I gennaio 1959: la vittoria della rivoluzione castrista

Il primo gennaio del 1959 il dittatore Fulgencio Batista abbandonò L’Avana decretando così, di fatto, la vittoria del movimento 26 luglio guidato da Fidel Castro. L’inizio della guerriglia rivoluzionaria era da far risalire, per l’appunto, al 26 luglio del 1953 quando, a seguito del colpo di stato condotto dallo stesso Batista, Fidel guidò un gruppo di rivoltosi all’assalto della Caserma Moncada con l’obiettivo di impossessarsi del suo arsenale ed avviare così la lotta armata contro il nuovo regime. L’attacco, tuttavia, si risolse in una sonora sconfitta per i ribelli, molti dei quali perirono o furono arrestati; fra questi ultimi ci furono anche Raul e Fidel Castro il quale, durante il processo che lo portò alla condanna di 15 anni di reclusione, pronunciò il famoso discorso ricordato per la celebre frase: “La storia mi assolverà”.

Liberato dopo due anni a seguito di un’amnistia il futuro lider maximo, dato il clima di grande violenza che permeava la vita politica di Cuba, decise di ritirarsi in un esilio volontario prima in Messico e, quindi, negli Usa senza, tuttavia, abbandonare la prospettiva di rovesciare la dittatura nella sua isola originaria. Nella prima parte del suo viaggio, a Città del Messico, incontrò una persona che sarebbe divenuta leggendaria, un giovane medico argentino, idealista e rivoluzionario comunista che aderì con entusiasmo alla causa castrista: il suo nome era Ernesto Guevara de la Serna, destinato ad essere consegnato ai libri di storia come “El Che”. Radunati attorno a sé alcune decine di volontari ed ottenuti finanziamenti per il suo movimento, Fidel riuscì ad armare una nave, il “Granma”, che, a seguito di una navigazione tutt’altro che semplice, riportò lui e 82 suoi sodali sull’isola caraibica il 2 dicembre 1956. Più che uno sbarco si trattò di un vero e proprio naufragio presso la Playa Colorada reso ancor più difficoltoso dall’immediata caccia cui si diedero le forze del regime di Batista: la sera di tre giorni dopo i ribelli furono intercettati in una radura ad Alegria del Pio ed attaccati a colpi di mitragliatrice. Ventidue furono uccisi e molti furono arrestati; il gruppo di superstiti sfuggiti alla cattura, fra cui erano i fratelli Castro, Guevara – rimasto leggermente ferito -, Camilo Cienfuegos, Juan Almeida e Ramiro Valdes, riuscirono a riunirsi in una tenuta presso Plurial de Vicana e, di qui, si ritirarono verso la Sierra Maestra.

Cominciavano così, lunghi anni, di guerriglia i cui principali strumenti ed obiettivi, prima ancora che colpire il regime, furono ingrossare le fila del movimento, trovare fiancheggiatori fra le popolazioni contadine della Sierra e, quindi, munirsi di un armamento efficace. La tattica adottata di creare e consolidare “zone libere” sottratte al potere del Governo centrale si rivelò ben presto utile: nel volgere di pochi mesi, infatti, i barbudos posero sotto il loro controllo vaste zone montane soprattutto della provincia orientale. Il tutto avveniva anche grazie alla colpevole sottovalutazione di Batista che, in un contesto di forte instabilità politica nell’ambito della quale quella del Movimento 26 luglio era solo una delle minacce esistenti, concentrò la sua attenzione soprattutto su quanto andava avvenendo nei territori cittadini e, in particolare, a L’Avana. Ciò permise, dunque, a Castro e le sue “colonne” di proseguire relativamente indisturbati nella loro opera di rafforzamento delle forze guerrigliere ed ampliamento del proprio potere. In tal senso importanza centrale ebbe la fondazione il 24 febbraio del 1958, da un’idea di Guevara, di una radio, Radio Rebelde, con l’intento di creare uno strumento che si affermasse come la voce del Movimento e diffondesse in maniera autonoma aggiornamenti e informazioni sull’andamento della guerriglia.

