8 gennaio 1980: le BR uccidono gli agenti Rocco Santoro, Michele Tatulli e Antonio Cestari

All’inizio del 1980 la grande stagione di aspra conflittualità sociale e politica che in Italia è stata più o meno propriamente definita come il “lungo ’68” era ormai terminata: il movimento del ’77, con tutta la sua dirompente carica di estremismo ma anche di creatività e ironia, aveva di fatto visto concludersi quell’esperienza di militanza di massa che aveva portato centinaia di migliaia di studenti e lavoratori a partecipare, in vario modo, alle lotte moltiplicatesi in tutto lo Stivale. Iniziava  il decennio del riflusso nel personale, dell’abbandono dell’attivismo politico che, vedendolo con gli occhi di oggi, avrebbe condotto a quella società sedicentemente post-ideologica affermatasi a seguito del crollo dell’URSS. Ma con il  1978 si entrava, anche, in anni controversi e violenti, in cui alcune delle forze che avevano convintamente aderito alle prospettive rivoluzionarie professate da molti gruppi politici fin dalla fine degli anni ’60 decisero di non arrendersi ad una sconfitta sempre più evidente nei fatti volgendo il proprio interesse a quella strada ultra-avanguardistica e, per molti versi, tragicamente autoreferenziale della lotta armata: con l’omicidio Moro e il conseguente moltiplicarsi dei gruppi armatisti iniziavano i così detti “anni di piombo”, termine con cui oggi si sente spesso erroneamente definire tutto il periodo post-’68 ma che, invece, indica delle vicende particolari che interessarono il nostro paese fra la fine degli anni ’70 e la metà degli ’80.

In quella spirale di violenza che interessò tutte le parti “combattenti” e che è stata così succintamente introdotta si inserisce, dunque, l’episodio che qui ci apprestiamo a ricordare. A Milano il più noto gruppo dell’armatismo di sinistra, le Brigate Rosse, era nato ed aveva proliferato nell’humus del tessuto operaio cittadino. La colonna locale, intitolata a Walter Alasia, un brigatista rimasto mortalmente ferito durante una sparatoria seguita al suo tentativo di arresto e in cui lo stesso Alasia aveva ucciso due agenti di Polizia, si era distinta per un virulento attivismo che l’aveva portata a rendersi protagonista di numerosi fatti di sangue. Divergenze politiche sulla rilevanza da dare alla lotta allo Stato o a parole d’ordine di stampo operaista avrebbero condotto alla sua espulsione dall’organizzazione proprio nel 1980 senza, peraltro, che ciò le impedisse di condurre in proprio ulteriori attentati.

L’8 gennaio di quell’anno, dunque, un commando della colonna entrò in azione: motivazione politica dell’attacco era quella di lanciare un messaggio al Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, già distintosi per i successi ottenuti contro i gruppi eversivi d’estrema sinistra – pur se con metodi da più parti criticati – e da poco posto a capo della Divisione Pastrengo di Milano. Obiettivo: colpire alcuni agenti della Digos impegnati nel servizio di controllo di scuole e fabbriche. Sul mezzo in forza alla Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali della Questura, una Fiat Ritmo, che percorreva via Schievano erano i tre membri della PS Rocco Santoro, Michele Tatulli e Antonio Cestari di rientro alla caserma di Porta Ticinese dopo il quotidiano pattugliamento. Confondendosi nel traffico mattutino quattro brigatisti a bordo di una Fiat 128 – secondo l’accusa giudiziaria Nicolò De Maria, alla guida, Barbara Balzerani, Mario Moretti e Nicola Gianicola – seguirono l’auto civetta e, agganciatala nei pressi del sottopassaggio di Viale Cassala, aprirono il fuoco contro il mezzo con dei mitra. Per gli agenti, raggiunti alle spalle dai colpi di arma da fuoco, non ci fu scampo: tutti i tre morirono sul colpo. Oggi una lapide commemorativa ricorda l’avvenimento.

Questo, come molti altri tragici episodi, ci raccontano di una stagione su cui ancora deve essere fatta abbondantemente luce in termini storiografici e di coscienza collettiva. L’interesse scientifico, solo di recente affermatosi, sta lentamente ma inesorabilmente riconducendo quegli anni all’oggetto di uno studio che troppo spesso è stato aprioristicamente rifiutato sulla base di una banalizzazione strumentalizzante: ciò, se ha avuto evidenti e per certi versi comprensibili finalità politiche, ha a lungo impedito la piena comprensione di un fenomeno assai rilevante del nostro recente passato e su cui le future generazioni saranno chiamate a riflettere ed indagare.

Andrea Fermi

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