Il “sabato nero” del rastrellamento del ghetto ebraico romano

Come abbiamo notato nel nostro appuntamento della scorsa settimana l’immane tragedia dell’Olocausto ha occupato ripetutamente le pagine di questa rubrica la quale, rifiutando di ridurre lo studio dei tempi che ci hanno preceduti ad una questione di numeri e statistiche, ha sempre tentato di far rivivere la storia indagandola attraverso la memoria di singoli ma emblematici episodi, in grado di dare concreta materialità al passato ricostruendone i volti ed i contesti materiali meno noti. Ancora una volta la ricorrenza della settimana ci induce a tornare a quella triste pagina ricordando un avvenimento che ha lasciato una ferita profonda nella comunità italiana e romana in particolare: il rastrellamento del ghetto ebraico della Capitale.

Dell’occupazione tedesca della Città Eterna abbiamo già parlato in altra occasione: fu, quella come molte altre riferite al secondo conflitto mondiale, una storia di fame, morte, disperazione e resistenza. Ma fu anche parte della storia dell’orrore più atroce che accompagnò le vicende del terzo Reich: la follia razzista e persecutoria che portò alla morte milioni di persone nei campi di concentramento nazisti. L’esperienza romana in tal senso, strettamente connessa in termini generali alla emanazione delle leggi razziali volute da Mussolini nel 1938, ha nel 16 ottobre 1943 una data particolarmente rilevante. Fu in quello che sarebbe stato ricordato come il “sabato nero”, infatti, che le SS, supportate dai fascisti repubblichini, rastrellarono gli ebrei abitanti a Roma concentrando la propria azione nel quartiere che nei secoli precedenti era stato il ghetto e che ancora raccoglieva una gran numero di appartenenti alla comunità giudaica capitolina. In verità la catena di eventi che avrebbe portato al drammatico avvenimento ebbe inizio alcune settimane prima e, in particolare, il 10 settembre 1943 quando, all’indomani dell’invasione della città da parte delle truppe tedesche, il ministro dell’Interno del Reich, Heinrich Himmler comunicò al comandante della Gestapo a Roma Herbert Kappler l’ordine di occuparsi del “problema ebraico” nei territori appena occupati. Il 24 dello stesso mese il messaggio venne ribadito ed ulteriormente esplicitato con un nuovo ordine tramite il quale si disponeva che “tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dov[essero] essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati”[i].

Coerentemente a quelle che erano le politiche di vera e propria rapina prima ancora che di eliminazione condotte dai nazisti nei confronti delle popolazioni sottomesse e considerate inferiori, il primo passo di Kappler fu quello di convocare il 26 settembre presso il proprio ufficio di Villa Wolkonsky il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ugo Foà, e quello dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Dante Almansi, intimando loro la consegna di almeno 50 chilogrammi d’oro entro trentasei ore: ciò, secondo quanto da lui stesso dichiarato, avrebbe garantito l’incolumità per tutti  i loro correligionari sui quali, altrimenti, avrebbe aleggiato la minaccia di deportazione. La mattina del giorno successivo, dunque, ebbero inizio le frenetiche operazioni di raccolta dell’oro cui parteciparono molte famiglie capitoline, non solo giudee. In quella corsa contro il tempo divenuta espressione di solidarietà resistente, la stessa Santa Sede si dichiarò disponibile di anticipare tanti lingotti quanti sarebbero stati necessari al raggiungimento del peso previsto ma il prestito non fu necessario: alle 18.00  del martedì 28 settembre, dopo una proroga di quattro ore accordata dallo Comandante delle SS, Foà ed Almansi si presentarono a villa Wolkonsky portando con loro un quantitativo d’oro che, dopo una duplice pesatura avvenuta nei locali di via Tasso 155 poi divenuta sede della Gestapo romana, risultò ammontare a 50,3 Kg.

Il carico fu immediatamente spedito al capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, generale Ernst Kaltenbrunner, accompagnato da una lettera firmata dallo stesso Kappler in cui si esprimevano perplessità riguardo alla fattibilità della deportazione e si suggeriva l’utilizzo degli ebrei romani come mano d’opera per lavoro obbligatorio in loco. La risposta del generale – nel cui studio, a guerra finita, fu rivenuta intatta la cassa con l’oro – fu inequivocabile: “È precisamente l’estirpazione immediata e completa degli ebrei in Italia nell’interesse speciale della situazione politica attuale e della sicurezza generale in Italia[ii]. Ligio agli ordini impartitigli, Kappler dispose il 14 di ottobre il saccheggio delle due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico da cui fu sottratto materiale dal grande valore culturale nonché gli elenchi completi dei nomi e degli indirizzi dei giudei romani alla cui individuazione collaborarono anche i commissari di Pubblica Sicurezza Raffaele Aniello e Gennaro Cappa. Lo stesso giorno una comunicazione veniva inviata ad Auschwitz per annunciare al comandante del campo, Rudolf Hoess, l’arrivo di circa mille prigionieri italiani entro la settimana successiva.

