Bandiere Ue, slogan e cartelli anti-May. Un milione a Londra contro la Brexit

«Il nostro futuro è nell’Unione europea e vale la pena di combattere». C’era anche «Wonder Woman» alla manifestazione di protesta contro la Brexit, gonnellino blu stellato, scudo e un cartello in mano che era un grido di battaglia. Lo stesso grido che, simbolicamente, si è levato dalla folla, centinaia di migliaia di persone (un milione secondo gli organizzatori, ma non vi sono cifre ufficiali) arrivate a Londra da ogni parte del Paese per chiedere un nuovo voto popolare. Con la Brexit nel caos all’indomani del rinvio concesso da Bruxelles, Theresa May è in piena crisi e le voci di dimissioni si fanno sempre più insistenti. La premier potrebbe rinunciare al terzo voto di ratifica dell’accordo negoziato con la Ue, già bocciato due volte, nel caso in cui a Westminster dovesse mancare il «sostegno sufficiente». Una mossa, annunciata in una lettera ai deputati, che aprirebbe la porta agli scenari più disparati, dall’uscita senza accordo ad un rinvio più lungo.

I manifestanti si sono riuniti in mattinata a Hyde Park, un serpentone blu e oro che nel primo pomeriggio è arrivato di fronte al Parlamento accolto da un pallido sole primaverile. Bandiere della Ue, migliaia di cartelli con lo slogan «Put it to the People» («Fate decidere al popolo»), maschere di Theresa May col naso lungo come Pinocchio. «Quando è troppo è troppo. È arrivato il momento di dare ai cittadini l’ultima parola sulla Brexit», ha detto il sindaco della capitale Sadiq Khan, laburista. (Assente il capo del partito Corbyn, da sempre freddino all’idea di un nuovo referendum). Se la stima degli organizzatori si rivelasse corretta, si tratterebbe della più grande manifestazione anti-governativa dal 2003, quando un milione di persone erano scese in piazza contro Blair e la guerra in Iraq. E una petizione per fermare la Brexit ha raccolto oltre 4 milioni di firme in quattro giorni. (Tanta è stata l’attenzione mediatica e sui social che, nel clima infuocato della Brexit, la donna che ha lanciato l’iniziativa ha detto di aver ricevuto minacce di morte). Né la marcia né la petizione faranno cambiare idea a May, che ha sempre rifiutato l’idea di un secondo referendum. Ma la soluzione al rebus ancora non si vede, e i tempi dettati dalla Ue sono stretti: i Ventisette hanno concesso un rinvio fino al 22 maggio in caso di ratifica dell’accordo; fino al 12 aprile in caso di bocciatura, costringendo così Londra a indicare un nuovo approccio, o uscire senza accordo. Dopo l’umiliazione di un vertice in cui la Ue ha dettato le condizioni, perfino gli alleati più stretti avrebbero chiesto a May di fissare la data delle dimissioni. La notizia, riportata dal «Times», è stata smentita da fonti di Downing Street, ma è difficile immaginare come la premier possa durare ancore a lungo nell’impasse in cui ha portato il Paese. «Theresa May dice di parlare in nome del popolo», ha detto il vice segretario laburista Tom Watson alla manifestazione. «Io dico alla premier di guardare questa folla: Theresa May non parla a nome nostro». A pensarla così, anche tra i Tory, sono sempre di più.

fonte: LASTAMPA.it

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