Suspiria // Luca Guadagnino

L’uomo teme la donna? La storia teme la donna? Il potere… teme la donna? Si. Confinate, relegate ai margini, additate come streghe, tacciate di essere maliarde seduttrici, usate e bruciate, mutilate, torturate e spogliate di tutta la loro luminosa bellezza… le donne. Eppure la natura è femmina, la procreazione è femmina, l’intuito è femmina. L’universo stesso è una prolifica e immensa vagina che crea vita… e talvolta la fagocita.

Odiato, ripudiato, sbeffeggiato e trattato come un figlio illegittimo e deforme è il Suspiria (2018) di Luca Guadagnino, che non mira a edificare un simulacro del capolavoro argentiano ma piuttosto una sua personale interpretazione. L’impresa non è esente da difetti, eppure Guadagnino modella un Suspiria con una propria identità, lugubre e inquietante.

La cornice in cui il film di Guadagnino viene intrappolato è il piovoso e gelido autunno tedesco del 1977. In questo scenario grigio e austero, dove le ferite storiche ancora piangono lacrime di sangue, si colloca l’edificio che ospita una prestigiosa scuola di ballo. In questa ostrica di pietra giunge Susie Bannion (una Dakota Johnson finalmente libera da cinghie e frustini), esiliata dalla famiglia d’origine. Mentre fuori il terrorismo dilaga, violento e con atti estremisti feroci, all’interno dell’accademia le donne si riuniscono. Susie colpisce immediatamente l’attenzione dell’algida Madame Blanc (una magnifica Tilda Swinton), che in lei vede l’allieva perfetta e la culla per qualcosa di decisamente più oscuro.

Il Suspiria di Guadagnino è una danza arcaica e misteriosa, che si muove tra il morboso e lo psichedelico. Una lenta mutazione, che si lascia ammirare attraverso la sua trasformazione da crisalide a farfalla bagnata di sangue. Il film è una gestazione, dove solo attraverso l’accettazione di una profonda manipolazione di se si può raggiungere la perfezione. Tutto questo avviene letteralmente sul corpo di Susie, che spinta al limite fisico delle proprie capacità sarà in grado di elevarsi fino a sfiorare l’essenza stessa della divinità.

Nel film di Guadagnino i colori intensi e brillanti della geniale fotografia di Tovoli vengono desaturati, virando verso tonalità marroni e grigie. Un sudario claustrofobico che gioca con le riflettenze di specchi che intrappolano la realtà. La stessa accademia è un organismo pulsante, onirico e spaventoso.

Streghe, megere, donne che si riuniscono e armano contro la brutalità maschile attraversando il mondo e il tempo sulle punte di piedi infaticabili. Queste sono le fattucchiere di Guadagnino… donne caparbie e tenaci, misteriose e antiche, capaci di elevarsi verso l’infinito e custodi di un potere primordiale. Un potere troppo grande da condividere con chi con ignoranza continua a vedere nelle donne sono un ammasso di carne debole e depredabile.

Buona Visione

Serena Aronica

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