All’alba di sabato 16 ottobre – giorno festivo per gli ebrei, scelto appositamente per sorprenderne e catturarne quanti più possibile –, dunque, 365 militi tedeschi (nessun italiano fu ritenuto tanto fidato da partecipare all’intervento) affiancati da quattordici ufficiali e sottoufficiali, entrarono in azione per effettuare il rastrellamento. Cento di loro furono impiegati nel ghetto mentre i rimanenti intervennero in varie altre parti della  città. Nell’antico e centrale quartiere a ridosso della riva del Tevere, la Gestapo operò bloccando tutte le vie di accesso ed evacuando, quindi, un isolato alla volta. La violenza fu brutale: uomini e donne, vecchi e bambini, sani e malati, tutti furono scaraventati fuori dalle loro case spesso ancora con indosso le vesti da notte e radunate, sotto la minaccia delle armi, in strada. Nessun colpo di pistola o di fucile, tuttavia, fu esploso: a detta dello stesso Kappler, il rastrellamento avvenne senza reazioni sostanziali da parte dei fermati sebbene le forme di resistenza passiva da parte della cittadinanza romana furono costanti e reiterate come ricostruito nel suo stesso rapporto: “Mentre la polizia tedesca irrompeva in alcune case, tentativi di nascondere gli ebrei in appartamenti vicini sono stati osservati per tutto il tempo e in molti casi si crede con successo. La parte antisemita della popolazione non è comparsa durante l’azione, ma grandi masse, in episodi isolati, hanno addirittura tentato di trattenere singoli poliziotti lontano dagli ebrei”[iii].

Al termine delle operazioni i rastrellati – 1259 in totale – furono sospinti su camion militari coperti da pesanti teloni per occultare il “carico” e portati provvisoriamente al Collegio militare di Palazzo Salviati in via della Lungara: i mezzi fecero percorsi tortuosi attraverso  il centro urbano, secondo alcuni perché i conducenti, membri di reparti provenienti dal nord Italia, non erano pratici della città, secondo altri perché colsero l’occasione per ammirarne le bellezze. Tutti passarono di fronte a San Pietro. La verifica dello status dei prigionieri condusse alla liberazione di 237 persone riconosciute come straniere, componenti di unioni o famiglie miste; tutti gli altri, cui si aggiunse una donna che, sfuggita alla retata, non volle abbandonare il marito ed i cinque figli catturati, furono condotti due giorni dopo alla Stazione Tiburtina. Alle 14.05 del 18 ottobre, in un silenzio assordante in cui spiccava l’immobilismo e la mancata presa di posizione riguardo a quanto andava accadendo da parte del Vaticano, un treno bestiame composto di 18 vagoni partiva alla volta di Auschwitz. La mattina successiva all’arrivo del convoglio nel campo di sterminio avvenuto il 22 ottobre attorno alle 23, 820 persone furono subito destinate alle camere a gas mentre 154 uomini e 47 donne furono considerate abili al lavoro e smistate in vari campi. Tornarono da quell’inferno solo in 16.

Primo Levi, uno dei più noti sopravvissuti ad Auschwitz, ha asserito: “E’ accaduto, potrebbe accadere ancora…”. In un mondo che sta assistendo alla prepotente ed orrenda rinascita di posizioni ideologiche e politiche che pongono l’uomo contro l’uomo anniversari come quello di cui abbiamo parlato in questo “appuntamento con la Storia” dovrebbero rappresentare ben più che un episodio cristallizzato nelle pieghe del passato. Questi dovrebbero essere un monito, un monito a riconoscere e combattere sempre e comunque chiunque si faccia rappresentante e strumento della barbarie umana.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Roma, 1945

Anna Foa, Portico d’Ottavia 13, Roma, Laterza, 2013

Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Il Saggiatore, Milano, 2004

Robert Katz, Roma Città Aperta. Settembre 1943-Giugno 1944, Il Saggiatore, Milano, 2013

Paolo Monelli, Roma 1943, Einaudi, Torino 1993.

Marisa Musu- Ennio Polito, Roma ribelle. La resistenza nella capitale. 1943-1944, Teti Editore, Milano, 1999

Adriano Ossicini, Un’isola sul Tevere. Il fascismo al di là del ponte, Editori Riuniti, Roma, 1999

Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, Donzelli, Roma, 2005

Mario Tagliacozzo, Metà della vita. Ricordi della campagna razziale 1937-1944, Baldini&Castoldi, Milano, 1998

 

[i] Marisa Musu – Ennio Polito, Roma ribelle. La resistenza nella capitale. 1943-1944, Teti Editore, Milano, 1999, p. 90.

[ii] Robert Katz, Roma Città Aperta. Settembre 1943-Giugno 1944, Il Saggiatore, Milano, 2004, p. 105.

[iii]Ivi, p. 140.

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