The Experiment // Olivier Hirschbiegel

Nessuno conosce realmente se stesso. Esistono zone grigie in ognuno di noi, nelle quali si annida una sub-coscienza pronta ad essere motivata a compiere azioni più o meno sbagliate. Traumi, situazioni di forte stress, minacce possono essere le chiavi capaci di spalancare reazioni che non avremmo mai pensato di avere nel nostro bagaglio.

The Experiment, film del 2010 diretto da Paul Scheuring, è il remake del film The Experiment-cercasi cavie umane del 2001 diretto da Olivier Hirschbiegel. Il film è tratto da una storia vera e si ispira al reale esperimento carcerario di Stanford dello psicologo statunitense Philip George Zimbardo.

Alcune cavie volontarie si prestano, sotto lauto compenso, a diventare parte di un esperimento che vede i partecipanti divisi in due gruppi: guardie e prigionieri. I partecipanti vengono lasciati chiusi in una struttura solitaria, e dovranno gestirsi completamente da soli. A monitorare l’andamento dell’esperimento, solo gli occhi sintetici delle telecamere. L’esperimento inizia, ma i partecipanti sono avvertiti: alla prima espressione di violenza l’esperimento verrà interrotto.

The Experiment è un film che lascia da parte qualsiasi fronzolo, preferendo dinamiche essenziali e crude. Ciò che realmente conta è l’assistere al terribile mutamento psicologico dei personaggi. Le guardie, inizialmente impacciate e incapaci di arginare i prigionieri troppo indisciplinati, iniziano lentamente a fondersi con l’autorità che gli è stata conferita. Su tutti Michael Barris (un sempre convincente Forest Whitaker), un uomo di mezza età che vive ancora con la madre, frustrato e vittima di una pressione emotiva che esplode con rabbia all’interno dell’esperimento. Le dinamiche cambiano rapidamente e le guardie si trasformano in aguzzini violenti, totalmente asservite al loro ruolo. Vittima preferita delle angherie di Barris è il prigioniero numero 77, Travis Hunt (Adrien Brody). Su di lui si concentra infatti l’aggressività a tratti sadica di Barris.

Il film, nonostante non sia un capolavoro, offre un inquietante spunto di riflessione. Poste in determinate situazioni, le persone possono identificarsi con il ruolo che gli viene imposto. Un’immedesimazione che porta all’annullamento della percezione di se, sostituendo ciò che è abituale con qualcosa di spaventoso e spesso feroce.

Siamo quello che crediamo di essere, o siamo sconosciuti pronti a vestire abiti che possono renderci qualcosa di terribile? Un interrogativo che purtroppo ha già una risposta.

Buona Visione

Serena Aronica

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