5 febbraio 1994: la prima strage di Markale

A partire dai primi anni ’90 nei territori dell’ormai ex-Jugoslavia si scatenò, come è noto, una feroce e sanguinosa guerra fra i vari gruppi etnici fino ad allora conviventi sotto la bandiera del regime comunista del Maresciallo Tito. Le pagine orribili di quella guerra – come di tutte le guerre quale che sia il nome con cui vengono appellate, d’altra parte – furono molteplici e già è capitato di discuterne nelle pagine di questa rubrica ricordando il massacro di Srebrenica. Se si dovesse cercare una costante nelle efferatezze compiute da tutte le fazioni belligeranti questa sarebbe certamente legata al fatto che, a pagare il più caro prezzo di quella follia, furono soprattutto i civili:  l’avvenimento di cui oggi cade il 25° anniversario ben ce lo testimonia.

Il 5 febbraio 1994 Sarajevo era ormai da quasi due anni sotto l’assedio delle forze serbo-bosniache che, a fronte dei falliti tentativi di conquistare la città con manovre offensive, si erano appostate sulle montagne circostanti predisponendo il blocco totale delle via di accesso. La sopravvivenza nel centro urbano privato anche dei servizi di acqua, luce e gas divenne sempre più ardua e, in breve, si rese dipendente in modo pressoché esclusivo dal ponte aereo predisposto dall’Onu per rifornire la popolazione di beni di prima necessità e medicine. D’altra parte anche soltanto uscire dalla propria abitazione per procurarsi cibo comportava un concreto rischio per la vita: la minaccia, per militari e non, dei cecchini serbi presenti in numero significativo all’interno della città, infatti, divenne ben presto tristemente nota e si venne ad aggiungere ai continui cannoneggiamenti da cui, in buona parte, era dipeso il significativo aumento di vittime. Basti pensare che, secondo i rapporti ufficiali, durante i circa quattro anni di assedio vi furono in media 329 esplosioni al giorno con un massimo di 3777 bombe sganciate su Sarajevo il 22 luglio 1993.

La più sanguinosa delle stragi dovute a detti bombardamenti avvenne, dunque, proprio quel 5 febbraio. Erano circa le 12.10 quando una granata lanciata da un mortaio di 120 mm esplose nel centrale mercato cittadino – “markale” in bosniaco –, affollato di uomini e donne intenti ad acquistare viveri e beni di prima necessità. Morirono in 68 persone mentre 144 rimasero ferite. Le prime ricostruzioni attribuirono ai bosniaci l’eccidio ma successive indagini misero in dubbio la ricostruzione inizialmente proposta dall’UNPROFOR (forza di protezione dell’ONU) arrivando alla conclusione che i calcoli balistici non permettessero di individuare con certezza i colpevoli. Nel 2003, tuttavia, durante il processo contro Stanislav Galic, il generale serbo a capo delle forze assedianti, la Corte attribuì a queste ultime la responsabilità dell’accaduto e condannò l’imputato all’ergastolo per crimini contro l’umanità.

Al di là degli esiti giudiziari, ad ogni modo, il massacro di Markale ebbe una notevole importanza per gli esiti della guerra: la strage, infatti, motivò un forte sdegno in gran parte dell’opinione pubblica occidentale ed indusse l’ONU a richiedere ufficialmente l’allontanamento delle armi pesanti dai monti attorno al centro urbano, pena l’intervento dei propri mezzi aerei contro le postazioni serbe. Ciò non pose fine all’assedio né alla violenze – basti pensare che lo stesso mercato fu scenario di un secondo eccidio il 28 agosto 1995 in conseguenza del quale ebbero inizio i minacciati raids aerei delle Nazioni Unite – ma valse a ridurre la stretta attorno alla città e a riaccendere una piccola ma significativa speranza di sopravvivenza per gli abitanti di Sarajevo.

Andrea Fermi

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