In Algeria nuovo venerdì di mobilitazione di massa contro il “Sistema”

L’Algeria torna in piazza stamattina per urlare l’ennesimo no ai passi compiuti dal regime verso le richieste di oltre venti milioni di abitanti (su 43 milioni) che da 22 febbraio scorso, ogni venerdì, riempiono le principali città del Paese decisi a non mollare la presa sul loro futuro. Sin dalle 8 di stamattina, mentre l’elicottero delle forze di sicurezza iniziava a sorvolare la simbolica piazza della Gran Poste, donne e uomini di tutte le età e di tutte le classi sociali erano già qui, a comprare cappellini e braccialetti con la bandiera nazionale, a intonare solgan contro il «pouvoir» («pouvoir assassin»), a ripetere che no, quanto ottenuto non basta, che la nomina del presidente ad interim e ex presidente del Senato Bensalah è un prolungamento del vecchio sistema, che le elezioni annunciate dal capo delle forze armate Gadi Salah per il 4 luglio non s’han da fare, che l’esercito deve rompere gli indugi e schierarsi con il popolo algerino.

I blindati e gli agenti in tenuta anti sommossa sono ovunque, intorno alla piazza e nei vicoli che s’inerpicano verso la leggendaria Casbah. Compatti, armatissimi, molto giovani. Ma i loro volti non raccontano la tensione che in queste stesse circostanze, negli anni passati, si vedeva invece su quelle dei loro colleghi egiziani, il riferimento al quale gli algerini non vogliono essere assolutamente associati perché ripetono di aver imparato la lezione di piazza Tahrir e di averla elaborata insieme ai fantasmi della guerra civile.

I poliziotti per ora, sembrano sorridere, si tolgono le mascherine, si guardano intorno. Fino adesso le proteste sono andate avanti pacificamente e la risposta delle forze dell’ordine è stata tranquilla, con l’unica eccezione di martedì scorso quando ai giovani inferociti per l’annuncio delle elezioni che non riconoscono la polizia ha replicato con idranti, gas lacrimogeni, tensione non compressa.

Basta aggirarsi per i giardini, sulle scalinate intorno alla piazza, nei caffè (aperti) delle strade laterali, per vedere famiglie, nonni e nipoti, eleganti signori con bastoni d’altri tempi e ragazze con i jeans strappati, hijab e capelli lunghissimi sciolti. C’è confidenza nell’aria. Per quanto da ieri sera si respirasse una cappa grave sul Algeri, al pensiero del venerdì annunciato come il più massiccio dall’inizio della rivolta, nata contro il quinto mandato del malatissimo ormai ex presidente Bouteflika, il sole bacia una distesa umana festante. La giornata è lunga, ammettono i manifestanti. E però si spera. Le cantilene si moltiplicano contro il «pouvoir» ma non ci sono sigle politiche, neppure dell’opposizione. Alcuni leader dei partiti, come Zouibra Assoul, hanno affiancato la protesta ma a titolo personale. La piazza rifiuta l’idea stessa di leader, anche perché ha paura di bruciarsi. L’unico «padre» riconosciuto per ora, è l’avvocato Mostefa Bouchachi, un dissidente interdetto dalla tv pubblica per 25 anni e ricomparso di colpo nelle ultime tre settimane sull’onda di «purificazione» dal passato che ha travolto anche i media di Stato.

Passano le ore e la Gran Porte si carica, riflettendo nel Mediterraneo volti e voci di questo popolo giovane, con gli under 30 che superano il 70%, con un posto fisso nella top 15 dei Paesi adagiati su gas e petrolio ma con un salario medio di 150 euro al mese compensato dai lauti sussidi per l’istruzione, l’elettricità e la salute con cui, si dice oggi tra la gente, si è comprato finora la pace sociale. «Qui non si muore di fame ma si muore di mancanza di dignità», dice Sabrina fotografando i connazionali con il telefonino. Nessuno vuole tornare indietro e confida in cuor suo che come si è rotto il muro della paura si stia sgretolando la compattezza del regime, che pian piano ha concesso l’impensabibile, poco ma impensabile nel passato. È un giorno storico, per Sabrina e per tutti questi algerini che sognano di iscrivere i venerdì dell’orgoglio nella Storia nazionale come una vittoria pacifica, merce rara nella regione.

fonte: LASTAMPA.it

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