Manhunter // Michael Mann

Siamo ormai a pochi passi dal Natale… periodo in cui stranamente tornano a galla come corpi morti i buoni propositi e i sentimenti più edulcorati. Forse è proprio per questo motivo che ho scelto di regalarmi la visione di un film che spalanca le porte verso un nuovo modo di interpretare il thriller, dove bene e male non sono più netti e divisi in modo chirurgico ma complementari.

Anthony Hopkins ci ha regalato un Hannibal Lecter magistrale, glaciale e dotato di un intelletto fuori dalla norma. Un mostro elegante, acculturato e spaventoso. Forse però non tutti sanno che prima dell’avvento del cult Il silenzio degli innocenti, tratto dai bellissimi romanzi di Thomas Harris, il mostruoso psicopatico cannibale è apparso in un’altra pellicola. É il 1986 quando Michael Mann plasma Manhunter – Frammenti di un omicidio. All’epoca il film fu un mezzo flop, oggi fortunatamente è considerato come una rivoluzione del genere poliziesco. Il racconto infatti è lucido, scarno e tagliente come un’autopsia e ci mostra per la prima volta in maniera dettagliata il lavoro della polizia scientifica e delle attività svolte dai profiling.

Will Graham (William Petersen) è un ex detective. Ex perché la cattura di Hannibal Lecktor (qui il nome è stato volutamente modificato) lo ha provato sia fisicamente che psicologicamente. Graham possiede una dote speciale, è infatti in grado di pensare come gli assassini che cerca di fermare. La sua capacità di affacciarsi sui bui abissi delle menti più perverse lo rende vulnerabile, ma anche perfetto per dar loro la caccia. Anche se estremamente provato, Graham non può scindere se stesso dal proprio lavoro, e scende nuovamente in campo per mettere fine agli atroci delitti di Francis Dollarhyde (interpretato da un inquietante Tom Noonan), ribattezzato la Fatina dei denti.

In Manhunter,  Lecter è una figura sporadica, ma ugualmente incisiva per far comprendere allo spettatore quanto sia labile il confine tra bene e male. Quello di Mann è un Lecter completamente diverso, quasi sciatto e disinteressato al mondo esterno. Una figura incastrata in una cella asettica, priva di fronzoli e in attesa che il mondo intero vada a fuoco.

Perché recuperare questo film?

Ovviamente perché nonostante sia datato resta inalterata la sua bellezza estetica grazie al complesso lavoro del direttore della fotografia Dante Spinotti. Luci al neon, colori monocromatici che alternano sbalzi termici visivi. Mann poi non si perde in virtuosismi inutili, ma ci regala una visione volutamente minimale ma proprio per questo motivo superbamente efficace.

Buona Visione

Serena Aronica

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