18 dicembre 1922: la strage fascista di Torino

Fra tutte le vili violenze di cui si rese protagonista lo squadrismo agli albori del regime mussoliniano i tristi episodi avvenuti fra il 18 ed il 20 dicembre 1922, oggi nota come la “strage di Torino”, meritano una menzione ed un ricordo particolare. Pretesto per il vero e proprio eccidio che si consumò in quelle giornate fu un’aggressione fascista risoltasi a sfavore degli stessi assalitori avvenuta la sera del 17 dicembre. In quella fredda sera di tardo autunno nel capoluogo piemontese simbolo delle lotte operaie del recente “biennio rosso”, tre membri del Pnf, il ferroviere Giuseppe Dresda, lo studente Lucio Bazzani e l’artigiano Carlo Camerano aggredirono a colpi di arma da fuoco Francesco Prato, giovane comunista particolarmente noto – e temuto – per il suo attivismo antifascista. Ferito ad una gamba il Prato che, cosciente dei pericoli corsi, da tempo usciva di casa armato, rispose al fuoco uccidendo Dresda e Bazzani e riuscendo, quindi, a dileguarsi.[i]  L’accaduto fu immediatamente stravolto nella sua dinamica dalla propaganda fascista ben cosciente che il tutto si sarebbe potuto trasformare nell’occasione per infierire un duro colpo all’opposizione operaia: ecco, dunque, che la vittima divenne carnefice e gli aggressori veri e propri martiri dell’attivismo “sovversivo”.

La rappresaglia fu immediata. La mattina successiva le “camicie nere” guidate dal “console” Piero Brandimarte e da altri personaggi di spicco del fascismo torinese cominciarono una serie di scorrerie. Non conoscendo quale fosse l’orientamento delle istituzioni prefettizie che, proprio in quelle ore conferivano nella persona del vice-questore Tabusso e del vice-prefetto con il segretario del Fascio piemontese Marchisio e due comandanti di squadracce, le prime violenze non ebbero esiti mortali: alle 11.30 una cinquantina di camerati fecero irruzione nella locale Camera del Lavoro e bastonarono il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero, per poi permettere loro di allontanarsi senza più gravi conseguenze.

Tutto cambiò, tuttavia, quando attorno a mezzogiorno la suddetta riunione si concluse con la decisione di non mobilitare le forze dell’ordine: il segnale era chiaro e lasciava mano libera ai fascisti. Ebbero così inizio violenze che videro gli squadristi fare irruzione in numerosi locali pubblici, politici e case private onde bastonare, torturare ed uccidere militanti socialisti, comunisti ed anarchici. Il primo a morire fu Carlo Berruti, segretario del sindacato dei ferrovieri e consigliere comunale comunista, prelevato attorno alle 13.00 dai militi della squadraccia “Enrico Toti” nell’Ufficio delle Ferrovie sito in Corso Umberto 48 – dopo che la sua casa era già stata devastata – portato nelle campagne di Nichelino e qui freddato con diversi colpi di arma da fuoco alla schiena. Nel primo pomeriggio, poi, fu la volta di Leone Mazzola, gestore di un’osteria in Via Nizza ove alcuni militi avevano sparato ad un avventore perché in possesso della tessera del partito socialista: intervenuto per protestare in merito a quanto andava avvenendo Mazzola fu afferrato, trascinato nel retrobottega ed ucciso a coltellate e revolverate dopo che fra le sue cose fu rinvenuta una tessera elettorale con il simbolo della falce e martello. Più tardi si sarebbe scoperto che lo stesso non solo era monarchico e uomo d’ordine ma anche un confidente della polizia politica cui passava informazioni proprio riguardo ai comunisti. Nella stessa circostanza, Giovanni Massaro, un giovane ferroviere presente nel locale e datosi alla fuga a seguito dell’irruzione, fu inseguito mentre cercava di rifugiarsi nella sua abitazione sita in via Nizza 279 e, dato il suo comportamento “sospetto” probabilmente dovuto a delle turbe psichiche, fu freddato con quattro colpi alla testa: il cadavere fu caricato sul camion dei fascisti e scaricato in periferia.

Il calar delle tenebre non interruppe le efferatezze. Era già buio, infatti, quando il fattorino simpatizzante comunista Matteo Chiolero, rincasato e intento a consumare il suo magro pasto con moglie e figli si alzò per recarsi alla porta di casa ove qualcuno stava bussando: non appena aprì i battenti, senza che una sola parola fosse scambiata, tre colpi di pistola lo raggiunsero al petto. La consorte, disperata, corse verso il corpo esanime del marito urlando contro i suoi carnefici che si stavano allontanando: di tutta risposta, questi tornarono sui loro passi, toccarono il cadavere e prima di dileguarsi definitivamente asserirono beffardamente di non preoccuparsi giacché il Chiolero stava semplicemente dormendo.

