Gli scioperi antifascisti del marzo 1943

Il 5 marzo del 1943 alle dieci del mattino i lavoratori della Fiat Mirafiori scesero in sciopero: aveva così inizio il primo, grande e conclamato episodio di resistenza operaia al regime fascista. Complice l’attiva propaganda clandestina condotta dai partiti comunista, socialista e d’Azione, l’astensione dal lavoro coinvolse nei giorni successivi circa 100000 operai in molte delle fabbriche del triangolo industriale. La protesta assunse in varie circostanze caratteri di aspra radicalità come, ad esempio, al cotonificio Dell’Acqua di Legnano ove il sottosegretario del Ministero delle corporazioni Tullio Cianetti fu cacciato a sassate dopo aver minacciato di ritorsioni le operaie oppure alla Borletti quando le lavoratrici della spoletteria zittirono il gerarca del sindacato fascista milanese Eduardo Malusardi intervenuto con tre camionette di poliziotti per sedare l’agitazione. Circa 50 furono gli scioperanti arrestati, imprigionati e liberati nell’agosto dopo la caduta del regime; alcuni dirigenti antifascisti furono catturati e deportati nei lager nazisti mentre Luigi Tavecchio, uno degli animatori della protesta, morì a causa delle torture dell’OVRA nel carcere di San Vittore; Gina Galeotti Bianchi, partigiana e organizzatrice degli scioperi, sarebbe stata uccisa il giorno della Liberazione dai tedeschi in fuga. La repressione, ad ogni modo, non valse a ridimensionare il sostanziale successo politico-organizzativo del neonato Comitato di Liberazione Nazionale ed il radicale “repulisti” voluto dal Duce in persona fra le più alte cariche del Partito Fascista e della Polizia non poterono impedire l’imminente caduta del regime.

L’evento è ricordato in una brano della band Stormy Six intitolato “La Fabbrica”:

 

Andrea Fermi

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