L’ammutinamento di Invergordon

Quando si parla di proteste, scioperi o lotte per i diritti dei lavoratori la mente per quanto involontariamente figura due schieramenti: da una parte il popolo con le sue istanze di giustizia sociale, dall’altra le istituzioni schierate a difesa di questo o quell’interesse di parte e spesso rappresentate più o meno simbolicamente dal loro “braccio armato”, forze di polizia o esercito. Ci sono, però, dei casi per quanto non così comuni in cui questo “schema” muta significativamente, episodi in cui protagonisti di una conflittualità ribollente divengono quegli stessi attori che sono considerati massimi difensori dell’ordine costituito. A volte tali situazioni sono state prodromiche a rivolgimenti di natura propriamente rivoluzionaria; a volte sono rimaste semplici ma importanti indicatori di come le contraddizioni della società in cui viviamo investano anche quei settori che comunemente vengono considerati estranei alla lotte sociali. Quanto avvenne a Invergordon il 15 e 16 settembre 1931 rientra nella seconda serie di eventi ma non per questo il suo ricordo appare meno significativo se si considera che esso rappresenta uno dei pochissimi episodi di sciopero militare nella storia della Gran Bretagna.

Guardando alla data dell’accaduto si potrà facilmente contestualizzare lo svolgimento dell’accaduto: siamo nell’Europa squassata dalla Grande Depressione che, due anni prima, era esplosa oltreoceano e che, in breve, si era allargata a tutto l’occidente. Per far fronte alla grave situazione economico-finanziaria del Paese il nuovo governo del Regno Unito aveva avviato una dura politica di tagli alle spese che, nel settore pubblico, aveva portato alla decurtazione del 10% degli stipendi a tutti i dipendenti statali. Questo intervento, ovviamente, interessò anche il settore militare: se gli ufficiali e i veterani videro le loro paghe ridotte della percentuale suddetta, per le nuove reclute fu introdotto il così detto new rate che prevedeva una decurtazione del già magro salario addirittura di un quarto. Il provvedimento, come è facile intuire, creò un forte malcontento nella truppa che, non a caso, appoggiò in larga misura la scissione a sinistra promossa da Ramsay MacDonald dal partito laburista alleatosi ai conservatori proprio per formare il nuovo esecutivo.

A Invergordon, però, l’indignazione andò oltre la presa di posizione politica e sfociò in un’aperta protesta. La mattina dell’11 settembre dieci navi erano giunte nel porto militare scozzese: l’ammiraglia Hood, la Adventure, la Dorsetshire, la Malaya, la Norfolk, la Repulse, la Rodney, la Valiant, la Warspite e la York, tutte appartenenti alla flotta atlantica. Gli equipaggi, a lungo rimasti in mare, ebbero le prime notizie relative alle nuove condizioni salariali stabilite dal Governo attraverso i giornali: dalle prime ore del pomeriggio una certa tensione cominciò a farsi sempre più evidente fra i marinai che attendevano informazioni ufficiali in merito a quanto letto. Le conferme in tal senso comunicate al Contrammiraglio Wilfrid Tomkinson – comandante della flotta in assenza dell’ammiraglio Sir Michael Hodges ricoverato in ospedale – da parte del Comando Centrale e la decisione di comunicare il tutto alle varie compagnie, trasformarono la tensione in vera e propria agitazione.

La notte del 12 settembre un gruppo di reclute si raccolse a terra presso il campo di calcio cittadino e, dopo aver votato la proposta di promuovere uno sciopero, si allontanarono intonando Bandiera Rossa. La sera successiva alcuni uomini organizzarono dei discorsi pubblici contrari ai tagli in una taverna: la situazione fu riportata al comando della Warspite che decise di inviare una pattuglia per interrompere le discussioni “sediziose” e chiudere il locale. Il tutto avvenne senza resistenza alcuna da parte dei contestatori ma nuove arringhe furono pronunciate ai moli. Tomkinson, informato dell’incidente dal rapporto del comandante della Warspite e del Chief of the Staff, contrammiraglio Colvin, decise di non prendere provvedimenti per evitare di esacerbare una situazione che già rischiava di divenire esplosiva ma si limitò a comunicare il fatto all’Ammiragliato. Se il suo comportamento non peggiorò il contesto, tuttavia, non poté certo arginare l’evolversi dell’agitazione: ancora il 14 sera, mentre era stata organizzata una cena tra i comandanti e gli ufficiali anziani, gli uomini della Hood e della Valiant furono inviati a terra per interrompere i comizi improvvisati che si andavano moltiplicando nella taverna ma anche all’aperto e cui cominciavano a partecipare in numero significativo anche civili. L’ufficiale di pattuglia riuscì a placare gli animi ma in breve le discussioni, le grida e le proteste ripresero mentre i marinai, anche in questo caso ritornati pacificamente a bordo delle rispettive imbarcazioni, si soffermavano sui ponti dando aperta dimostrazione del loro malcontento.

