Zingaretti: “Inciuci col M5S? Chi mi accusa impari a sconfiggerli come ho fatto io”

Inizia la corsa per le primarie Pd, anche se i leader storici del partito praticamente non ci sono alla convenzione chiamata a ratificare i risultati della prima fase del congresso. Alla kermesse che lancia la sfida a tre per i gazebo del 3 marzo non si presentano parecchi dei protagonisti della storia: Matteo Renzi resta alla larga da Roma, Paolo Gentiloni è negli Stati uniti, Andrea Orlando ha iniziative altrove, Maria Elena Boschi non si presenta. Per non parlare dei “padri nobili”: Walter Veltroni è assente, Enrico Letta da tempo si tiene lontano dal Pd, per non parlare di Romano Prodi.

In sala siedono i tre candidati che si sfideranno alle primarie – Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti – insieme a Dario Franceschini, Ettore Rosato e Piero Fassino. Al tavolo della presidenza c’è Matteo Orfini, che guida i lavori. Si presenta invece, a sorpresa, Carlo Calenda, arrabbiato perché gli europarlamentari Pd stanno scrivendo un manifesto che sembra uno stop alla sua proposta di lista unitaria. Anche stavolta, il Pd ospita Frans Timmemarns, il candidato del Pse alla guida della commissione che, dopo gli interventi di Graziano Delrio e Patrizia Toia, per tre quarti d’ora viene intervistato sul palco della convenzione.

I numeri della prima fase del congresso
La parte burocratica della mattinata viene sbrigata subito. La convenzione ufficializza i numeri della prima fase del congresso, quella riservata agli iscritti che decide chi si sfiderà alle primarie. Hanno votato circa 190mila tesserati, più o meno metà del totale, meno dei circa 260mila del 2017: primo è Zingaretti, col 47,38% (88.918 voti), segue Martina con il 36,1% (67.749), terzo Giachetti con l’11,13% (20.887). Sono rimasti sotto al 5% gli altri candidati, cioè Francesco Boccia (4,02%), che alle primarie sarà con Zingaretti, Maria Saladino (0,7%), che ora sosterrà Martina, e Dario Corallo (0,67%).

I tre che si sfideranno alle primarie parlano uno dopo l’altro, in pieno clima da stadio. Ognuno ha la propria quota di “tifosi” in sala e gli interventi sono continuamente interrotti da applausi e vere e proprie ovazioni.

Giachetti all’attacco di Leu
L’orgoglio renziano è difeso da Giachetti: il congresso non può diventare un processo a Renzi e in nessun caso si può pensare di riportare nel partito chi ha fatto la scissione. Se qualcuno – e Giachetti pensa a Zingaretti – pensa di «far rientrare quelli che ci hanno distrutto per cinque anni», sappia che dovrà farlo «senza di noi! Abbiamo perso perché il racconto delle cose che abbiamo fatto noi era peggio di quello che facevano i nostri avversari. I comitati per il no al referendum non li hanno fatti Salvini e Grillo, ma Massimo D’Alema che brindava con Speranza mentre i nostri piangevano per la sconfitta al referendum». Giachetti poi apre a Calenda, spiega di avere aderito al manifesto dell’ex ministro e anche al documento degli europarlamentari perché «i due testi non sono agli antipodi».

Martina: “Mozione di sfiducia contro Salvini”
Martina chiede unità, «i miei avversari non sono qui dentro, sono al governo». Il segretario uscente propone una «mozione di sfiducia» individuale contro Matteo Salvini «che ha violato la legge» sulla vicenda Diciotti, la nave della guardia costiera che ad agosto venne bloccata da Salvini in porto per non far sbarcare i migranti che aveva salvato. Martina non lascia al solo Giachetti la difesa dei governi Pd, anche lui rivendica «l’orgoglio per quello che abbiamo fatto in questi anni». Scattano gli applausi, qualcuno invoca «Matteo, Matteo». Quindi, la proposta di una «segreteria unitaria, se toccherà a me (guidare il partito, ndr). Ve lo dico perché io ho bisogno del lavoro di tutti». Stop invece a Laura Boldrini, che pur essendo iscritta al gruppo di Leu in Parlamento ha ipotizzato di votare alle primarie Pd: «Alle primarie vengano tutti gli elettori del Pd, ma le primarie non sono un autobus per qualcun altro, bisogna dirlo». Porte aperte invece per Calenda: «Serve una lista aperta alle forze che vogliono dare battaglia per una nuova Europa. Sono d’accordo con la proposta che ha fatto Calenda».

Zingaretti: “Nessun accordo con i Cinque Stelle”
Chiude Zingaretti, più votato dagli iscritti. Il presidente del Lazio respinge arrabbiato le accuse di cercare un accordo con M5s, sa che gli avversari gli attribuiscono la volontà di far rientrare gli ex Pd scissionisti e di cercare intese con i 5 stelle: «Mi sono stancato di dire – e lo trovo persino umiliante – che non intendo cercare nessun accordo con i 5 stelle. Chi mi accusa impari a sconfiggerli come ho fatto io». Ma se non c’è spazio per accordi con M5s, non si può chiudere la porta agli elettori che hanno votato 5 stelle e che magari prima votavano Pd: «Tantissimi erano nostri elettori e noi non possiamo non porci il problema di riconquistarli. Basta con la caricature tra di noi». Anche Zingaretti, poi, definisce il manifesto di Calenda un «contributo straordinario», che «non è in contraddizione» col documento degli europarlamentari Pd. Soprattutto, conclude, «Basta con un partito fondato sugli antirenziani, gli antifranceschiniani, gli antiboschiani… L’Italia si aspetta che tornino i democratici».

La giornata la chiude proprio Calenda, che in teoria non era nemmeno atteso alla convenzione. Parla in maglione e jeans e precisa: «Non penso che il Pd vada cancellato e io non fondo un altro partito. Sto qui e resto qui». Ringrazia i tre candidati per avere accolto il suo manifesto e rilancia: «Magari riusciamo a portare un po’ più di gente alle primarie se chiediamo anche di sottoscrivere il mio manifesto, che è patrimonio di tutti».

fonte: LASTAMPA.it

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