Etiopia ed Eritrea: venti di pace nel Corno d’Africa

C’è un vento nuovo che spira nel mondo. Un vento che a pensarci bene così nuovo non è. Un vento che diffonde odio, indifferenza e isolazionismo: frontiere che si rafforzano, porti che si chiudono, muri che si alzano.

Nella foto: Etiopia ed Eritrea e ed il confine conteso.

In questo triste scenario mondiale, una lezione di civiltà ci viene data dai cosiddetti “Paesi del Terzo Mondo”. È infatti di qualche mese fa la notizia riguardante la pace nel Corno d’Africa, dopo un conflitto tra Etiopia ed Eritrea durato circa 20 anni. Un conflitto cruento che ha prodotto almeno ottantamila vittime tra soldati e civili e oltre un milione di sfollati, mentre milioni di soldati per anni sono rimasti inutilmente impegnati a salvaguardia del confine nella successiva guerra fredda, che nel giugno 2016 si era di nuovo surriscaldata.
La firma dell’armistizio è un evento sorprendente e impensabile anche solo qualche mese fa ed ha sbriciolato in poco tempo il muro di ostilità che separava i due Paesi in seguito alla guerra.

I contrasti risalgono alla seconda metà del secolo scorso, quando le tensioni relative al controllo di una zona di confine identificata dalla città di Badme(1) sono degenerate in un conflitto concluso ufficialmente nel 2000 con l’Accordo di Algeri(2), il cui risultato fu l’attribuzione del territorio conteso all’Eritrea. Dagli inizi del duemila, le due parti sono rimaste sul piede di guerra proprio perché l’Etiopia, finora, ha rifiutato di accettare la sentenza delle Commissioni internazionali incaricate di risolvere la disputa territoriale, istituite come parte dell’accordo di pace. L’Etiopia, non riconoscendo l’esito della sentenza, ha continuato ad occupare con la forza il territorio di Badme, creando di fatto una situazione di guerra anche dopo la firma dell’accordo. I due Paesi sono rimasti per 18 anni in stato di belligeranza e hanno generato guerre per procura nella vicina Somalia, destabilizzando ulteriormente una situazione già precaria. Quindi, l’Etiopia ha usato la sua maggiore influenza regionale e la sua superiore valenza diplomatica per isolare l’Eritrea, che è stata sottoposta per anni a sanzioni internazionali.

Adesso, grazie all’iniziativa del primo ministro etiope Abiy Ahmed, nominato nell’aprile scorso, la situazione si è finalmente risolta con il riconoscimento da parte dell’Etiopia della sentenza della Commissione Internazionale che assegna ad Asmara la sovranità sulla località frontaliera contesa di Badme.

Nella foto: la stretta di mano tra il nuovo primo ministro etiope, Abiy Ahmed, e il presidente eritreo, Isaias Afwerki durante la firma dell’accordo di pace a Gedda.

L’intesa, oltre a mettere fine allo stato di guerra, prevede il ripristino del collegamento aereo tra Addis Abeba e Asmara, la possibilità per le persone di circolare tra i due Paesi, il riallacciamento delle linee telefoniche, la riapertura delle Ambasciate e, soprattutto, la possibilità per l’Etiopia, priva di sbocchi al mare, di utilizzare i porti eritrei.

La fine del conflitto genera anche una speranza di avvio di un processo di normalizzazione per l’Eritrea, la quale nel lungo periodo di presidenza Isaias(3), si è di fatto trasformata in un paese autoritario, in seguito ad una vera e propria militarizzazione dello Stato, imponendo il servizio militare sino a 50 anni(4), imprigionando decine di migliaia di dissidenti politici e causando la diaspora di un’intera generazione di ragazzi costretti a emigrare in Europa o nei Paesi del Golfo, spesso trovando la morte nel viaggio della speranza.
Ora la Comunità Internazionale richiede il ripristino delle libertà costituzionali sospese e la ripresa di tutte quelle articolazioni istituzionali che facciano risalire il Paese dagli ultimi posti della classifica mondiale di sviluppo e libertà.

La domanda che molti si pongono adesso è che ne sarà degli eritrei che si sono rifugiati nei diversi Paesi del mondo, dall’Europa all’Australia?
Purtroppo al momento non si può avere una risposta semplice ed univoca. Sicuramente la comunità eritrea è una di quella con il più alto tasso di accoglienza delle proprie istanze di rifugiato, questo appunto perché è stato acclarato come non sia possibile evitare  il Servizio Militare Nazionale e come esso si compia in violazione di un certo numero di diritti che afferiscono alla persona umana.
In caso di successo e di avvicinamento a standard democratici accettabili cadrebbero le motivazioni per cui viene concesso lo status di rifugiato.
La guerra tra i due Paesi è ufficialmente finita, si spera che la stretta di mano tra i due leader africani si traduca in una rapida evoluzione democratica nell’area, mettendo fine al periodo di instabilità politica e territoriale che ha devastato il Corno d’Africa negli ultimi decenni.

Maria Giovanna Bono

1.Badme (in italiano Badammé) è una località del Corno d’Africa, oggetto della disputa territoriale fra Eritrea ed Etiopia. La causa del conflitto risale all’imprecisa definizione della frontiera stabilita nel 1902 fra l’Italia, allora potenza coloniale in Eritrea, e l’Impero d’Etiopia.
2.L’accordo di Algeri è un’intesa conclusa dai governi di Eritrea ed Etiopia il 12 dicembre 2000 ad Algeri per porre fine al conflitto iniziato nel 1998 a causa di una disputa territoriale. L’accordo ha ufficialmente posto fine alle ostilità con il cessate il fuoco del 18 luglio 2000, prevedendo inoltre la creazione a L’Aia di due commissioni neutrali: la Commissione Reclami Etiopia-Eritrea e la Commissione per la delimitazione dei confini, il cui compito era la definizione della frontiera tra i due Paesi.
3.Isaias Afewerki è dal 1993 il primo e da allora unico presidente dell’Eritrea.
4.Servizio Nazionale di leva a tempo indeterminato obbligatorio per i giovani eritrei, che arruolati a 17 anni, non conoscono la data di congedo. Non sempre vengono impiegati in azioni di guerra, ma più che altro servono per scopi civilin quali la costruzione di infrastrutture pubbliche o come “servitori” dei comandanti dell’esercito.
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