In siffatte circostanze Tomkinson non poté evitare di fare un rapporto dettagliato all’Ammiragliato comunicando che le proteste erano motivate dalla drastica diminuzione dei salari prevista dalle nuove leggi. Parallelamente ordinò ai suoi ufficiali di far visita alle singole navi e acquisire informazioni in merito alla situazione: da quanto riportato, gli equipaggi degli incrociatori  e dell’incrociatore da battaglia Repulse apparivano tranquilli, mentre gli uomini della Hood e di tre corazzate – la Valiant, la Nelson e la Rodney – sembravano decisi ad attuare un’azione clamorosa impedendo alle rispettive navi di salpare il giorno successivo per le previste esercitazioni. Di fronte a siffatta situazione il contrammiraglio decise in un primo momento di dichiarare sospese le attività previste ma, dopo essersi consultato con i comandanti delle singole navi, all’alba del 15 settembre, decise di tornare sulla sua posizione: a ciò fu indotto non solo dalla constatazione che il malcontento fosse limitato alla truppa e non avesse fatto breccia fra gli ufficiali ma anche e soprattutto dalla speranza che qualora la Repulse fosse partita anche gli altri equipaggi avrebbero seguito il suo esempio ponendo termine alla protesta. Ancora una volta ordinò ai suoi uomini di indagare il morale degli equipaggi e di riferire eventuali lamentele così che potesse comunicarle al Comando per provare la criticità della situazione.

Alle 6.30 di quel giorno, dunque, la Repulse prese il largo come previsto ma nessuna altra nave si mosse: gli equipaggi della Hood, della Nelson, della Valiant e della Rodney, previste per le esercitazioni, si limitarono ad ottemperare alle operazioni di routine legate alla presenza in porto rifiutandosi però di rispondere agli ordini e di prendere il mare aperto. In breve i castelli di prua di tutte le imbarcazioni presenti – fatta eccezione per quelli della Centurion e della Exeter, giunte a Invergordon il giorno prima assieme alla Shikari, la Snapdragon e la Tetrarch – si riempirono di marinai e di grida; sulla Rodney un pianoforte fu trascinato sul ponte e l’equipaggio prese ad intonare canzoni di protesta e di lotta; i comandi urlati dagli ufficiali attraverso gli altoparlanti erano semplicemente ignorati. Dopo che la Valiant e la Hood tentarono inutilmente di salpare con un numero ridotto di uomini peraltro ostacolati dagli “scioperanti” e che gli stessi Royal Marines, da cui ci si attendeva un fermo contributo per il ritorno della calma e della disciplina, aderirono alla protesta, Tomkinson interruppe il servizio in attesa di nuove informazioni sullo stato vigente sulle singole imbarcazioni, annullò tutte le uscite programmate ed ordinò alla Warspite, alla Malaya e alla Repulse di rientrare.

Nel pomeriggio, dato il permanere dello stato di agitazione il contrammiraglio inviò un telegramma al Comando per illustrare la situazione e le relative cause ma, soprattutto, per ottenere indicazioni specifiche su come procedere essendogli impossibile ripristinare l’ordine e, peggio, non potendo garantire che la situazione non degenerasse ulteriormente. La risposta, giunta alle 20, diverse ore dopo, fu del tutto deludente: si comunicava che il taglio del 10% agli stipendi sarebbe rimasto tale, ignorando e non considerando, quindi, quelle che erano le nuove condizioni salariali previste per la truppa, e si aggiungeva che dagli uomini ci si attendeva quella abnegazione tipica della loro tradizione; poco più tardi una secondo telegramma richiedeva la ripresa delle esercitazioni il prima possibile, non appena fossero terminate le indagini relative alle cause della protesta. Tomkinson interpretò tale ordine come una palese dimostrazione di come all’Ammiragliato non fosse chiara la situazione che andava sviluppandosi a Invergordon; decise pertanto di comunicare che la richiesta non era ottemperabile e ordinò a Colvin di recarsi personalmente il giorno successivo al Comando per illustrare lo stato delle cose.