Fu solo allora che, nella primavera di quell’anno, Batista si decise ad attaccare i castristi e la guerriglia che andava rafforzandosi sulle montagne. L’operazione Verano fu lanciata il 24 maggio 1958 con massicci bombardamenti aerei sugli avamposti dei ribelli e l’impiego di circa 10000 uomini. Dopo alcuni iniziali successi, tuttavia, l’attacco entrò in una fase di stallo a causa della disorganizzazione delle truppe di terra, della geografia impervia della Sierra – assai più adatta alla guerriglia che alle azioni di un esercito regolare – e, non da ultimo, del divieto imposto dagli USA di proseguire con interventi aerei; tale intervento fu favorito da alcune abili mosse politiche di Castro il quale non solo riuscì ad occultare le simpatie socialiste di alcuni settori del suo esercito ma anche a farsi garante dei cittadini statunitensi presenti a Cuba prima rapiti, apparentemente a sua insaputa, dalle sue stesse forze e, quindi, liberati dietro suo espresso ordine. Tutto ciò causò la diffusione di un forte scoramento nei soldati di Batista i quali, complice anche il buon trattamento riservato loro dai guerriglieri quando venivano catturati, presero a disertare in numero sempre più significativo.

Il sostanziale fallimento dell’operazione Verano, dunque, permise ai guerriglieri di passare al contrattacco: finalmente i barbudos avrebbero abbandonato le montagne puntando alle pianure ed alle città. L’esercitò fu diviso in due grandi gruppi: uno si sarebbe diretto verso le vallate della provincia d’Oriente organizzando tre fronti sotto il comando di Fidel Castro, Raul Castro e Juan Almeida; l’altro, posto sotto la guida del Comandante “Che” Guevara e di Camilo Cienfuegos, avrebbe fatto rotta su L’Avana. Mentre le forze guerrigliere dilagavano ad Oriente, negli USA il moltiplicarsi delle informazioni relative all’indottrinamento comunista di Raul Castro e la diffusione di ideali marxisti nel Movimento 26 luglio allarmarono l’amministrazione Eisenhower tanto che alla Casa Bianca si prese in considerazione la possibilità di organizzare un colpo di stato prima della vittoria dei castristi. Tale ipotesi, tuttavia, fu scartata dato l’evidente successo avuto dai guerriglieri e si optò per organizzare un incontro fra lo stesso Fidel e il filoamericano generale delle forze del regime Cantillo il quale avrebbe proposto un’alleanza suggellata dalla consegna dello stesso dittatore alla giustizia rivoluzionaria per garantire la tutela degli interessi statunitensi nel nuovo governo. Castro, forte dei suoi successi, tuttavia, rifiutò l’offerta.

Nel frattempo le forze guidate da Guevara e dal suo principale ufficiale Ramiro Valdes, dopo aver attaccato con successo la caserma di Formento, puntarono con decisione alla strategica cittadina di Santa Clara ove si stimava fossero presenti circa 3200 soldati nemici. L’evidente inferiorità numerica dei guerriglieri il cui numero non superava le 400 unità convinse “El Che” a provare il tutto per tutto prima facendo attaccare da un plotone guidato dal guerrigliero soprannominato el Vaquerito un treno che portava armi e rinforzi ai nemici e, quindi, alle 5 del mattino del 29 dicembre dando l’assalto alla città. Mentre a Santa Clara infuriavano i combattimenti e a Yaguajay Camilo Cienfuegos espugnava la fortezza ivi collocata, a L’Avana Cantillo convinse Batista a darsi alla fuga: il 1 gennaio 1959 l’ormai ex dittatore lasciava Cuba volando alla volta di Santo Domingo e lasciando il potere nelle mani di Cantillo stesso. Era, di fatto, la vittoria della rivoluzione: in tutta l’isola e, in particolare, nella cittadina di Santa Clara, infatti, la notizia della fuga di Batista spinse le forze governative ad arrendersi e, mentre uno sciopero generale proclamato da un Fidel Castro adirato per la fuga del caudillo bloccava il Paese, i guerriglieri avevano ragione anche delle ultime sacche di resistenza. Guevara e Cienfuegos si diressero ed occuparono la Capitale in cui, sette giorni dopo, l’8 gennaio 1959 avrebbe fatto il suo ingresso trionfale in tenuta militare verde oliva e con una folta e lunga barba lo stesso lider maximo.

Il successo del movimento castrista e la leggendaria figura del Comandante Ernesto “Che” Guevara segnarono profondamente l’immaginario collettivo dei movimenti terzomondisti e rivoluzionari che infiammarono molte parti del mondo nel decennio successivo ed oltre. Oggi, a distanza di tanto tempo, quell’esperienza, pur con tutte le sue contraddizioni e letta, senza dubbio, con accezione fin troppo “romantica”, continua tuttavia a raccontarci della lotta vittoriosa degli oppressi contro gli oppressori e a mantenere viva, in chi voglia continuare a credervi, la speranza di un mondo più giusto ed equo.

Andrea Fermi

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