutti gli articoli inerenti l’attualità e, in particolare, riguardanti le lotte negli istituti di pena.

Nella tarda estate di quell’anno, dunque, nonostante gli impegni assunti dal commissario alle carceri Russel G. Oswald su pressante richiesta dei detenuti a che venissero riconosciuti loro i diritti sanciti dalle leggi e negati arbitrariamente dalla governance della prigione, l’assenza di sostanziali provvedimenti per migliorare le condizioni di detenzione nel penitenziario crearono una situazione sempre più tesa. A far traboccare il vaso della protesta, oltre e più dell’uccisione del rivoluzionario nero George Jackson ad opera delle guardie dell’istituto di pena californiano di San Quentin che motivò un digiuno silenzioso organizzato dai prigionieri il 22 agosto, fu il mancato incontro di Oswald con i detenuti durante la sua visita ad Attica il 2 settembre: l’apparente disinteresse per criticità la cui risoluzione non era più avvertita da quanti erano reclusi nel carcere come rinviabile, infatti, fu con ogni probabilità determinante nell’indurre i prigionieri a mettere in atto un’azione clamorosa che obbligasse le istituzioni a farsi carico delle problematiche in questione.

La mattina del giovedì successivo, 9 settembre, alle ore 8.50 i detenuti che uscivano dal “blocco A” deviarono dal percorso obbligato attraverso il quale erano costretti tutti i giorni e, dopo aver forzato un cancello chiuso, si riversarono nei cortili, nella chiesa e nelle officine. Il sistema di sicurezza che manteneva isolate le quattro sezioni della prigione collassò e in pochi minuti i reclusi si ritrovarono padroni dell’intero stabile avendo, peraltro, preso in ostaggio le oltre 30 persone, militari e civili, che vi lavoravano. Il tutto avvenne, dunque, in pochissimo tempo e in modo sostanzialmente incruento: alcune guardie subirono delle percosse nei primi concitati momenti della rivolta ma, in breve, i musulmani neri raggrupparono tutti gli ostaggi nel cortile D – divenuto cuore pulsante della protesta – e predisposero una catena umana attorno ad essi in modo tale che fossero protetti. Iniziava così una estenuante trattativa in cui una delegazione dei detenuti, regolarmente eletti, fu incaricata di discutere con la direzione la risoluzione pacifica della rivolta nonostante in molti non si fidassero dell’onestà della controparte, visti i precedenti.

Fu, dunque, stilato un elenco di 31 punti 28 dei quali – rientrando già in quanto precedentemente promesso dalla commissione carceri – furono facilmente accettati da Oswald. Per quanto riguardava i restanti tre uno, con ogni probabilità, non era considerato verosimile da nessuna delle due parti prevedendo l’espatrio in un Paese non imperialista per qualsiasi detenuto presente nel cortile D che ne avesse fatto richiesta mentre gli altri due, su cui si giocava il vero braccio di ferro, richiedevano rispettivamente l’immediata rimozione dell’inviso sovrintendente di Attica Vincent Mancusi e l’amnistia per tutti i rivoltosi. Se, nel primo caso, i detenuti si sarebbero probabilmente accontentati di un semplice impegno verbale ben sapendo che i dirigenti del carcere non potevano essere rimossi immediatamente, nel secondo la questione si mostrava assai più complessa soprattutto dopo il decesso di William Quinn, una delle guardie colpite nei primi minuti della rivolta: la legge statunitense, infatti, rendeva perseguibili per omicidio e, quindi, condannabili alla pena di morte, tutti quanti erano presenti al momento del ferimento cioè, di fatto, tutti i partecipanti alla rivolta. Ciò, inevitabilmente, rendeva assai complessa l’accettazione della richiesta in questione e, di contro, rappresentava agli occhi dei detenuti l’unico strumento utile per tentare di limitare gli effetti di una punizione che, inevitabilmente, avrebbe dovuto trovare i suoi colpevoli.

