Il Papa: l’Europa chiude i porti alla gente sulle navi ma li apre alle armi

Papa Francesco intende andare in Iraq «il prossimo anno»: lo ha detto egli stesso, ricevendo i partecipanti alla Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (Roaco), ai quali ha ricordato: «Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini». Una «ipocrisia» sulla quale si è soffermato anche quando, parlando della guerra in Siria, ha scandito: «Tante volte penso all’ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato».

«Un pensiero insistente mi accompagna pensando all’Iraq, dove ho la volontà di andare il prossimo anno – ha detto il Papa – perché possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali».

L’idea di un viaggio del Pontefice in Iraq non è nuova, ma è sempre stata rinviata perché sia dal punto di vista politico che della sicurezza non era possibile, come ha detto ancora la Santa Sede a gennaio scorso. Francesco stesso, a febbraio del 2018, aveva detto: «Ci stiamo pensando ma le condizioni attualmente non lo permettono».

Con i partecipanti alla 92esima assemblea plenaria della Roaco, il Papa ha fatto un giro di orizzonte delle questioni che riguardano il Medio Oriente. «In questi giorni, gli interventi dei Rappresentanti Pontifici di alcuni Paesi, come anche dei relatori che sono stati scelti, vi aiuteranno a mettervi in ascolto del grido di molti che in questi anni sono stati derubati della speranza», ha detto il Pontefice argentino: «Penso con tristezza, ancora una volta, al dramma della Siria e alle dense nubi che sembrano riaddensarsi su di essa in alcune aree ancora instabili e ove il rischio di una ancora maggiore crisi umanitaria rimane alto. Quelli che non hanno cibo, quelli che non hanno cure mediche, che non hanno scuola, gli orfani, i feriti e le vedove levano in alto le loro voci. Se sono insensibili i cuori degli uomini, non lo è quello di Dio, ferito dall’odio e dalla violenza che si può scatenare tra le sue creature, sempre capace di commuoversi e prendersi cura di loro con la tenerezza e la forza di un padre che protegge e che guida. Ma anche – ha aggiunto – tante volte penso all’ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato».

«Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini», ha detto ancora il Papa. «Questa è l’ipocrisia della quale ho parlato. Siamo qui consapevoli che il grido di Abele sale fino a Dio, come ricordavamo proprio a Bari un anno fa, pregando insieme per i nostri fedeli in Medio Oriente».

Nella meditazione introduttiva alla giornata di preghiera e dialogo con i Patriarchi del Medio Oriente, lo scorso 7 luglio a Bari, il Papa aveva detto: «Sia pace: è il grido dei tanti Abele di oggi che sale al trono di Dio. Per loro non possiamo più permetterci, in Medio Oriente come ovunque nel mondo, di dire: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). L’indifferenza uccide, e noi vogliamo essere voce che contrasta l’omicidio dell’indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze. Per i piccoli, i semplici, i feriti, per loro dalla cui parte sta Dio, noi imploriamo: sia pace!».

Alla Roaco il Papa ha ricordato, stamane, anche l’Ucarina, «perché possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l’iniziativa caritativa alla quale molte realtà ecclesiali hanno contribuito». InTerra Santa, ha detto ancora Francesco, «auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunità cristiane dello Status quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perché giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore».

Il Papa non ha mancato di ricordare le «voci di speranza e consolazione» che vi sono in Medio Oriente, in particolare dei giovani: «Quest’anno, i giovani dell’Etiopia e dell’Eritrea – dopo la tanto sospirata pace tra i due Paesi – abbandonando le armi sentono vere le parole del Salmo: “Hai mutato il mio lamento in danza”. Sono certo – ha detto – che i giovani sentono forte il richiamo a quella fraternità sincera e rispettosa di ciascuno, che abbiamo richiamato con il Documento sottoscritto ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Ahzar. Aiutatemi a farlo conoscere e a diffondere quella alleanza buona per il futuro dell’umanità in esso contenuto. E impegniamoci tutti a preservare quelle realtà che ne vivono il messaggio già da anni, con un particolare pensiero alle istituzioni formative, scuole e università, tanto preziose specie in Libano e in tutto il Medio Oriente, laboratori autentici di convivenza e palestre di umanità a cui tutti possano facilmente accedere».

fonte: LASTAMPA.it

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