Spagna, trionfo socialista: Sanchez al governo con Podemos e i baschi

Nella calle Ferraz di feste negli ultimi tempi se ne erano viste poche. Eppure tutti questi abbracci, tutti questi sorrisi, sono giustificati: i socialisti tornano a vincere le elezioni dopo 11 anni, sconfiggendo nemici interni, l’avanzata della destra ed esterni, in un’Europa che sembrava aver cancellato la socialdemocrazia. «Madrid is different», scherza una neo senatrice. Dopo Zapatero, tocca a Pedro Sanchez, il segretario che proprio da queste stanze fu cacciato quasi fisicamente, due anni e mezzo fa, da un partito che lo ha vissuto come un intruso. Tempi lontani ormai.

La Spagna svolta a sinistra e la risurrezione di Pedro coincide con un clamoroso cambiamento della mappa politica della penisola (e anche degli arcipelaghi), tre anni fa quasi completamente azzurra (il colore dei popolari) e oggi praticamente tutta rossa.

L’ex leader «illegittimo»
Sanchez era premier uscente, certo, ma soltanto grazie a un’operazione parlamentare molto azzardata: una mozione di censura al governo di destra. Ora è diverso, i socialisti vincono e nessuno può più chiamare Sanchez «il presidente illegittimo». La festa è ancora più grande perché il grande nemico, il Partito Popolare esce dimezzato dalle elezioni, scomparendo da regioni fondamentali, come i Paesi Baschi e la Catalogna (un solo deputato).

Le alleanze
Il Psoe avanza, ma non può farlo da solo. Per restare al palazzo della Moncloa, Sanchez dovrà coinvolgere Podemos, ma anche i partiti che la complicata geografia spagnola: i nazionalisti baschi del Pnv, moderati ed europeisti, i valenciani di Compromis, il movimento delle Canarie. Il vecchio Partito socialista operaio (è la denominazione conservata con orgoglio) riesce non solo a fermare un’avanza della destra, che alcuni mesi fa sembrava inarrestabile, ma anche a fare a meno del sostegno degli indipendentisti catalani, un appoggio che sarebbe costato caro. «Non dovremo andare a negoziare nelle carceri», ripetono con sollievo nel Psoe.

Il successo della sinistra spagnola si deve soprattutto a un fattore: l’alta partecipazione. Ha funzionato, quindi, la strategia del segretario: gridare al pericolo dell’estrema destra, riuscendo così a mobilitare quel milione di elettori delusi che si erano astenuti nelle due scorse elezioni del 2015 e del 2016. Voto utile, o per lo meno strategico, che è servito anche a Podemos che perde molti deputati, ma riesce a smentire mesi, o forse, anni di pronostici drammatici.

La sconfitta dei Popolari
Pochi chilometri più in là le facce sono decisamente più scure. La calle Genova trema: il Partito Popolare fa registrare la sconfitta più dura della sua storia. Voti praticamente dimezzati: da 137 deputati a meno di 70. Il giovane leader Pablo Casado, eletto con la benedizione di José Maria Aznar, affossa lo storico partito della destra che ha governato per lunghi anni la Spagna. «Ecco a cosa serviva Vox», dicono i pochi dirigenti che si affacciano in sala stampa. Il Pp per poco non viene superato dall’altro rivale del blocco conservatore, Ciudadanos, che aumenta la sua presenza in parlamento, sfiorando i 60 seggi.

Le scosse arrivano anche in Catalogna: gli indipendentisti più dialoganti di Esquerra republicana superano nettamente i soci guidati di Puigdemont, un sorpasso che avrà conseguenze importanti sul territorio ribelle. La partecipazione nelle città catalane è stata eccezionale, il cosiddetto «tripartito della destra» (Pp, Ciudadanos e Vox) avevano promesso la sospensione dell’autonomia catalana e altre misure dure. Il sorriso degli indipendentisti è però relativo: niente repressione, certo, ma Sanchez farà un governo senza dover telefonare a Barcellona.

fonte: LASTAMPA.it

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