Per tentare di sbloccare quella che rischiava di divenire una pericolosa impasse, gli osservatori pretesi dai rivoltosi come garanti durante lo svolgimento delle trattative – 33 uomini fra cui Herman Badillo, membro del Congresso; Arthur Eve, membro dell’assemblea dello Stato; Tom Wicker, giornalista del “New York Times”; Wiliam Kunstler, avvocato difensore nelle cause per i diritti civili; Clarence Jones, direttore del giornale afroamericano “Amsterdam News” di New York; John Dunne, presidente della Commissione Giustizia del Senato, e rappresentanti dei gruppi politici degli Young Lords, della Fortune Society e delle Black Panthers – richiesero al governatore di New York, Nelson Rockefeller, di recarsi ad Attica, convinti che il suo intervento avrebbe potuto spingere i detenuti ad accettare lo stato dei fatti. Rockefeller, tuttavia, rifiutò assumendo una linea oltremodo dura: dopo aver ribadito la piena fiducia nei confronti di Oswald, infatti, precisò che non c’era alcun motivo perché lui si recasse al carcere dal momento che non aveva intenzione di accogliere e nemmeno discutere le tre richieste ancora in sospeso.

Il motivo di una chiusura così netta era da ricercare in ragioni eminentemente politiche: il governatore di New York, infatti, stava tentando per la terza volta di sottrarre a Nixon la nomination repubblicana alla corsa presidenziale e era intenzionato a negare nei fatti quelle accuse di essere eccessivamente liberale mossegli dalla destra del partito. La diretta conseguenza di tali presupposti – conseguenza peraltro già in atto nel momento in cui gli osservatori avanzarono la loro richiesta – fu la decisione di riprendere il carcere con la forza. Rockefeller incaricò il maggiore John Monahan della Polizia di Stato di organizzare e guidare l’attacco: esso avrebbe previsto un grande schieramento di forze – circa 500 agenti – con tanto di elicotteri e tiratori scelti i quali dopo un lancio di gas e l’eventuale neutralizzazione delle potenziali fonti di resistenza avrebbero dovuto far irruzione nell’edificio e riprenderne il controllo.

Alle 9.46 del lunedì 13 settembre, dunque, il piano divenne operativo: a quell’ora un elicottero della Guardia nazionale sorvolò il cortile D sganciando una grande quantità di gas CN e CS (oggi vietato negli USA e in molti paesi europei) la cui nube rese l’aria irrespirabile e, di fatto, annullò ogni possibilità di contatto visivo con quanto andava accadendo nel cortile. Nonostante non vi fu alcuna reazione evidente da parte dei rivoltosi – peraltro privi di armi da fuoco – i cecchini calatisi sui tetti degli edifici delle celle ma anche guardie carcerarie, uomini della polizia locale e persino guardie dei parchi unitisi volontariamente agli “assalitori” cominciarono a sparare alla cieca contro la coltre di gas con fucili da caccia, pistole, mitragliatori Thompson e persino fucili calibro 270 armati di proiettili esplosivi. Poco dopo l’inizio di quell’inferno un secondo elicottero sorvolò il cortile ed una voce intimò dai suoi altoparlanti: “Arrendetevi. Non toccate gli ostaggi. Mani sopra la testa e muovetevi verso il cancello più vicino. Non sarete colpiti”. Ciò, tuttavia, non pose fine alla sparatoria che anzi continuò anche mentre il velivolo stazionava sull’edificio e, seppur più sporadicamente, dopo che se ne fu allontanato.

