Manchester by the Sea // Kenneth Lonergan

Spesso ci concediamo la visione di un film serale per staccare la spina, distrarci e perché no anestetizzare la nostra vita. E poi ci sono quei film che ti schiaffeggiano, senza preavviso e ti fanno ricordare di colpo l’importanza del cinema. Non solo mero intrattenimento, ma momento anche per riflessioni profonde. Questo mi è accaduto qualche sera fa, quando vinta la mia antipatia per Casey Affleck ho deciso di guadare Manchester by the Sea… e sono letteralmente crollata sotto il peso meraviglioso di questa pellicola.

Nessuna spettacolarizzazione del dolore nel film di Kenneth Lonergan, ma l’amara e cruda verità. Lee Chandler è un tuttofare che si divide tra quattro condomini, scontroso e al limite del mutismo. Una macchina per riparare tubi e perdite e un rissoso avventore serale di pub. Una telefonata improvvisa incrina però la sua quotidianità, che si trascina tra neve da spalare e solitudine. Suo fratello è morto. Lee deve quindi lasciare la sua gelida vita e partire per Manchester in Massachusetts. Ad attenderlo il nipote adolescente e una cittadina che lo ha masticato, giudicato e ripudiato.

Attraverso flashback mai invasivi, ma sempre perfetti, come un pensiero che improvvisamente folgora la mente di Lee, scopriamo i retroscena della sua vita. Un’esistenza che ha conosciuto da vicino l’amore, il calore della famiglia e il dolore più devastante. Lee non è un sopravissuto, ma un cuore spezzato che si trascina attraverso il tempo. Lonergan fa un grandissimo lavoro anche di sceneggiatura, raccontandoci attraverso Lee quando troppo spesso il dolore sia impossibile da combattere o accantonare.

Manchester by the Sea è avvolto in una fotografia disperata, ricoperta di neve e spazzata da un vento perennemente gelido. Accompagnato dalle struggenti note di una colonna sonora firmata da Lesley Barber e con incursioni con brani tratti da un repertorio dal sapore classico, il film trascina lo spettatore a vivere in prima persona tutte le emozioni che colpiscono e affannano Lee.

Anche se Lee è il perno dolente su cui tutto il film ruota, tutti i personaggi che lo circondano hanno uno spessore iperrealistico. Tutti sembrano portare il peso di un dolore (più o meno pesante) sulle spalle, regalando prove recitative splendide e umane. Su tutti svetta un immenso Casey Affleck (la sua interpretazione gli è valsa l’Oscar). La mia poca stima nei suoi confronti, come attore s’intende, qui si sbriciola miseramente. Affleck non si limita infatti a recitare, ma sembra sprofondare nel buio che affoga il cuore di Lee.

Manchester by the Sea mi ha commossa profondamente, mi ha fatta sorridere (si c’è spazio anche per questo nella vita seppur dolorosa!) e mi ha lasciato qualcosa dentro. Forse l’amara conferma che il dolore a volte vince, che la vita si prende più del dovuto e che lottare per riconquistare un posto felice nel mondo non è possibile. Eppure anche se sopra la nostra testa il cielo è cupo e oscurato da pesanti nuvole, un timido raggio di sole può sempre ferire la sua ostinata compattezza e colpirci. Quel piccolo attimo di calore può accendere nuovamente la nostra speranza e forse salvarci.

Buona Visione

Serena Aronica

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