COSA CI ASPETTA SE IL MONDO VIRA A DESTRA

Il risultato delle ultime elezioni in Brasile nelle quali ha vinto il leader dell’ultradestra Bolsonaro, conferma soltanto una tendenza che è cominciata probabilmente con l’elezione di Trump negli Stati Uniti e che, passando per il risultato delle elezioni in Italia, ha visto la scorsa domenica l’ennesima conferma di questo trend.

Se in qualche modo si vuole tentare di inquadrare la situazione, o quanto meno provare a fare una riflessione nello spazio di alcune righe, è facile evidenziare come a seguito di un periodo di crisi economica è spesso seguita al potere una destra nazionalista e populista. É il caso ad esempio degli anni ’30 quando hanno trovato terreno fertile i piú feroci totalitarismi del secolo scorso come i regimi che hanno invaso l’Europa a cominciare dalla Germania, l’Italia, la Spagna e un’altra buona parte degli Stati continentali.

Giambattista Vico, filosofo di fine XVII secolo, affermava nella sua teoria dei “corsi e ricorsi” storici che gli eventi si ripetono e raramente rappresentano un caso a sè, non soltanto come susseguirsi di forme politiche, bensí come ripetersi di tutte le manifestazioni culturali e sociali umane. Se in un periodo di relativo benessere e stabilità sociale è normale aspettarsi un’attenzione maggiore ai diritti e alla richiesta di sempre crescenti libertà individuali (si pensi ad esempio al movimento culturale degli anni ’60 composto principalmente dai primi figli del benessere), allo stesso tempo a seguito di un impoverimento generale dovuto a periodi di crisi strutturale economica, si arriva ad accettare alcune rinunce in cambio di una piú generale sicurezza, interessandosi sempre meno all’altro, se non per ciò che riguarda la mera soddisfazione delle proprie necessità primarie.

Se in virtú di questo si puó prevedere, in base al solco tracciato dagli eventi passati, quello che è possibile attendersi dal prossimo futuro, non è un mistero che quando ci si é rinchiusi nei propri confini il passo successivo è quasi sempre stato la conflittualità. Immaginiamo, per ipotizzare uno scenario-tipo, che nell’Euopa comunitaria ormai rinchiusa nei propri egoismi geografici scoppiasse uno scontro diplomatico, ad esempio, sui migranti. L’Austria e l’Ungheria hanno dato già dimostrazione di aver schierato l’esercito alle proprie frontiere per fermare il flusso di persone affluenti nei propri territori e non è un mistero che i momenti di maggior tensione con gli Stati confinanti si siano registrati proprio in queste circostanze. Si pensi all’ultima crisi tra la Francia e l’Italia per i migranti riportati illegalmente indietro. Non è impossibile immaginarsi che in un futuro ipersovranista, destrorso e militarizzato, un incidente di questo tipo possa sfociare in un vero e proprio conflitto armato.

Leggendo qualche giorno fa un’intervista a Fukuyama, l’autore de La fine della storia che aveva teorizzato un futuro a senso unico con il solo modello della democrazia occidentale globalizzata, è emerso che, al di là dell’evidente smentita alla sua tesi data dagli avvenimenti dei nostri tempi nei quali sembra comporsi piuttosto una sorta di “internazionale illiberale”, Marx se per tanti aspetti aveva individuato i difetti e le conseguenze del capitalismo (crisi della domanda, iperproduzione, impoverimento dei lavoratori) dall’altro non aveva individuato il modello che realmente avrebbe potuto metterlo in serio pericolo, ovvero il capitalismo di stato presente in Cina.

Jack Ma, il fondatore del gigante mondiale dell’e-commerce Alibaba, in una dichiarazione dell’ultimo anno in risposta alla volontà di Trump di adottare ulteriori dazi ai prodotti cinesi, ha detto: “Se finisce il commercio, cominciano le guerre“. Che sia proprio questa l’interpretazione alla situazione attuale e al possibile rischio che si corre rinchiudendosi socialmente ed economicamente all’interno dei propri confini, magari a cominciare proprio dalle due principali economie del pianeta?

Filippo Piccini

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