Quando finalmente le armi tacquero ed il gas si diradò la scena che apparve nel cortile si dimostrò in tutta la sua drammaticità: il sangue era ovunque, decine di uomini giacevano al suolo esanimi o gravemente feriti in un groviglio di corpi che non faceva distinzione fra rivoltosi ed ostaggi. I proiettili esplosi senza alcun chiaro riferimento dagli assalitori nonostante fosse ben noto che gli operatori del carcere si trovassero in quel medesimo luogo – come dimostrano le immagini registrate dalla polizia stessa – avevano colpito tutti seminando morte ovunque: alla fine si sarebbero contate 39 vittime, di cui dieci guardie e 29 detenuti, e circa 200 feriti, 80 in modo grave. Solo due ostaggi furono feriti al collo in modo lieve dalla lama dei coltelli in possesso ai detenuti ma non si riuscì mai a stabilire se il ferimento fosse stato intenzionale o fosse stato conseguente agli spasmi di chi brandiva quelle armi mentre veniva colpito dalle pallottole che li avrebbero uccisi. Non mancarono poi i casi di vere e proprie esecuzioni a sangue freddo:  Kenneth Malloy, un detenuto già gravemente ferito, morì quando un soldato gli sparò negli occhi cinque proiettili della sua magnum calibro 357 da trenta centimetri di distanza; James Robinson era immobile e già morente per un proiettile calibro 270 nel petto ed un soldato gli sparò a bruciapelo un colpo di fucile nel collo.

Quanti sopravvissero alla sparatoria – la cui effettiva durata resta ancor oggi dubbia dal momento che il video girato dalla Polizia fu tagliato e montato prima di essere consegnato agli inquirenti nei successivi processi –, invece, furono fatti oggetto di feroci torture: centinaia furono i prigionieri percossi con mazze, catene o feriti con cacciaviti. Uno, colpito da alcuni proiettili ad una gamba, fu ingessato e nascosto in un buio corridoio: quando fu ritrovato dal personale medico la cancrena si era già estesa tanto da rendere necessaria l’amputazione dell’arto. Un altro, che aveva i femori rotti sempre per le pallottole sparate durante l’assalto, fu gettato giù per le scale dalle guardie carcerarie: non potendo ottemperare all’ordine di camminare gli fu infilato un cacciavite nell’ano e dovette strisciare lungo il corridoio.

Nonostante i depistaggi tentati dal Dipartimento delle Carceri i cui resoconti attribuirono in un primo momento ai detenuti la morte di tutti gli ostaggi sostenendo che erano state tagliate loro le gole e, in taluni casi, i genitali, le autopsie ristabilirono ben presto la verità: tutti erano morti per i proiettili sparati dagli assalitori. Ciò, tuttavia, valse a ben poco: la distruzione e l’occultamento delle prove da parte di una Polizia che indagava su se stessa continuarono e nei successivi processi non una guardia carceraria, un soldato o un guardaparchi fu incriminato per i reati commessi ad Attica. Anche i procedimenti contro i rivoltosi – ben 42 per un totale di 1289 capi d’accusa nei confronti di 62 prigionieri – si conclusero in larga misura con dei proscioglimenti: solo due detenuti furono condannati per la morte di Quinn. Il 31 dicembre ’76 il governatore Carey pose la parole fine al tutto  concedendo l’amnistia a quei prigionieri dichiaratisi colpevoli e sospendendo tutte i provvedimenti disciplinari a carico dei dipendenti statali coinvolti in quanto avvenuto ad Attica. Il principale  procedimento civile intentato da Al-Jundi et al. contro Rockefeller et al. si concluse analogamente con un nulla di fatto giacché gli indiziati contrattarono l’archiviazione del procedimento a loro carico o ne uscirono grazie a cavilli procedurali. L’ormai ex Governatore di New York Rockefeller fu sollevato da ogni responsabilità per immunità politica.

Come tanti altri casi in cui le istituzioni si sono rese responsabili di crimini atroci per poi processare se stesse, dunque, anche la rivolta del carcere di Attica attende ancora una giustizia che ormai potrà essere riconosciuta solo sul piano storico. Essa resta, comunque, una macchia indelebile nel recente passato statunitense e più in generale rappresenta un brutale sebbene emblematico esempio di come troppo spesso il sistema carcerario abbia mantenuto e mantenga caratteri di assoluta disumanità.

Andrea Fermi

Bibliografia:
Voices of Freedom: An Oral History of the Civil Rights Movement from the 1950s through the 1980s, eds. Henry Hampton and Steve Fayer

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