The Open House // Matt Angel, Suzanne Coote

Il male non ha mai un volto riconoscibile, o quantomeno facile da decifrare. Spogliare l’orrore delle sue valenze arcaiche, antropologiche o da leggenda urbana significa veder cedere un mondo fittizio nel quale ognuno di noi relega le sue paure più oscure. Il vero pericolo non ha una matrice sovrannaturale ma tangibile, umana e deviata.

The Open House (2018), dei registi Matt Angel e Suzanne Coote, è uno degli ultimi prodotti thriller/horror targato Netflix. Il titolo è sicuramente più d’impatto per il pubblico americano, che non per noi. Questo perché noi non siamo abituati a vedere mandrie di persone entrare in una casa in vendita, aggirandosi in ogni angolo e stanza. Oltreoceano invece questa è una pratica normale. Come è normale vedere in molte pellicole a stelle strisce porte che non vengono mai chiuse a chiave. Questa apparente nonchalance, che a noi fa sicuramente rabbrividire, per gli americani è la normalità dato che possono prendere a fucilate chiunque entri in una loro proprietà privata senza consenso. Da questo incipit prende il via The Open House, che quindi sceglie di scavare le sue fondamenta basandosi su un’idea decisamente interessante.

Naomi (Piercey Dalton) e Logan Wallace (Dylan Minnette) sono madre e figlio. La loro vita viene improvvisamente e brutalmente stravolta dalla morte del marito della donna. La loro situazione finanziaria, già precaria, collassa e li costringe ad accettare l’aiuto della sorella di lei. Si trasferiscono quindi nella lussuosa casa di montagna della sorella di Naomi, casa che ovviamente è in vendita. Madre e figlio, ancora provati dal recente lutto, si ritrovano in un luogo estraneo e in una casa che sembra non desiderare la loro presenza. Gli stessi abitanti del luogo, apparentemente socievoli e sorridenti, inciampano in stranezze poco rassicuranti. Durante l’open house, madre e figlio devono lasciare la casa, per permettere ai possibili acquirenti di visitarla. Queste visite, apparentemente normali, portano però in casa qualcosa di oscuro e malvagio.

The Open House fuorvia inizialmente lo spettatore, portandolo a credere ad una possibile presenza sovrannaturale ribaltando invece verso il finale questa supposizione.

La casa si trasforma quindi in un ambiente ostile, al cui interno può annidarsi chiunque, e con qualunque intenzione. Questo è sicuramente il pregio di The Open House, ovvero instillare nello spettatore la densa sensazione di non essere assolutamente al riparo né al sicuro da quel male che si annida nel fondo tortuoso delle menti sociopatiche.

Anche se non siamo di fronte ad una pellicola che brilla per originalità, e che spesso scivola in cliché da manuale fin troppo abusati, The Open House ci offre un’incursione in quella ferita aperta nella quale possono strisciare creature invisibili ma letali.

Buona Visione

Serena Aronica

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