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Morto Charles Aznavour, addio all’ultimo chansonnier

Era appena rientrato da una tournée dal Giappone, dove era conosciutissimo. Alla bellezza di 94 anni, tonico (e diligente nella preparazione) come sempre. Intenso e volitivo. Ma durante l’estate Charles Aznavour aveva dovuto annullare alcuni concerti, perché era caduto e si era fratturato il braccio. Nella notte scorsa il cantante, ambasciatore della canzone francese, è scomparso: se ne è andato nel sonno, nella sua casa, nei rilievi delle Alpilles, nel Sud del Paese.

Era nato nel 1924 da due emigranti armeni, che si trovavano a Parigi in attesa del visto per partire alla volta degli Stati Uniti. Ma che alla fine non se ne erano mai andati. Il suo vero nome era Chahnourh Varinga Aznavourian e rimase tutta la vita estremamente legato al Paese di origine della famiglia. Aznavour ha cantato in sei lingue, italiano compreso (più il napoletano), oltre mille canzoni, che nella maggior parte dei casi scrisse lui di proprio pugno. «La bohème», «Je m’voyais déjà», «La mamma», «Comme ils disent» sono solo alcuni dei brani portati al successo con quella voce melodrammatica e potente, nonostante appena un metro e 65 centimetri di altezza e un fisico, che di certo, almeno agli inizi, non lo aiutò. Fondamentale fu l’incontro con Edith Piaf, nel 1946. Fu lei la sua vera scopritrice: lo porterà a suonare con la sua orchestra in giro per il mondo.

Per la Piaf scrisse varie canzoni (ma lei rifiutò «Je hais les dimanches», portata al successo da Juliette Gréco), mentre Aznavour come solista stentò a imporsi, fino al trionfo con «Sur ma vie», nel 1954, che lo trascinò finalmente all’Olympia. Iniziò anche a recitare come attore, pure in «Tirate sul pianista» di François Truffaut, del 1960. Nel 1963 s’impose al Carnegie Hall, a New York, e visitò per la prima volta l’Armenia. Due anni più tardi allestì a Parigi un’operetta, «Monsieur Carnaval», da cui è tratta «La bohème», portata al successo più tardi in Italia da Ornella Vanoni. Negli anni Settanta Aznavour diventò una presenza costante anche nei sabato sera televisivi del nostro Paese. Per le versioni italiane delle sue canzoni (che curava con estrema attenzione) collaborava con Giorgio Calabrese e Sergio Bardotti. «Com’è triste Venezia», «L’istrione», «E io fra di voi».

Gli anni Settanta rappresentarono anche quelli di una certa svolta sociale(molto coraggiosa per l’epoca, visto il personaggio pubblico che era diventato), con titoli come «Mourir d’aimer», ispirato a un fatto di cronaca, un’insegnante che nel 1969 si era suicidata dopo aver avuto una storia con un allievo. E «Comme ils disent », dove lui, già al terzo matrimonio e una fama da conquistatore, si mise nei panni di un omosessuale, contro tutto e tutti. Nel 1988, con il terremoto in Armenia, si intensificò la sua azione a favore del Paese d’origine. Ha continuato a incidere a e cantare dal vivo fino alla fine, con una forza incredibile. Amava dire: «Ho fatto una carriera insperata ma esemplare », sempre sorpreso da quella sorta di «miracolo».

fonte: LASTAMPA.it

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