Il Messico rafforza il controllo dei confini e scongiura i dazi Usa

Stati Uniti e Messico hanno trovato l’accordo sulle iniziative da prendere per frenare l’immigrazione illegale, evitando almeno per ora i dazi minacciati dal presidente Trump, che avrebbero messo in ginocchio l’economia del collega Lopez Obrador, ma avevano anche provocato la rara opposizione degli stessi parlamentari repubblicani. L’intesa prevede che il Paese centramericano invierà circa 6.000 soldati della Guardia nazionale lungo la frontiera con il Guatemala, per frenare i flussi in arrivo, e ospiterà una parte degli illegali che faranno richiesta di asilo negli Usa, in attesa della risposta alla loro domanda. In cambio Washington accelererà gli investimenti promessi per circa 6 miliardi di dollari, allo scopo di favorire lo sviluppo nel Messico meridionale e nelle nazioni vicine da cui arrivano i migranti.

Nel 2016 Trump aveva basato buona parte della sua campagna elettorale sulla promessa di costruire il muro lungo il confine, facendolo pagare al vicino, e fermare gli illegali. Nulla di tutto questo è avvenuto, e nel solo mese scorso le autorità americane hanno fermato 144.000 persone che cercavano di entrare negli Usa senza permesso. Il presidente può scaricare la responsabilità sui democratici e sui giudici, che gli hanno legato le mani, ma comunque i risultati ottenuti non lo aiuterebbero nella campagna per la rielezione del prossimo anno. Quindi ha accelerato prendendo di mira il Messico, che non manda più molti migranti negli Usa, ma avrebbe la colpa di non fermare quelli in arrivo da Guatemala, Honduras, Nicaragua. Il capo della Casa Bianca aveva minacciato di imporre a partire da domani dazi del 5% su tutte le esportazioni del paese confinante, cioè prodotti per circa 350 miliardi di dollari all’anno, che sarebbero poi aumentati progressivamente, se non avesse preso iniziative per bloccare i flussi. Questo avrebbe spinto il Messico verso la recessione e quindi il presidente Lopez Obrador, impegnato in una complicata riforma economica, ha abbassato la testa e negoziato. A rafforzarlo è venuta la presa di posizione degli stessi senatori repubblicani, che hanno avvertito Trump di essere contrari ai nuovi dazi, perché avrebbero avuto ripercussioni negative anche sui loro stati. Nel frattempo dall’economia americana sono arrivati segnali preoccupanti, come la frenata dell’occupazione registrata venerdì, quando il governo ha annunciato che nel mese di maggio sono stati creati solo 75.000 nuovi posti di lavoro, contro i 180.000 previsti. Molti analisti attribuiscono il raffreddamento proprio all’uso spregiudicato delle ritorsioni commerciali, dalla Cina al Messico, e forse ciò ha spinto entrambe le parti alla prudenza.

Trump non ha ottenuto tutto quello che voleva, perché ad esempio Obrador ha rifiutato di cambiare le sue leggi sull’asilo, però ha incassato risultati da rivendicare presso la sua base, come appunto l’invio della Guardia nazionale al confine col Guatemala, e la possibilità di rispedire a sud della frontiera i migranti che chiedono protezione. Il Messico ha promesso di accudirli e offrire opportunità di lavoro, che forse li convinceranno a restare, rinunciando al sogno americano. Gli Usa intanto daranno un’accelerata agli investimenti da circa 6 miliardi di dollari, per favorire lo sviluppo nel Chiapas e nei paesi centramericani di provenienza delle carovane. Tra 90 giorni si farà il bilancio dei progressi, con la spada di Damocle dei dazi che resterà sospesa sulla testa di Obrador.

I democratici hanno criticato l’uso spregiudicato delle tariffe come strumento di ricatto, e molti analisti avvertono che ciò avrà effetti negativi sulla percezione degli Usa nel mondo e la loro capacità di fare business, senza riuscire a fermare davvero il fenomeno migratorio. Trump però ha ottenuto il risultato politico immediato di cui aveva bisogno, e il resto si vedrà dopo.

fonte: LASTAMPA.it

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