Il volontario di Auschwitz: la storia di Witold Pilecki

Tutti noi, in modo più o meno dettagliato, conosciamo la tragedia dei campi di sterminio della Germania nazista; tutti noi, nel pensare a quella drammatica pagina del nostro recente passato, possiamo richiamare alla mente le atroci immagini che ritraggono gli internati ridotti a scheletri umani, i cadaveri, le camere a gas e i forni crematori. In quell’inferno, è noto, ci finirono minoranze etniche e religiose, oppositori politici, omosessuali, criminali comuni e portatori di handicap, arrestati, rastrellati, catturati e, quindi, deportati sulla base di deliranti principi di superiorità e purezza razziale. La cognizione del tremendo destino cui milioni e milioni di persone furono condannate rende ben difficile pensare che qualcuno abbia potuto scegliere di propria iniziativa di finire in quelle vere e proprie fabbriche di morte eppure l’anniversario della settimana ci porta a riscoprire una vicenda che ha dell’incredibile, la vicenda di un uomo che per raccontare al mondo la barbarie dei lager si consegnò spontaneamente ai suoi aguzzini e fu, quindi, internato ad Auschwitz di cui, per primo, documentò l’orrore.

Witold Pilecki nacque il 13 maggio 1901 ad Olonets nella regione della Repubblica di Carelia da una nobile famiglia polacca. Trasferitosi a Vilnius nel 1910, si arruolò nell’esercito nel 1918, dopo aver partecipato come irregolare alle ultime fasi della prima guerra mondiale, e prese parte alla guerra polacco-sovietica del ’19-20 servendo sotto il Maggiore Jerzy Dąbrowski. Distintosi nella difesa di Grodno, nella cruciale battaglia di Varsavia e nella riconquista di Vilnius – azioni queste che gli varranno due croci al valore –, col finire della guerra riprese i suoi studi grazie ai quali raggiunse il grado di Ufficiale e, nel 1926, fu assegnato al reggimento di cavalleria come Alfiere o Tenente in seconda delle riserve con specifico compito di supporto all’addestramento per le attività paramilitari. Durante gli anni che intercorsero fra la prima e la seconda guerra mondiale  lavorò intensamente nella tenuta di famiglia nel villaggio di Sukurcze ove, dopo aver sposato Maria Pilecka da cui ebbe due figli, si trasferì stabilmente divenendo ben presto noto per la sua attività di pittore amatore e, soprattutto, per il suo impegno sociale, aspetto questo che nel 1938 gli valse il conferimento della croce d’argento al valore civile.

I venti di guerra che tornavano a soffiare in tutta Europa muovendo da Berlino, tuttavia, richiamarono Witold alla sua attività militare: il 26 agosto 1939, poco prima dell’invasione della Polonia da parte delle truppe del Reich che diede inizio al conflitto, fu assegnato alla XIX divisione di fanteria sotto il comando di Józef Kwaciszewski con la quale prese parte ai pesanti combattimenti contro l’esercito tedesco avanzante e, parimenti, contro quello sovietico entrato in Polonia per accaparrarsi i territori orientali come stabilito da una clausola segreta del patto Ribentropp-Molotov. Dopo la parziale distruzione della XIX, Pilecki si unì alla 41° divisione posta sotto il comando di Jan Włodarkiewicz e si distinse distruggendo, con la sua divisione, sette carri armati tedeschi e 3 velivoli. La sconfitta che, di lì a poco, travolse definitivamente l’esercito polacco non valse a spegnere in lui la volontà di combattere: tornato a Varsavia e riallacciati i contatti con il maggiore Włodarkiewicz, decise assieme a questi di fondare il primo gruppo clandestino antinazista cui venne dato il nome di Esercito Polacco Segreto. In breve tale compagine arrivò a contare oltre 8000 uomini per poi entrare a far parte dell’Unione per la Lotta Armata, successivamente rinominata e meglio conosciuta come Armia Krajova, il principale gruppo della resistenza polacca.

L’intenzione di Pilecki di farsi rinchiudere nei campi di concentramento nazisti per documentare cosa avvenisse al loro interno nacque già da primi mesi del 1940 quando questi propose ai suoi superiori un piano che prevedeva il suo arresto e la reclusione ad Auschwitz. All’epoca ben poco si sapeva di quanto andava accadendo nei lager e si pensava che questi fossero delle “semplici” prigioni o dei campi di internamento: certamente nessuno immaginava che questi fossero quei luoghi di sterminio scientifico e sistematico come, più tardi, si sarebbero rilevati. Dopo una lunga discussione i comandi della resistenza polacca accettarono il piano di Pilecki e gli fornirono una falsa carta d’identità recante il nome di Tomasz Serafiński: il 19 settembre 1940 l’ufficiale di Olonets cadeva volontariamente in un rastrellamento delle truppe naziste a Varsavia in seguito al quale oltre 2000 civili furono catturati e destinati ai campi di concentramento. Witold, in particolare, dopo due giorni di reclusione in cui fu violentemente percosso assieme ad altri prigionieri, fu spedito ad Auschwitz ove fu rinchiuso e tatuato con il numero 4859.