Intanto la protesta montava. Gli inviti ad interrompere il lavoro volavano di nave in nave, di ponte in ponte: gli equipaggi della Norfolk e della Adventure si unirono a quello della Rodney e della Valiant nel limitarsi ai doveri essenziali, e poco dopo anche sulla Dorsetshire e sulla Hood furono prese decisioni analoghe. Perfino alcuni ufficiali minori, che non erano stati colpiti dalla riduzione “draconiana” degli stipendi, cominciarono a simpatizzare per gli ammutinati in una situazione che rischiava davvero di divenire incandescente. Il mattino del 16, finalmente, la lista delle lamentele giunse sul tavolo di Tomkinson il quale ordinò all’ufficiale contabile di raggiungere immediatamente Colvin mentre stralci delle richieste dei marinai venivano telegrafate all’Ammiragliato. Dopo essersi confrontato con gli ufficiali Astley-Rushton (del Second Cruiser Squadron a bordo della Dorsetshire) e French (del Second Battle Squadron sulla Warspite), il contrammiraglio flotta tornò a telegrafare un messaggio al Comando esplicitando la sua convinzione che la situazione sarebbe peggiorata laddove non fossero state annunciate delle concessioni immediate.

In tal senso suggerì di abolire la decurtazione del 25% per i salari delle nuove reclute che avrebbero visto le loro paghe ridotte del 10% come tutti gli altri militari; a ciò aggiunse la proposta di estendere la possibilità di matrimonio anche ai minori di anni 25. Richiese inoltre la presenza di un membro dell’Ammiragliato per discutere direttamente con i marinai della situazione in corso e trovare, così, un accordo. Poco dopo dal Comando risposero che il Gabinetto si stava occupando della questione, fatto, questo, che Tomkinson si premurò di comunicare subito alla flotta nella speranza che ciò servisse a placare gli animi. Nel frattempo, però, anche i marinai della Hood avevano deciso di smettere ogni operazione che non fosse strettamente necessaria e, su alcune navi, cominciavano a circolare posizioni ancor più radicali che ipotizzavano la distruzione delle macchine e l’abbandono senza permesso delle imbarcazioni. Nel pomeriggio, il comandante ricevette l’ordine di far tornare tutte le navi ai loro porti di base immediatamente. L’ordine fu subito disposto ma prima fu concesso a tutti coloro che avevano famiglia ad Invergordon una visita a terra per salutare. Non appena fu noto che la proposta relativa alla generalizzazione del taglio del 10% per tutti i marinai era stata accettata questi tornarono ai loro posti e, nella notte, tutte le navi partirono come ordinato.

Nel riferire sull’intera vicenda Tomkinson specificò che gli ufficiali erano stati trattati sempre con rispetto e che questi, comunque, si erano impegnati nel tentare di illustrare le ragioni dei tagli alla truppa e nel garantire che le lamentele sarebbero state considerate in tutta la loro importanza. Spiegando che l’uso della forza gli era apparso del tutto sconsigliato data la possibilità che la protesta assumesse caratteri ancor più virulenti, l’ufficiale in comando ribadì che il tutto era stato motivato dalla previste riduzioni del 25% delle paghe per i marinai reclutati dopo il 1925 e concluse che, in ultima analisi, tali ragioni gli sembravano ben fondate. Forse anche queste parole gli valsero la dichiarazione di colpevolezza da parte dell’Ammiragliato per non essere riuscito a sedare con decisione le prime proteste e punirne i colpevoli. A tal proposito, nonostante l’accettazione del taglio al 10% per tutti i militari non fu rimessa in discussione, duri provvedimenti furono presi anche nei confronti dei marinai ritenuti responsabili della protesta: se quelli che furono considerati i principali sobillatori furono incarcerati, circa 200 furono congedati dal servizio ed altri 200 furono trasferiti in altri reparti per il timore che dessero vita ad ulteriori contestazioni.

Quanto accadde ad Invergordon gettò nel panico la borghesia inglese tanto che la Borsa di Londra ebbe un vero e proprio tracollo a seguito dell’accaduto trascinando con sé la sterlina e contribuendo in modo non secondario all’abbandono della parità aurea stabilito dal Governo il 20 settembre 1931. Negli anni in cui lo spettro del Comunismo e della Rivoluzione bolscevica aleggiava fortemente in Europa e nel mondo, dunque, le scene di soldati che si ammutinavano e lottavano per una vita dignitosa portavano con sé un significato molto più profondo di quello riferibile ad una semplice rivendicazione economica: esse evocavano una minaccia più che concreta per la classe dominante, minaccia che dal punto di vista di quest’utlima doveva essere e fu repressa con decisione. Ciò rende, inevitabilmente, la memoria dell’ammutinamento di Invergordon più rilevante del ricordo di un semplice episodio d’interesse specifico per la storia militare inglese: essa, piuttosto, deve inserirsi e richiamare alla mente le lotte condotte dalle masse subalterne di tutto il mondo per affermare un’idea diversa di società.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Alan Ereira, The Invergordon Mutiny, Routledge, London 1981

Len Wincott, Invergordon Mutineer, Weidenfeld, London 1974

Divine, David, Mutiny at Invergordon, Macdonald, London, 1970.

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