La rivolta di Sobibor

In varie occasioni sulle pagine di questa rubrica abbiamo affrontato il tema dell’Olocausto e, in particolare, abbiamo ricordato quegli episodi e quelle forme di resistenza che andarono sviluppandosi anche all’interno dei lager nazisti. Si è così evidenziato come quell’opera di annientamento in primo luogo psicologica e, quindi, concretamente fisica degli internati, sebbene in massima parte avente successo, non fu pacifica come spesso si tende a considerare e che la domanda ricorrente: “Ma perché non si ribellarono?” necessita di una risposta più articolata del previsto. La ricorrenza di questa settimana fa riemergere da quella oscura pagina del nostro recente passato l’episodio forse più eclatante in tal senso e ci porta a rammentare una delle più grandi e strutturate rivolte avvenute nel sistema concentrazionario del III Reich.

La costruzione di un campo a Sobibor, piccolo borgo a circa 80 km da Lublino in Polonia, risaliva ai primi mesi del 1942. Al pari dell’altro campo costruito nel medesimo distretto, Belzec, e di quello di Treblinka che fu allestito nello stesso periodo, la sua funzione era chiara: coerentemente a quanto stabilito nella così detta “soluzione finale” che, a fronte del previsto, notevole incremento dei prigionieri di guerra provenienti dal fronte orientale, aveva stabilito la sistematica eliminazione fisica degli internati, ebrei e non, esso era stato predisposto allo sterminio di quanti vi venivano imprigionati. Entrato in funzione nell’aprile del 1942 il complesso, sito in una zona boscosa isolata dal centro cittadino, era inizialmente di piccole dimensioni: alcuni edifici erano destinati all’alloggiamento delle guardie – un piccolo nucleo di specialisti tedeschi delle SS provenienti dalla Aktion T4 e una compagnia di militari ucraini – mentre una baracca serviva da spogliatoio per i prigionieri che, attraverso uno stretto percorso definito da filo spinato, giungevano alle camere a gas. Queste disponevano di grandi motori diesel che pompavano monossido e diossido di carbonio all’interno delle stanze e, in assenza di forni crematori, i cadaveri venivano bruciati in fosse improvvisate con risultati ritenuti non soddisfacenti dal comando del campo. Tutto ciò indusse il governatorato dei tre campi suddetti a disporre fra il luglio e il settembre di quello stesso anno, un importante intervento di efficientamento ed ampliamento delle strutture: grandi e solidi edifici in muratura furono eretti ed ognuno dei lager fu dotato di sei camere a gas allineate sui lati di un corridoio centrale mentre una stanza sul fondo dello stesso ospitava il motore diesel. Così attrezzati nei campi di Sobibor, Treblinka e Belzec giunsero a morire fino a 25000 prigionieri al giorno.

A Sobibor, dunque, morirono in centinaia di migliaia provenienti in larga misura dalla Polonia (207.000) ma anche dalla Cecoslovacchia (31.000), dai Paesi Bassi (34.300), dalla Lituania (14.000), dalla Germania e dall’Austria (10.000) e dalla Francia (4000). Ma esso fu anche il teatro di una rivolta degli stessi detenuti che il 14 ottobre del 1943 tentarono di attuare un piano finalizzato a prendere il controllo del campo e darsi, quindi, alla fuga. Il primo a ventilare tale possibilità fu Leon Feldhendler, già capo del Consiglio ebraico della città polacca di Zolkiew, il quale nella tarda estate di quell’anno, con alcuni detenuti fidati, iniziò a delineare vari progetti per sottrarsi alla prigionia. Momento di svolta in tal senso fu l’arrivo di un ufficiale ucraino, Aleksandr Aronovic Pecerskij: catturato nell’ottobre del 1941 durante le prime fasi dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica, questi era stato inizialmente destinato ad un campo di lavoro presso Minsk ove aveva trascorso quasi due anni ed era stato trasferito a Sobibor il 22 settembre 1943. Nonostante, a seguito di una rivolta avvenuta a Treblinka il 2 agosto di quello stesso anno durante la quale erano state bruciate diverse baracche dalle squadre di lavoro e alcuni detenuti erano fuggiti, le difese del lager fossero state rinforzate, la progettazione dell’evasione non fu rallentata ed, anzi, le competenze militari di Pecerskij valsero a perfezionarne notevolmente i dettagli.

Come concordato, dunque, la mattina di quel 14 ottobre 1943 gli internati che avevano aderito alla rivolta entrarono in azione. Il piano prevedeva di attirare gli ufficiali delle SS in zone isolate del campo ucciderle una ad una e, avendo sottratto loro le armi, assaltare l’armeria così da aprirsi un varco attraverso l’uscita principale e disperdersi nei boschi circostanti la struttura. Inizialmente tutto sembrò funzionare ma la scoperta di uno dei cadaveri delle unidici SS che furono uccise, il Sergente Rudolf Beckmann, mise in allarme le altre. Vistisi scoperti gli internati decisero di tentare il tutto per tutto per guadagnare la libertà: in oltre 600 si lanciarono di corsa sui campi minati che attorniavano il campo sperando di evitare gli ordigni e le raffiche di mitra che, furiose, presero ad essere rivolte contro di loro dalle guardie che tentavano di fermarli. In trecento riuscirono a guadagnare effettivamente la fitta vegetazione poco distante ma circa settanta furono uccisi durante la fuga e altri 170 furono catturati nelle ore successive e immediatamente fucilati.

Fra i sopravvissuti vi fu lo stesso Pecerskij il quale si unì ad un gruppo di partigiani russi e continuò la resistenza antinazista fino a quando una grave ferita ad una gamba lo costrinse a ritirarsi dalla lotta. Tornato in patria nel dopoguerra non solo non ricevette alcun riconoscimento per essere stato uno dei principali strateghi della fuga da Sobibor ma, nel clima di sospetto nei confronti dei prigionieri sovietici colpevoli, secondo Stalin, di essersi arresi al nemico, fu nuovamente arrestato e destinato ad un Gulag in Siberia assieme al fratello che lì trovò la morte. Solo nel 1953, a seguito di forti pressioni da parte dei supersiti di Sobibor fuggiti grazie al suo piano in quel lontano ottobre del 1943 e, in generale, dell’opinione pubblica internazionale, Pecerskij ottenne nuovamente la sua libertà. Nel 2007, 17 anni dopo la sua morte, una piccola targa celebrativa fu affissa sulla casa ove visse mentre una strada della città israeliana di Safed fu intitolata a suo nome.

La memoria di quell’episodio – consegnata oggi anche ad un film “Fuga da Sobibor” che nel 1987 ne ha ricostruito, per quanto con tutti i limiti di una produzione cinematografica, l’accaduto – come delle varie altre rivolte avvenute nei lager nazisti, dunque, deve ricordare a tutti che, pur in uno dei contesti più atroci del nostro passato, ci fu chi ebbe il coraggio di ribellarsi attestando al mondo ed alla Storia la necessità di opporsi con ogni mezzo e tutte le forze alla barbarie umana.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:
Gitta Sereny, In quelle tenebre, Adelphi, Milano 1975.
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