All’interno del campo, Pilecki, mentre svolgeva i compiti di lavoro cui era obbligato sopravvivendo, peraltro, ad una polmonite, si attivò immediatamente per costituire un gruppo di resistenza clandestino che denominò Związek Organizacji Wojskowej (ZWO – Unione delle organizzazioni militari) : questo, al pari di altre più piccole compagini, si occupava sia di sollevare il morale degli internati portando loro informazioni dall’esterno e distribuendo vestiti e cibo fatto giungere clandestinamente nei blocchi sia di allestire piccoli reparti di intelligence e di addestrare i prigionieri a prendere il controllo del campo in caso di attacco allo stesso da parte della Armia Krajova, di aviolancio di armi o intervento della prima brigata indipendente paracadutisti di stanza a Londra. In breve le informazioni su quanto avveniva ad Auschwitz cominciarono a raggiungere Varsavia e, a partire dal marzo 1941, i rapporti di Pilecki vennero inoltrati attraverso la resistenza polacca anche al governo britannico. Per buona parte del 1942 lo ZWO poté diffondere le informazioni che raccoglieva perfino attraverso una ricetrasmittente costruita dagli internati e smantellata nell’autunno di quello stesso anno per timore che venisse scoperta dalle SS.

Questi rapporti, divenuti noti come i “Rapporti di Witold”, rappresentarono senza dubbio la principale fonte informativa riguardo ad Auschwitz per gli Alleati. Diversamente dalle speranze nutrite da Pilecki, tuttavia, essi non indussero i Comandi occidentali a programmare alcuna azione militare anche perché furono considerati abbondantemente esagerati: se, dunque, la Royal Air Force rifiutò di considerare la possibilità di un bombardamento aereo del lager in supporto ad un’azione di terra della Armia Krajova che permettesse ai prigionieri di fuggire, la stessa resistenza polacca reputò di non avere forze sufficienti per tentare un assalto. Più tardi, nel 1944, un disinteresse analogo fu mostrato anche dai sovietici che non ritennero strategicamente utile muovere all’attacco del campo in collaborazione con l’esercito polacco e lo ZWO rimandando la liberazione dello stesso alla nota data del 27 gennaio 1945.

Tale decisione presa dai Comandi Alleati, dunque, indusse Pilecki a considerare inutile una sua ulteriore permanenza all’interno del lager: confidando che un suo intervento diretto avrebbe potuto far cambiare avviso ai suoi superiori, l’ufficiale polacco decise di tentare la fuga e nella notte fra il 26 e il 27 aprile, approfittando della sua assegnazione a un turno in un panificio collocato al di fuori della recinzione, assieme a due sodali, mise fuori combattimento una guardia, tagliò i fili del telefono e riuscì ad evadere. Sebbene i suoi auspici si rivelarono vani, Witold non smise di dare il suo contributo alla resistenza polacca ed al ZWO distinguendosi nei feroci combattimenti seguiti all’insurrezione di Varsavia scoppiata il 1 agosto 1944 e terminata vittoriosamente con la liberazione della città e, successivamente, dell’intero Paese.

La storia di Witold Pilecki, tuttavia, non termina qui: se, infatti, egli fu uno dei più importanti membri della resistenza antinazista divenne, in breve, anche uno dei più animati sostenitori della necessità di opporsi con le armi a quella che si profilava come un’occupazione da parte dell’ingombrante vicino sovietico. Già a partire dal febbraio del ’44, infatti, Pilecki si unì ad una organizzazione segreta anticomunista intenzionata a preparare la guerriglia contro l’Armata Rossa e quando, nell’ottobre del ’45, tornò in Polonia dopo una permanenza in Italia, riprese intensamente la sua attività di spionaggio e di intelligence, stavolta contro Mosca. Quando nel 1946 il governo polacco in esilio dichiarò che l’equilibrio postbellico non lasciava speranze alla prospettiva di una Polonia indipendente invitando tutti i partigiani ancora in attività a tornare alla vita civile o a scappare in Occidente, egli rifiutò tale possibilità: persino le informazioni relative al fatto che la sua copertura fosse caduta e che il cerchio della polizia sovietica stesse stringendosi attorno a lui non valsero a fargli rivedere le sue intenzioni. Arrestato l’8 maggio 1947 Witold Pilecki fu condannato a morte a seguito di un processo durato circa un anno e fu giustiziato con un colpo alla nuca nella prigione di Varsavia il 25 maggio 1948. Alla famiglia fu imposto di non ricordare il congiunto e fino al crollo dell’URSS le notizie relative alle sue attività furono censurate.

Occorrerà attendere il 1990 e la caduta del muro di Berlino, dunque, perché la memoria del “volontario di Auschwitz” venga riabilitata assumendo così, in tutte le sue sfaccettature, il giusto spazio che merita nella storia.

Andrea Fermi

Bibliografia:

Jozef Garlinski Fighting Auschwitz: the Resistance Movement in the Concentration Camp, Fawcett 1975.

Marco Patricelli, Il volontario, Laterza 2010

Witold Pilecki: Il volontario di Auschwitz, traduzione di Annalisa Carena, Piemme 2014

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