12 marzo 1977: la manifestazione dei 100000

Il 12 marzo 1977 a Roma una manifestazione promossa da quello che sarebbe stato ricordato come il “movimento del ’77” diviene occasione di scontri violentissimi fra dimostranti e forze dell’ordine. Al lancio di molotov, pietre e lacrimogeni si aggiungono ben presto i colpi di arma da fuoco che, il giorno precedente, avevano causato la morte del militante extraparlamentare Francesco Lorusso raggiunto alla schiena da un proiettile esploso dalle forze dell’ordine. Questa volta, invece, a sparare per primi sono i dimostranti che, inoltre, assalteranno armerie, sedi partitiche, caserme di polizia e carabinieri. A semplice titolo esemplificativo riportiamo la ricostruzione di uno dei tanti episodi accaduti in quel pomeriggio:

La fase più dura degli scontri, comunque, ebbe inizio attorno alle 19.15 dopo che i primi dimostranti – circa 2000 persone – giunsero in una piazza del Popolo irrealmente “vuota, lucida d’acqua, senza una macchina […].”; all’imbocco di via del Corso e via del Babuino, la “polizia, scudi trasparenti, la prima fila [era] in ginocchio, con i fucili puntati” contro i gruppi di giovani posizionatisi innanzi a loro. Dopo qualche minuto di stasi in cui i due schieramenti si fronteggiarono silenziosamente, dal grosso degli studenti si staccarono due gruppi il primo dei quali si diresse verso il Bar Rosati, noto punto di ritrovo neofascista, bersagliandolo con il lancio di diverse molotov mentre il secondo assaltò il comando dei Carabinieri “Legione Lazio” “prima con bottiglie incendiarie e, quindi, a colpi di pistola. […] Le forze dell’ordine dislocate ai margini di piazza del Popolo [diedero] allora inizio ad un fitto lancio di candelotti lacrimogeni e, alle 19,23, la piazza appariva completamente sgombera di manifestanti. Non appena, però, un automezzo blindato della P.S. si [immise] nella piazza per una ricognizione preventiva, esso [fu] accolto da un fuoco di sbarramento di numerosi ‘cecchini’ appostati ancora nella zona, i quali [raggiunsero] l’automezzo con numerosi colpi di fucile e pistola. Protetti dai ‘cecchini’ menzionati”[i], contro i numerosi colpi d’arma da fuoco provenienti anche dallo schieramento delle forze dell’ordine, dunque, gli ultimi dimostranti riuscirono a defluire fuori dalle mura aureliane, riversandosi in parte verso porta Pinciana e in parte verso il lungotevere ove il corteo, impossibilitato ad entrare in una piazza del Popolo resa inagibile dalle sparatorie e dal continuo lancio di gas lacrimogeni, andava frazionandosi definitivamente in una miriade di rivoli.[ii]

La giornata, certamente una delle più drammatiche della storia repubblicana, si conclude con un bilancio di dieci feriti da arma da fuoco fra le forze di polizia, un numero imprecisato – visto che molti non ricorrono per ovvie ragioni alle cure mediche negli ospedali – ma certamente alto di feriti tra i manifestanti, 31 giovani arrestati e più di cento fermati.

 

[i] Archivio del Tribunale di Roma, fasc. 2370/77, b. I, vol. I, processo contro Mastroddi Giuseppe ed altri, rapporto della Questura. “Non si poteva entrare nella piazza a causa dello sparo di colpi di arma da fuoco. Ho disposto un lancio di lacrimogeni e la piazza restò quasi vuota. Con un mezzo blindato io e l’ufficiale ho percorso questa piazza intorno all’obelisco, ma con urgenza ho dovuto rientrare in via del Corso perché oggetto di diversi colpi di arma da fuoco di cui alcuni hanno colpito anche il mezzo. […] Il mezzo blindato è stato attinto da circa 12 colpi di arma da fuoco”: ivi, vol. III, deposizione del dirigente del servizio d’ordine pubblico Marinelli Enrico.

[ii]Andrea Fermi, Manifestazioni e violenza di piazza nel ’77 a Roma, tesi di laurea specialistica, Università “La Sapienza” di Roma, a.a. 2007-2008.

Andrea Fermi

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