Negli stessi minuti il comunista Andrea Chiomo, assolto l’anno precedente per l’omicidio del fascista Dario Pini, fu prelevato da casa di amici da sei o sette camerati che lo trascinarono in strada ove, ad attenderlo, c’era tutta la squadra intitolata allo stesso Pini e guidata da Paolo Dovis oltre che i gerarchi Carlo Natoli e Piero Brandimarte. Qui fu duramente percosso e trascinato per i capelli per centinaia di metri prima di riuscire, in un ultimo disperato tentativo di salvarsi la vita, a rialzarsi e tentare la fuga: mentre correva nel buio di Via Pinelli Chiomo fu raggiunto da una fucilata alla schiena che più tardi all’ospedale, ove giunse tumefatto e completamente privo di capelli, ne avrebbe decretato la morte. Destino ancora più atroce toccò poi a Pietro Ferrero il quale, probabilmente scosso dalla bastonatura della mattina, vagò stordito per Torino senza meta per l’intera giornata: avvicinatosi in tarda serata alla Camera del Lavoro, dopo aver incontrato alcuni conoscenti comunisti che gli avevano consigliato viva prudenza, fu riconosciuto dalle camicie nere che avevano “conquistato” i locali operai. Senza nemmeno che avesse tentato la fuga fu afferrato, ferocemente bastonato e condotto a forza in una stanza adibita a prigione. Sebbene non fosse ancora morto, il suo destino era segnato: attorno a mezzanotte fu di nuovo scaraventato in strada tra pugni e percosse, legato per una caviglia ad un furgone e trascinato sull’asfalto fino al monumento a Vittorio Emanuele. Su quello che, “auspicabilmente”, era ormai un cadavere ridotto ad una poltiglia di carne e sangue oramai irriconoscibile le camicie nere continuarono ad inferire arrivando, secondo alcune testimonianze, a cavargli gli occhi e strappargli i testicoli.

Negli stessi minuti l’operaio Erminio Andreoni, attivamente ricercato per l’intero pomeriggio, fu prelevato dalla sua abitazione sita in Via Alasso 25, portato nelle vicine campagne e qui freddato con dei colpi di arma da fuoco. Analoga sorte toccò all’operaio della Fiat Matteo Tarizzo il quale, già addormentato, fu sorpreso da alcuni camerati che sfondarono la porta della sua casa in via Canova 35, lo obbligarono a rivestirsi e lo portarono in un vicino prato ove gli fu fracassato il cranio a bastonate: il suo cadavere fu ricoperto con alcune pagine del giornale comunista “Ordine Nuovo” che era solito leggere.

Non paghi del sangue versato, il giorno successivo gli squadristi uccisero a revolverate l’ex-carabiniere Angelo Quintagliè, il quale si era “permesso” di esprimere rammarico per la morte di Carlo Berruti, e Cesare Pochettino, rapito e fucilato sulla collina di Valsalice nonostante avesse reiteratamente dichiarato di non essere un sovversivo. Il cognato di questi, Cesare Zurletti, di note simpatie fasciste, fu anch’egli prelevato e fucilato nella stessa circostanza: sopravvisse solo perché, gravemente ma non mortalmente ferito, fu creduto deceduto dalle camicie nere. Una successiva inchiesta appurò che i due erano stati denunciati come comunisti da nemici personali.

Infine, il 20 dicembre i giovani operai Evasio Becchio e Ernesto Arnaud, mentre erano in un’osteria in via Nizza, furono prelevati e trasportati con un camion in corso Ferraris. Fatti scendere sul prato che ivi si apriva ed accerchiati da numerosi militi fascisti armati di pistole e moschetti, furono fatti oggetto di svariati colpi: Becchio morì sul colpo mentre Arnaud, anche ferito da una coltellata, si salvò miracolosamente.

Quelle elencate furono solo le violenze che ebbero un esito mortale. In quei drammatici giorni innumerevoli furono gli agguati, i pestaggi e le incursioni delle squadracce che portarono ad un numero ufficiale di 26 feriti certamente da rivedere al rialzo se si considerano quanti, con ogni probabilità, non si rivolsero alle cure mediche pubbliche per evitare ulteriori rischi. Anche dopo la fine della guerra nessuno fu riconosciuto colpevole per la strage e lo stesso Brandimarte fu assolto per insufficienza di prove dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna dopo essere stato condannato in primo grado a 26 anni e tre mesi di reclusione. Ciò nonostante all’indomani dell’accaduto il “console” di Torino avesse dichiarato: “I nostri morti non si piangono, si vendicano. (…) Noi possediamo l’elenco di oltre 3000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta. (…) (I cadaveri mancanti) saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino”[ii]. Mussolini, dal canto suo, telefonando al Prefetto di Torino, così si era espresso: “Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzato di più; come capo del governo debbo ordinare il rilascio dei comunisti arrestati!”[iii].

Tali fatti e tali parole più di ogni giudizio postumo dovrebbero indurre una attenta riflessione: in un contesto storico sempre più strumentalmente volto alla affermazione di una “memoria condivisa” che dietro una pretesa volontà pacificatrice tende allo sdoganamento del fascismo, questi ben ci ricordano cosa fu il ventennio e contro cosa combatté e vinse la Resistenza.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Francesco Répaci, La strage di Torino, Torino, Edizioni Avanti!, 1924

Renzo De Felice, I fatti di Torino del dicembre 1922, in «Studi Storici», 4, 1963

Walter Tobagi, Gli anni del manganello, Fratelli Fabbri Editore, Milano 1973

Giancarlo Carcano, Strage a Torino. Una storia italiana dal 1922 al 1971,  La Pietra, Milano 1973.

Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, Milano 2009.

[i]Espatriato in URSS grazie al supporto del partito, Prato morirà nel 1943 in un Gulag staliniano.

[ii]   Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, 2009.

[iii]Walter Tobagi, Gli anni del manganello, Fratelli Fabbri Editore, Milano 1973, p.20

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