22 gennaio 1905: la “domenica di sangue” e l’inizio della prima rivoluzione russa

Il 22 gennaio 1905 a San Pietroburgo una folla di oltre 100000 lavoratori scende in strada per rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita. Sebbene il malcontento sia molto diffuso ed uno sciopero immobilizzi la città già da alcuni giorni, non è una dimostrazione antizarista tanto che molti manifestanti portano con sé ritratti di Nicola II e intonano canti religiosi. A guidarli, d’altra parte, oltre ad alcuni esponenti socialrivoluzionari, menscevichi e bolscevichi, è il pope Gapon, promotore del corteo in quanto sincero sostenitore della causa operaia ma tutt’altro che un estremista.

Secondo le sue intenzioni condivise nei giorni precedenti nell’assemblea dei lavoratori in sciopero, la manifestazione sarebbe dovuta essere del tutto pacifica e si sarebbe dovuta configurare come una processione per recare al Palazzo d’Inverno una petizione in cui si richiedevano una serie di misure certo fortemente progressiste ma non immediatamente rivoluzionarie: convocazione di un’assemblea costituente eletta a suffragio universale; affermazione della libertà e inviolabilità della persona, di parola, di stampa, di associazione e di coscienza; separazione tra Stato e Chiesa; istruzione generale, obbligatoria e gratuita; responsabilità dei ministri verso la nazione e garanzie di legalità dei metodi amministrativi; eguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge; liberazione dei detenuti politici; abolizione dell’imposta indiretta e sua sostituzione con un’imposta diretta e progressiva sul reddito; abrogazione dell’imposta di riscatto delle terre; crediti a basso interesse e trasferimento graduale della terra al popolo; protezione legislativa del lavoro; libertà dei sindacati operai; giornata lavorativa di otto ore e limitazione dello straordinario; libertà di “lotta tra lavoro e capitale”; assicurazione sociale a favore degli operai; salario “normale”.

Queste premesse non inducono Nicola II ad accettare l’incontro richiesto dai lavoratori e, tanto meno, i suoi ministri ad assumere un approccio tollerante: è dichiarato lo stato d’assedio, reggimenti ausiliari vengono fatti convergere da Pskov e la città, divisa in otto distretti come fosse un campo di battaglia, è del tutto militarizzata. Ciò non piega la volontà dei dimostranti che, come detto, domenica 22 gennaio 1905 scendono comunque in strada e, partendo da vari punti di San Pietroburgo, fanno rotta verso il palazzo d’Inverno. Ad accoglierli, tuttavia, trovano solo il piombo e l’acciaio delle armi zariste: le prime scariche e i primi morti si registrano sulla prospettiva Nevskij verso le 10 del mattino e sono ben presto seguiti dalle cariche a cavallo dei cosacchi nei pressi della Porta di Narva e degli Ulani in piazza della Trinità. A decine si contano i caduti  ma la folla continua ad aumentare soprattutto attorno al palazzo d’Inverno ove circa duemila soldati sbarrano la strada ai dimostranti.

Le notizie delle sparatorie cominciano a diffondersi, in molti attendono invano l’arrivo di Gapon rimasto coinvolto negli scontri alla Porta di Narva e costretto alla fuga. Verso le 14  generale Vasil’čikov ordina ai reggimenti posti a difesa della reggia di prepararsi ad aprire il fuoco poiché la folla non intende disperdersi: squillano le trombe, sparano i fucili. Una dozzina di dimostranti cadono falciati dalla prima raffica, cui ne segue immediatamente una seconda che causa nuovi caduti. Le armi vengono quindi rivolte contro alcuni ragazzi arrampicatisi sugli alberi del giardino Aleksandrovskij. La folla sbanda, arretra e imbocca una disperata fuga nella prospettiva Nevskij ove viene, tuttavia, accolta da altre quattro scariche di fucileria. Compaiono delle bandiere rosse, si formano alcune barricate ma gli operai, disarmati, non possono difenderle e presto sono costretti ad abbandonare quei piccoli ostacoli alle cariche omicide dei soldati.

Le stime ufficiali di parte zarista parleranno di un totale di centotrenta morti e duecentonovantanove feriti ma le ricostruzioni successive, per quanto non definitive, giungeranno a sostenere che nelle fosse comuni appositamente scavate nei cimiteri Preobraženskij e Uspenskij  furono sepolti la sera del 22 gennaio 1905 diverse centinaia di corpi.

Seguiranno giorni di imponenti dimostrazioni in molti centri dell’impero e solo una violenta e sanguinosa repressione avrà ragione della protesta. Ciò, tuttavia, solo per il momento: quelle stesse ragioni che avevano spinto decina di migliaia di lavoratori di San Pietroburgo a incrociare le braccia e scendere in strada per rivendicare maggiori diritti e potere politico riemergeranno prepotenti 12 anni più tardi nel febbraio e, soprattutto, nell’ottobre del 1917 con l’affermarsi della rivoluzione bolscevica.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Jean-Jacques Marie, Le Dimanche rouge,  Larousse, Paris 2008

Vladimir I. Nevskij, Storia del Partito bolscevico. Dalle origini al 1917, Pantarei, Milano 2008

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