19 febbraio 1945: lo sbarco americano e l’inizio della battaglia di Iwo Jima

Fra le molte battaglie che costellarono lo svolgimento della seconda guerra mondiale in estremo oriente quella che si svolse sull’isola di Iwo Jima fu, certamente, fra le più violente e sanguinose. L’importanza strategica della piccola isola vulcanica sita a 650 miglia dalle coste giapponesi era centrale per i piani di attacco statunitensi: i nuovissimi bombardieri ad ampio raggio “B-29 fortress”, infatti, garantivano la possibilità di portare l’inferno della guerra fin dentro il cuore del territorio del “Sol Levante”, rimasto inviolato per oltre 5000 anni, ma la limitata autonomia dei caccia di scorta imponeva di trovare una postazione di decollo più prossima rispetto all’isola di Saipan, da poco occupata dagli americani. Iwo Jima con i suoi due aeroporti militari posti esattamente a metà strada fra Saipan e Tokyo rappresentava da questo punto di vista una soluzione perfetta.

A partire dalla fine del 1944, dunque, le forze americane cominciarono un’intensa attività di bombardamento per preparare condizioni favorevoli all’invasione dell’isola il cui contingente di difesa, composto da circa 21000 giapponesi agli ordini del generale Tadamichi Kuribayashi, uno dei migliori comandanti dell’esercito imperiale nipponico, si presentava oltremodo agguerrito. Kuribayashi, d’altra parte, oltre ad aver ordinato la difesa ad oltranza della base militare, aveva anche disposto il rafforzamento dei sistemi di difesa e, soprattutto, la costruzione di una rete di cunicoli sotterranei grazie ai quali i soldati giapponesi poterono scampare alla vera e propria tempesta di bombe scatenata dagli statunitensi. Quando, dunque, i primi di febbraio i comandi USA decisero di avviare le operazioni per lo sbarco delle truppe di terra le forze nipponiche erano ancora del tutto integre e pronte a dare battaglia.

Alle 8.59 del 19 febbraio 1945 il primo marine mise piede sulla spiaggia di Iwo Jima. L’artiglieria giapponese taceva e le operazioni di assalto sembravano incontrare una pressoché nulla resistenza; questo, tuttavia, era solo un espediente tattico voluto da Kuribayashi il quale aveva ordinato di aprire il fuoco solo quando un rilevante numero di “invasori” fosse giunto sull’isola. Così fu e quando i cannoni nipponici aprirono il fuoco fra gli americani vi fu una vera e propria carneficina: le bocche di fuoco, protette da scudi metallici che si chiudevano dopo le detonazioni, venivano individuate a fatica dalle truppe statunitensi e, quand’anche le postazioni erano scoperte e “bonificate”, attraverso i tunnel erano presto rioccupate dai difensori. In centinaia morirono o rimasero feriti in un inferno che a lungo vide entrambe le parti incapaci di volgere chiaramente a proprio favore la battaglia. Fu solo con l’arrivo dei reparti corazzati che la situazione sulla spiaggia cominciò a sbloccarsi ed alla fine della prima giornata di combattimenti, l’esercito USA riuscì ad isolare il contingente nipponico collocato sullo strategico monte Suribachi.

Nella notte non si verificarono i temuti attacchi in massa a sorpresa – “Banzai” – da parte dei soldati giapponesi: Kuribayashi, infatti, aveva optato per una conduzione tattica dello scontro improntata ai criteri della guerriglia con attacchi isolati, spesso condotti da militari che conoscevano l’inglese per confondere i nemici. In tali azioni, tuttavia, i nipponici furono ostacolati dalla decisione dei comandi USA di illuminare a giorno l’isola anche durante la notte e, soprattutto, dalla fondamentale presenza dei carri armati Sherman i quali, montando lanciafiamme al posto delle mitragliatrici, si rivelarono estremamente efficaci tanto nella difesa delle proprie linee quanto nell’avanzamento e nella conquista delle postazioni nemiche.

In tali circostanze, dunque, il monte Suribachi venne presto conquistato: era il 23 febbraio del 1945 quando la prima bandiera a stelle e strisce fu issata sulla cime del promontorio da un gruppo di soldati del 28th marines. Giorni dopo tale scena fu ripetuta ed immortalata da Joe Rosenthal in una foto destinata a divenire il simbolo del sacrificio e del coraggio dell’esercito americano. Il nord dell’isola, tuttavia, era ancora saldamente in mano giapponese e proprio lì, nella piana di Motoyama, si trovavano i due aeroporti tanto importanti per i piani di Washington. La presa delle alture che dominavano la vallata fu un nuovo, atroce bagno di sangue per gli assalitori: questa volta, infatti, nemmeno gli Sherman si rivelarono risolutivi, incapaci di sopraffare il fuoco incrociato dell’artiglieria giapponese ben protetta negli anfratti delle rocce laviche. Fu allora che i comandi statunitensi decisero di abbandonare la tattica fino ad allora sempre utilizzata del cannoneggiamento prima di ogni avanzata via terra e lanciarono un attacco a sorpresa : i soldati giapponesi furono colti nel sonno e Hill 362, una collina appena sopra uno degli aeroporti, fu conquistata. La reazione di Kuribayashi fu furibonda: mentre attacchi kamikaze furono disposti contro le forze navali che circondavano l’isola un massiccio assalto “banzai” fu ordinato contro le postazioni appena perdute nella speranza di una pronta rioccupazione. Entrambe le manovre, tuttavia, si rivelarono inefficaci, nel primo caso arrecando danni sostanzialmente limitati alle navi americane e, nel secondo, vedendo la vittoria dei marines nello scontro.

Gli esiti della battaglia erano, di fatto, ormai decisi sebbene duri scontro si protrassero anche nelle settimane a seguire. Il 16 marzo 1945 l’isola fu dichiarata libera da parte dei comandi americani sebbene in una gola nel nord dell’isola Kuribayashi e 600 soldati giapponesi resistettero per altri dieci giorni prima di essere definitivamente annientati. La sorte del generale giapponese è ancora oggi avvolta dal mistero: il suo corpo, infatti, non fu mai ritrovato e non sappiamo se compì  il suicidio rituale – seppuku – o se morì assieme agli altri suoi soldati nell’ultimo assalto dei marines fra il 25 ed il 26 marzo. Quel che è certo è che dei circa 21000 soldati giapponesi di stanza ad Iwo Jima solo un migliaio furono catturati vivi mentre fra i militari americani si contarono fra i 7000 e gli 8000 morti e oltre 20000 feriti.

La vittoria statunitense, dunque, ebbe un’importanza fondamentale ai fini degli esiti del conflitto nel quadrante orientale. In breve stormi di caccia e bombardieri della USAAF presero a decollare dalla piana di Motoyama facendo rotta sul Giappone: nel volgere di pochi mesi l’impero del Sol Levante sarebbe stato costretto alla resa incondizionata.

 

Andrea Fermi

Bibliografia:

Bernard Millot, La Guerra del Pacifico,  Mondadori, Milano 1967.

Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1989.

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