L’assemblea del Pd avvia il Congresso. Ma per le primarie ancora nessuna data (e pochi candidati)

Dura appena tre ore l’assemblea Pd che decide la convocazione del congresso anticipato, e solo per motivi procedurali. L’assemblea che dà il via alla corsa per le primarie fila via stanca, con i big del partito che evitano di intervenire. Matteo Renzi addirittura non si presenta e si mette a twittare proprio nei minuti in cui il segretario uscente Maurizio Martina parla per spiegare le sue dimissioni e per chiedere «unità», ma anche «autocritica», proprio quel “mea culpa” che l’ex premier non vuole fare. Non c’è nemmeno Maria Elena Boschi, ma il fronte renziano è comunque rappresentato da Luca Lotti, Francesco Bonifazi, Ettore Rosato. Se si va avanti fino alle 15 è solo perché da regolamento bisogna aspettare due ore per vedere se qualcuno si candida ad essere eletto al posto di Martina già in assemblea, senza dover convocare il congresso. Cosa che ovviamente non accade.

Poca partecipazione e pochi interventi
In generale, c’è poca gente. Non c’è Walter Veltroni, non c’è Carlo Calenda. In prima fila siedono Paolo Gentiloni, Andrea Orlando, Dario Franceschini e Gianni Cuperlo. C’è Matteo Orfini, che da presidente conduce i lavori, affiancato da Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Ci sono anche il candidato Nicola Zingaretti e il quasi-candidato Marco Minniti. Nessuno di loro, però, ha niente da dire, oggi. Nessuno prende la parola, sono tutti già al lavoro per la sfida che si concluderà tra febbraio e inizio marzo.
Il Pd prova ad uscire dal proprio orticello concedendo l’apertura dei lavori a Frans Timmermans, il socialista olandese candidato dal Pse alla guida della prossima commissione europea. Parla per primo, in ottimo italiano, con Orfini che lo presenta sottolineando la sua fede calcistica romanista. Lui chiede il sostegno nella battaglia europea, attacca il governo Lega-M5s «che vota a favore dei condoni per gli abusi edilizi», dice che l’Europa va «riformata, ma non spaccata». E’ l’unico momento in cui la platea applaude convinta.

Le dimissioni di Martina
Subito dopo tocca a Martina, deve spiegare il motivo delle sue dimissioni – perché così vuole lo statuto – e accompagnare il partito verso il congresso. Il segretario uscente rivendica il lavoro svolto da luglio a oggi, parla di un «lavoro di ricostruzione avviato», si dice «orgoglioso» della manifestazione di piazza del Popolo. Non manca qualche stoccata a Renzi: «Non dobbiamo avere paura di criticarci e di criticare i nostri errori per cambiare. Perché dobbiamo avere paura di questo? Un grande partito non vuole mettere la polvere sotto al tappeto». In generale, aggiunge, tutti nel partito devono ricordare che «il nemico è la destra» e che il Pd deve sapersi mostrare «unito» anche durante il congresso.

L’affondo di Katia Tarasconi
Dal palco l ‘unico guizzo è quello di Katia Tarasconi, consigliere regionale Pd in Emilia Romagna, che parla subito dopo Martina e va giù dura con tutto il gruppo dirigente Pd, dicendo ai candidati al congresso «ritiratevi tutti». Riceve pochi applausi, solo dalle ultime file della sala, quelle dove non siedono i big del partito. Il dibattito prosegue per un po’, fino a quando – scadute le due ore da regolamento – Orfini annuncia che l’assemblea è sciolta e che si va a congresso. Quando ancora non si sa, perché sulla data è in corso un braccio di ferro interno. Gentiloni si augura che le primarie siano «entro metà febbraio», altri chiedono di farle il 3 marzo perché prima ci sono le elezioni in Abruzzo, Basilicata e Sardegna.

Il rebus dei candidati
Soprattutto, non si sa ancora bene quali saranno i candidati. Nicola Zingaretti è in pista da tempo, insieme a Matteo Richetti, Francesco Boccia, Cesare Damiano e Dario Corallo. Minniti dovrebbe formalizzare la sua corsa domani, ma da giorni l’annuncio viene rinviato. Lo stesso Martina dovrebbe essere della partita, sostenuto da parte del mondo renziano – quello che fa capo a Delrio e Orfini – ma il segretario uscente starebbe ancora riflettendo. Si vedrà alla fine quanti saranno davvero i candidati, per poter correre bisogna raccogliere un certo numero di firme e qualcuno potrebbe anche tirarsi indietro all’ultimo momento. Di sicuro, per la prima volta da quando esiste il Pd è concreto il rischio che dalle primarie non esca un vincitore: per essere eletti nei gazebo, infatti, bisogna superare il 50% dei voti e con tanti candidati c’è la forte possibilità che nessuno ci riesca. In quel caso si andrà al ballottaggio tra i primi due in assemblea. Non a caso Zingaretti, lasciando l’assemblea, chiede di evitare l’obolo di due euro chiesto a chi vota per le primarie: «Non si può pagare per votare», meglio chiedere una «sottoscrizione» volontaria.

fonte: LASTAMPA.it

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